UCTAT Newsletter n.88 – aprile 2026
di Giovanni Castaldo
Sabato mattina, a sud di Fondazione Prada, Milano sembra rallentare. Non c’è la densità consueta di altre parti della città, né quel rumore continuo fatto di attraversamenti, soste, negozi, incontri casuali. Si vedono poche persone: qualche runner, alcuni visitatori diretti alla Fondazione, pochi abitanti.
Edifici nuovi, tanti ancora in costruzione e nuovi spazi aperti – superfici d’acqua, filari alberati, grandi spazi pavimentati, aiuole verdi “ruderali”. Questa parte di città non è più il polo produttivo di un tempo con fabbriche, opifici, impianti localizzati intorno allo scalo Romana a partire dalla metà dell’Ottocento.
La trasformazione ha avuto avvio con Fondazione Prada, capace di spostare l’attenzione su un ambito urbano fino ad allora percepito come periferico, sospeso tra ferrovia, attività produttive e grandi recinti. Da lì il cambiamento si è progressivamente esteso lungo l’asse di Symbiosis, fino alla sede Moncler, con gli uffici Snam, la scuola internazionale privata ICS e nuovi interventi residenziali in particolare lungo le vie Adamello e Balduccio da Pisa. È nata così un nuovo pezzo di Milano, fatta di morfologie e tipologie inedite, di integrazione di nuove architetture e manufatti industriali, nuovi spazi privati aperti al pubblico, nuove funzioni direzionali; verso un’immagine più “contemporanea e internazionale”.
Eppure, attraversando l’area, resta una sensazione di incompiutezza. Nonostante la qualità di molti interventi, questo pezzo di città sembra ancora diverso dal resto di Milano. Più che un quartiere, appare come una sequenza di episodi: parti ben progettate, ma non sempre capaci di dialogare tra loro; spazi curati, ma spesso introversi; percorsi che si aprono e si interrompono; luoghi pubblici che esistono formalmente, ma che faticano a diventare realmente abitati.
La città nuova è visibile, ma la vita urbana quotidiana appare ancora fragile.
Il tema più evidente è forse proprio quello dello spazio pubblico. Piazza Olivetti, con la presenza dell’acqua e con un disegno originale delle pavimentazioni e degli spazi verdi, indubbiamente propone un’immagine diversa dalla piazza tradizionale italiana. È uno spazio ordinato, riconoscibile, persino suggestivo, ma non possiede quella densità di affacci, attività, soglie e usi che rende una piazza un vero luogo collettivo. Non è solo una questione formale: una piazza vive quando è attraversata da funzioni diverse, quando accoglie tempi differenti della giornata, quando diventa parte della routine degli abitanti e non soltanto sfondo di una trasformazione immobiliare.
Anche altrove la continuità urbana sembra ancora debole. Via Calabiana e via Balduccio da Pisa, dove si concentrano molti interventi residenziali, restituiscono l’immagine di un paesaggio in transizione, dove le nuove architetture si accostano a tessuti esistenti senza riuscire sempre a produrre una vera ricucitura. I complessi già citati, come gli uffici Moncler, Snam o la scuola ICS, introducono funzioni importanti, ma spesso si presentano come organismi autonomi, protetti, poco porosi rispetto alla strada. Il risultato è una città composta da parti riconoscibili, ma ancora priva di un sistema continuo di relazioni.
A mancare, soprattutto, sono i servizi di quartiere e una centralità condivisa. Dove si incontra chi abita qui? Dove si sosta senza dover consumare? Dove si costruisce quella dimensione ordinaria fatta di negozi, piccoli servizi, spazi civici, luoghi di prossimità?
Molto è cambiato rispetto al passato, ma non è ancora chiaro quale sia il cuore di questa nuova parte di Milano. La definizione “South of Prada”, ormai ricorrente, sembra più un’invenzione del mercato immobiliare che il nome di un quartiere realmente consolidato. Funziona come immagine, come brand territoriale, ma non basta a costruire identità urbana. Chi sono i nuovi abitanti di questa parte di città?
Il grande nodo resta la trasformazione dello Scalo Romana. Da decenni questo ambito è indicato come occasione decisiva per ricucire parti separate della città e per introdurre un grande parco in un settore urbano densamente infrastrutturato. Basti pensare alla proposta degli anni Novanta di “Nove Parchi per Milano” di Raffaello Cecchi, Vincenzo Lima, Pierluigi Nicolin e Pippo Traversi, oppure alle diverse proposte presentate durante il processo partecipativo promosso da Ferrovie dello Stato prima e a valle della sottoscrizione dell’Accordo di Programma con il Comune di Milano per la valorizzazione delle ex aree ferroviarie.
Ancora oggi, anche dopo la realizzazione del Villaggio Olimpico/studentato, resta da capire che cosa diventerà davvero questo spazio e quale ruolo sarà in grado di assumere. Sarà un parco di connessione o un nuovo elemento di valorizzazione immobiliare? Sarà un luogo aperto alla città o un paesaggio prevalentemente legato ai nuovi insediamenti, coerente con le nuove forme di città di Milano degli ultimi anni (da Porta Nuova a Citylife)? Sarà capace di produrre continuità o aggiungerà un ulteriore frammento a un mosaico già complesso?
Intanto il paesaggio continua il suo inesorabile cambiamento. La torre A2A di circa 150 metri di altezza è già parte di un nuovo scenario urbano, mentre altri volumi salgono e modificano la percezione del sud Milano. La dimensione verticale, sia delle nuove residenze che degli insediamenti terziari, sembra prevalere e oggi si spinge fino ai margini con il Parco Sud (si veda ad esempio la dibattuta proposta di intervento per l’ambito Vaiano Valle nord).
Forse può essere utile richiamare una piccola provocazione lanciata recentemente da UN-Habitat: e se ciò di cui le città hanno davvero bisogno fossero città un po’ più “noiose”? Non noiose nel senso di prive di qualità, ambizione o progetto, ma meno ossessionate dall’eccezionalità dell’immagine e più concentrate su ciò che permette alla vita urbana di funzionare ogni giorno.
In questo senso, a sud di Prada, la domanda non è solo se nascerà una nuova centralità attrattiva, riconoscibile e competitiva, ma se questo pezzo di città saprà diventare anche “ordinario”, nel senso più alto del termine: abitabile, attraversabile, utile, quotidiano. Un quartiere non si misura solo dalla qualità delle architetture o dalla forza dei suoi landmark, ma dalla capacità di rendere possibile una vita urbana semplice: andare a scuola, prendere un mezzo pubblico, comprare il pane, sedersi all’ombra, incontrare qualcuno, attraversare uno spazio senza percepirlo come recinto o come scenografia.
Forse, allora, quello che manca ancora non è un ulteriore segno iconico, ma un po’ di buona “noia” urbana: quella fatta di sistemi che funzionano, di prossimità, di manutenzione, di spazi pubblici davvero disponibili, di governance paziente e di investimenti sull’ordinario. Perché è proprio nell’ordinario che una trasformazione smette di essere soltanto valorizzazione immobiliare e comincia a diventare città.
A sud di Fondazione Prada, la sfida dei prossimi anni sarà questa: non solo completare un nuovo paesaggio urbano, ma costruire le condizioni perché possa essere vissuto, riconosciuto e condiviso come quartiere.



