Abitare il dato

UCTAT Newsletter n.23 – maggio 2020

di Martino Mocchi

Tra i vari fenomeni collaterali che hanno caratterizzato questa inedita fase di emergenza, si può rilevare l’assoluta priorità del “numero” come strumento di comprensione e interpretazione della realtà. Siamo stati bombardati da “numeri”: dei nuovi contagi, dei guariti, dei deceduti, dei tamponi effettuati, ai quali abbiamo attribuito una valenza sociale, interpretativa, a volte persino salvifica. Una sorta di “pitagorismo di ritorno” sostenuto da analisi, ipotesi percentuali, “curve” e “picchi” non sempre giustificati da metodi rigorosamente scientifici. Le frequenti “smentite” da parte di medici, ricercatori e studiosi rappresentano una chiara testimonianza in questo senso.

Il fenomeno si può probabilmente ascrivere all’interno del permanere di una visione illuminista e progressista del mondo, che considera più affidabile il pensiero scientifico rispetto ad altri tipi di riflessione, come quella umanistica, artistica o filosofica – per non dire politica. Al “dato numerico” si attribuisce una valenza più tranquillizzante, più rassicurante e in un certo senso “provante” rispetto a ogni atto speculativo, apparentemente privo di “fondamenti reali”.

La tendenza ha assunto una chiara declinazione anche in riferimento all’interpretazione dell’abitare e dei modi del progetto dello spazio. Proprio a partire dall’immancabile comprova del “dato”, molteplici iniziative hanno tentato di formalizzare le esigenze collettive emerse in questa fase, da cui derivare gli elementi per sostenere le nuove forme dell’abitare di qualità. Una corsa alla raccolta di “dati”, dunque, con una proliferazione di questionari, forum, sondaggi di opinione e spazi online dedicati.

Al di là delle discutibili procedure con cui tali strumenti sono stati costruiti – molto spesso, almeno in apparenza, al di fuori di un riferimento specifico ai metodi della statistica o della psicologia sociale – sorprendono gli esiti a cui le indagini hanno portato. Come se ci fosse realmente bisogno di “dati” per capire che la reclusione forzata ha modificato i nostri comportamenti abitativi, che gli spazi della casa hanno assunto un significato diverso e spesso problematico, che abbiamo avuto più tempo da dedicare ad attività normalmente cancellate da aperitivi e gite fuori porta. E ancora: che lo smart working rivela potenzialità interessanti, che le città sono più accoglienti senza macchine, che è bello sentire il suono delle fontane a Roma e degli uccellini a Milano…

Tra le possibili letture di questo fenomeno, sembra interessante mettere in evidenza due elementi chiave. Il primo ha a che fare con un’idea di “partecipazione” che risulta quantomai impoverita e appiattita, proprio in conseguenza dello spostamento dell’attenzione dall’“individuo” al “dato”. Al posto di esprimere una propria visione e di essere protagonista di un cambiamento del territorio, il cittadino è chiamato ad “attestare” un proprio status (una condizione “data”, appunto) in riferimento a parametri interpretativi già formulati, tra i quali gli è concesso di selezionare il più congeniale. L’aspetto più critico di questo processo è rappresentato dal sottile meccanismo che porta a scambiare l’espressione di un disagio (o di uno stato di benessere) con l’assenso rispetto a una visione proiettiva che pretende di colmarlo. Un procedimento, quindi, che riduce il grande problema della relazione tra il processo di trasformazione dei luoghi e le esigenze di chi li abita, in una captatio benevolentiae rispetto a uno specifico operato.

Tale ricerca di consenso si potrebbe considerare – ed è questo il secondo nodo interpretativo – come il riflesso del progressivo indebolimento di una cultura “nobile” di progetto, intesa come insieme di riferimenti teorici, artistici, oltre che tecnici, che possano sostenere dei nuovi slanci verso migliori e innovativi modelli di organizzazione spaziale. Slanci che non dovrebbero essere giustificati attraverso la raccolta di qualche parere distratto, ma al contrario legittimati da una capacità critica di comprensione della società, dei suoi movimenti e delle sue evoluzioni – a partire da letture storiche, sociologiche, antropologiche, filosofiche in senso lato.

Molte delle proposte emerse in questo periodo testimoniano la mancanza di un tale approccio, apparendo come dei tentativi di “tamponare” delle ovvie e del tutto prevedibili mancanze all’interno degli ambienti privati, o di assecondare delle presunte e spesso idealizzate esigenze del pubblico, come ad esempio quella di un maggiore contatto con la “natura”. Senza invece mettere in discussione la necessità di un ripensamento dell’urbanità come sequenza e sovrapposizione di spazi collettivi, pubblici e privati, di socializzazione, che permettano degli scambi, dei contatti, delle integrazioni e degli scontri tra gli abitanti, pur in un clima di crescita e di vivibilità.

Anziché interpretare la fase in corso come un momento di “illuminazione”, in cui il pubblico avrebbe scoperto delle forme più sostenibili di abitare che possono essere sondate attraverso la raccolta di “dati”, bisognerebbe forse riflettere sull’incapacità di amministratori e progettisti di proporre delle letture di ampio raggio dell’evoluzione dei modelli dello stare insieme. Riportando l’attenzione sulle prassi di un progetto che torni ad affermarsi come complesso processo interpretativo e predittivo, anche talvolta irrispettoso delle esigenze locali, capace di guidare ed educare il pubblico verso più consapevoli modi di vivere.