Abitare è permanere

UCTAT Newsletter n.83 – NOVEMBRE 2025

di Alessandro Trivelli

Il tema dell’abitare è così vasto che è sempre difficile da affrontare senza declinarlo o aggettivarlo per limitarne l’ampiezza. Con l’aiuto della Treccani mi avvicino, così, al termine ABITARE, quando è seguito da un complemento oggetto, significa avere come dimora (a. una bella casa;…..); se il soggetto è un animale o più in generale un essere vivente, abitare significa avere come ambiente naturale (gli animali che abitano la prateria; forme di vita che abitano le profondità marine); ma senza un complemento oggetto significa “risiedere, alloggiare, cioè avere la propria casa in un luogo”, ma anche “in senso figurato, come posto dove si trova qualcosa o qualcuno.” Se parliamo di abitare urbano, nella città, villaggio o qualsiasi aggregazione costruita anche di minime dimensioni, il tema dell’abitare un luogo diventa più stratificato di significati con aspetti sociali ed economici che aggiungono complessità. Temi approfonditi con ricerche ed esplorazioni anche artistiche che fanno riflettere ancora oggi, perché è un tema “permanente” nelle discussioni sullo sviluppo della città e di come abitarla, ovvero pone delle domande sempre diverse con risposte mai definitive. Insomma sul tavolo ci sono esigenze, esplorazioni, mutamenti del corpo sociale, degli stili di vita, modelli economici, che nel tempo alla stessa domanda inducono risposte sempre diverse che in un contesto meno dinamico del mutare delle esigenze, la città costruita oggi, non riesce più a consegnare risposte adeguate a problemi concreti e immediati, neppure nel breve periodo. Se “abitare è essere ovunque a casa propria” (Ugo La Pietra, 1979), ovvero ritrovare nella città quegli elementi di comfort, identità e dialogo che si possono trovare nel proprio ambiente domestico in un continuo separato da soglie condivise , dobbiamo fare una necessaria considerazione sulla complessa articolazione della città in cui diverse “case individuali” dovrebbero trovare una sintesi in uno spazio di relazione comune e significato condiviso. Proprio per questo la città costruita è contraddittoria e mai finita. Se “abitare significa intrecciare una relazione talmente intensa con certe cose e certe persone da rendere la felicità e il nostro respiro inseparabili” (E.Coccia, 2021) dovremmo considerare i momenti di “apnea” prodromici alla felicità, se solo riuscissimo a intrecciare delle relazioni intense nella casa come nella città, si, ma solo con “certe cose e certe persone”. Questa condizione di dialogo ha caratteri culturali così diversi fra luogo e luogo che è difficile, anche in una diffusa globalizzazione dei costumi e degli stili di vita, riuscire a definire una reale condizione comune perché ciò avvenga. Il contesto italiano ha caratteristiche particolari. Se parliamo solo di residenza, ovvero il luogo in cui ognuno abita il tempo della propria vita e stabilisce quel livello di relazioni, non possiamo rilevare che qualsiasi processo che coinvolga l’attività abitativa non sia profondamente influenzato da aspetti, anche solo quelli economici, che non sono solo il “costo” dell’esercizio di quell’attività. Ciò che caratterizza il nostro territorio in modo da definirne la cornice ed influenzare tutti gli altri aspetti culturali che compongono il quadro, ed è a suo modo un aspetto culturale oltre che economico, è che circa il 70,8% della popolazione vive in abitazioni di proprietà e in usofrutto o a titolo gratuito l’8,7% (Istat, 2021). Questa caratteristica di mercato della residenza, così dobbiamo chiamarlo leggendolo dal punto di vista economico e sociale, in Italia è dovuto da tanti fattori che qui non descrivo, ma che hanno effetti dal punto di vista sia economico che culturale, inclusa quella cultura urbana e architettonica che disegna le città, i suoi paesaggi comprese le costruzioni che ne fanno parte. La città non è, ovviamente, solo composta di abitazioni ma di tutte quelle strutture che in qualche modo la servono, potremmo anche dare un segno di valore urbano pari alle varie attività che contiene la città ma, ragionando per estremi, potremmo avere una città solo di residenze, ma non potremmo mai avere una città senza residenze al suo interno. Quantomeno non potremmo chiamarla città. Quel corpo vitale di spazi antropizzati è il grande contenitore di vita e di relazioni non indifferente al suo abitante, al tipo di abitante, alle sue aspettative, al suo stile di vita e al tempo stesso influenza e modella le caratteristiche delle sue relazioni sociali. Se abitare in proprietà o in affitto ha gli stessi effetti sulla quotidianità delle persone, ha caratteristiche molto diverse se pensiamo a che tipo di radicamento generano rispetto al luogo e quali prospettive producono le due diverse modalità di abitare. “Habitare” come permanere, come restare, ci induce a pensare che l’abitazione è il luogo della permanenza, ovvero anche il luogo fisico, materico che dentro alla città permane, occupa quello spazio, contiene delle relazioni che permangono e tracciano percorsi individuali, sociali che raramente si trasformano o mai si cancellano. All’interno della città, le grandi aree o i periodi, di trasformazione urbana non hanno, se non raramente e credo mai in Italia, cancellato il permanere dell’attività di risiedere all’interno di uno specifico settore urbano. Ciò, con la permanenza, anche per stratificazione, della residenza all’interno della stessa edificazione, ma senza sostituzione dell’attività con altre attività. Sostanzialmente nella storia urbana recente e moderna abbiamo assistito alla sostituzione di interi settori urbani dedicati alla produzione o ai servizi, ma mai la sostituzione dell’attività residenziale con altra attività completamente diversa. Quasi che quella permanenza fosse più capace di resistere e capace di mutare e di accogliere le diverse istanze sociali più di qualsiasi struttura destinata ad altra attività. Con l’esclusione delle parti di città distrutte a seguito di disastri ambientali, guerre o altri eventi naturali e successivamente ricostruite in tutto o in parte uguali alla precedente, le aree residenziali rimangono sulla mappa come congelate. Questa particolare condizione è ancora più forte quando la proprietà è molto frammentata come nel caso italiano e quando questa ha le proporzioni che abbiamo visto e descritto. Dal punto di vista della pianificazione urbana, i relativamente recenti indirizzi di “indifferenza funzionale” rispetto alle attività previste dal piano, predispone la progettazione, ad una sorta di risposta “attualizzata” e meno vincolata da un piano tipo zoning, ma al tempo stesso libera gli ambiti residenziali all’interno a quell’indifferenza funzionale, che ne definiscono anche le “immutabilità” future delle aree, proprio per l’effetto della permanenza. Dall’altro canto l’individuazione di aree nel piano urbanistico destinate alla residenza, seguendo le stesse regole di mercato non attualizzate, irrigidirebbe il piano senza modificare le quantità accessibili o la qualità accessibile. Ne risulta che questi nuovi ambiti di permanenza residenziale generano un pattern randomico dato dall’effetto delle esigenze di mercato che di fatto ne disegnano i tratti essenziali. Sarebbe un altro discorso se all’interno di queste meccanismi si inserisse un’offerta e una proposta correttiva di queste strategie urbane, sganciata dal mercato “privato”, che da solo non riesce a dare tutte le risposte necessarie, in grado di raccogliere le esigenze più ampie e sia capace di intervenire nel disegno urbano fissando le “permanenze” come degli attrattori di qualità urbana.  L’effetto della permanenza “privata”, caratterizzata dalla proprietà individuale così diffusa, genera una forte rigidità della qualità della domanda, anzi in qualche modo una domanda fortemente conservativa, in quanto dovendo investire in un bene utile, durevole ed essenziale la propensione al rischio o alla diversificazione rispetto a ciò che è un meccanismo o una scelta qualitativamente consolidata, è molto bassa. La nuova residenza diventa un prodotto da vendere, al prezzo adeguato, ma subito, costruita seguendo “il gusto” dell’acquirente. L’ampia composizione della domanda di residenza, oggi composta non più solo da residenti, ma anche da city user, investitori istituzionali, studenti, expat e piccoli investitori non può e non deve confluire in una forma appiattita di domanda generica senza caratteristiche di qualità urbane e architettoniche in grado di rappresentare la contemporaneità ma essere solo, invece, raffigurazione del mercato. L’esempio di Milano negli ultimi dieci anni è visibile. Una delle caratteristiche della città è stata quella che anche in un periodo, gli anni ‘60/’70, di grande dinamismo edilizio, di aver saputo rappresentare, con varie strategie e con architetture capaci, a volte bene altre meno, sia il proprio tempo che la composizione sociale. Un periodo, in cui partendo dalle esperienze degli anni precedenti, la città si è arricchita di sperimentazioni architettoniche e di ricerca sul linguaggio architettonico e soluzioni urbane interessanti, anche se per diversi anni fu un’esperienza poco considerata dalla critica della città costruita (M. Grandi e A. Pracchi, Milano. Guida all’architettura moderna. L’illusione della qualità, 1980). Oggi, o meglio negli ultimi anni, il processo di costruzione dell’architettura residenziale che costruisce gran parte del tessuto urbano, ovvero quello spazio in cui per estensione (U. La Pietra) dovremmo sentirci felici, segue una strategia uniformante nel linguaggio architettonico, nelle soluzioni planimetriche, nel rapporto generato con la città, nell’uso dei materiali, differenziandosi per declinazioni di un unico testo che pare già scritto dal futuro abitante, o meglio acquirente. Per non parlare dei modelli tipologici abitativi che non sono più oggetto di ricerca e sperimentazione perché la ricerca e la sperimentazione in un modello così conservativo, è impossibile, è antieconomico e rischioso finanziariamente. Il disegno urbano è generato per permanenze abitative randomiche e le stesse sono generate nella loro espressività architettonica da un modello applicato di efficienza finanziaria, sia per l’operatore che per l’acquirente/cittadino. Se non si cambia questa strategia di intervento sulla città sarà molto complesso dare continuità alla ricerca architettonica applicata e produrre le condizioni per accogliere le future esigenze abitative per ritrovare quell’abitare il luogo delle relazioni fra cose e persone, invece di abitare nel proprio investimento, efficiente si, ma forse non più in grado di rappresentare la cultura urbana e non da rendere la felicità e il nostro respiro inseparabili.

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