UCTAT Newsletter n.85 – gennaio 2026
di Elio Bosio
Alle ore 23.42 di sabato 13 dicembre 2025 è partito dalla stazione milanese di Porta Genova l’ultimo treno verso il comune di Mortara, suggellando la fine del tratto ferroviario tra questa stazione e quella di San Cristoforo. Se, sotto il profilo della riorganizzazione del servizio, questo ha significato l’attuazione di un progetto atteso da anni, per quanto riguarda il futuro del contesto urbano sarà ragionevole attendersi conseguenze di una qualche importanza, conseguenze che sarà importante analizzare e governare poiché questa stazione, costruita nel 1870 per essere uno di motori dello sviluppo industriale di Milano, ha condizionato l’edificazione del territorio circostante separandolo in due ambiti ben distinti: uno, situato tra la stazione ferroviaria e la Darsena, connotato da una funzione prevalente, anche se non esclusiva, residenziale; un altro, sviluppato lungo il fascio dei binari in direzione Ovest quasi interamente occupato da edifici industriali.
Nel corso degli ultimi decenni le due zone, per motivi diversi riferibili all’attrazione turistica del Naviglio grande e al consolidarsi nel contesto di Via Tortona di presenze del design e della moda, hanno visto moltiplicarsi i luoghi di quello che viene definito food & beverage, vera anima della movida. La stazione e il tracciato ferroviario sono stati fino a oggi l’unico ostacolo frapposto all’espandersi di quella che potremmo definire una enclave del cibo (non sempre il migliore) e del tempo libero (non necessariamente intelligente).
In attesa del progetto comunale (?) per lo Scalo Genova, progetto che non è dato sapere quando arriverà e ancora meno come sarà, iniziano a moltiplicarsi le proposte, più o meno realizzabili, volte all’utilizzo dell’edificio principale, considerato che le costruzioni laterali di un solo piano nonché la copertura di una di queste sono state già colonizzate da bar e tavole calde. Difficile pensare che, malgrado le assicurazioni e dichiarazioni di principio, il corpo centrale possa sottrarsi all’omologazione commercial-gastronomica oppure, per evitare il sollevarsi di prevedibili proteste, che sia provvisoriamente destinato a qualche utilizzo pubblico, o pseudo pubblico, d’importanza e interesse marginali. D’altro canto non è ragionevole ipotizzare che in attesa della destinazione decisa dal progetto generale dello scalo l’edificio possa rimanere inutilizzato, peggio abbandonato, nei prossimi anni.
Dal giorno della chiusura la stazione è diventata la quinta di una scena la cui unica funzione pare ridotta a essere punto di raduno dei rider, i ciclisti del cibo, che trovano qualche momento di riposo sulle panchine di questo poco attraente arredo urbano. Una visione malinconica per coloro che hanno conosciuto la stazione come un organismo vivo alimentato da un continuo flusso di persone e che, adesso, si trovano di fronte a una sorta di reperto archeologico che richiama l’immagine di una grande balena spiaggiata.
Rammendo urbano è una definizione entrata nel lessico degli architetti per descrivere l’azione di ricomposizione di quelle parti della città che si trovano in una condizione di fragilità e frammentazione fisica e sociale; una pratica che comporta l’azione di ricomposizione di spazi tra di loro separati da ostacoli fisici o da evidenti elementi di degrado. Nel caso di Porta Genova, ciò che occorre è il contrario di questo rammendo, poiché quello che davvero serve è preservaree la cesura fra le due parti del territorio, al fine di contrastare l’omologazione verso il peggio rappresentata dal dilagare del food&beverage in locali dalla vita quasi sempre effimera, dai nomi improbabili e dai richiami di imbarazzante stupidità (valga a esempio la scritta che campeggia sulla vetrina del bar che si trova di fronte a un’uscita della stazione della metropolitana: drink & food for italian lovers). Sequenze di ordinaria banalità e volgarità che mettono in ombra anche gli aspetti positivi che si possono incontrare lungo il tragitto tra la Darsena e gli edifici ex Ansaldo di Via Bergognone, sequenze di un breve viaggio dentro la città nel corso del quale non è possibile trovare nulla che non sia a pagamento: non un sorso d’acqua, non una panchina sulla quale riposare, salvo contendere il posto a sedere ai rider che stazionano nell’archetipo di urbanistica tattica del Piazzale Genova.
Cosa di più eversivo, per questo luogo, del realizzare qualcosa di gratuito, di assolutamente, spettacolarmente, programmaticamente gratuito? Impresa non facile da realizzarsi a Milano, una città dove servizi pubblici importanti come le piscine vengono chiusi oppure affidati alla gestione, a prezzi non propriamente “politici”, dei privati. L’unica eccezione a questo stato di cose è costituita dalle biblioteche comunali, che continuano a fornire il loro prezioso servizio a titolo del tutto gratuito. Il Sistema bibliotecario di Milano dispone di 24 biblioteche decentrate, quasi tutte situate nei quartieri periferici, con le uniche eccezioni della biblioteca del Parco Sempione e della biblioteca Venezia di Via Frisi.
Per raccontare della funzione positiva svolta dalle biblioteche distribuite nei quartieri e nei centri dell’hinterland milanese a partire dal secondo dopoguerra non sarebbe sufficiente un trattato. Basti ricordare che oggi, mentre si afferma sempre più tutto ciò che è virtuale e transitorio, questi spazi conservano quello che resta delle biblioteche cartacee (ma anche quelle di musica nonché i filmati su supporto fisico) con una tenacia che ad alcuni potrebbe sembrare anacronistica.
Come in un paesaggio in costante trasformazione e non sempre amico sorgevano nel xiii secolo i monasteri, luoghi della conoscenza dove era possibile leggere preziosi testi salvati e custoditi, così le piccole biblioteche di quartiere perseverano nella loro battaglia in difesa della lettura, non solamente offrendo la possibilità di leggere e consultare libri e giornali, anche in formato digitale, ma anche rendendo possibile assistere alla presentazioni di libri e partecipare a dibattiti, incontrare scrittori di romanzi e poesie per esplorare mondi letterari e intraprendere nuovi percorsi della conoscenza. Dunque, le piccole biblioteche, come grandi rifugi per quelle persone che non accettano di sprofondare nella palude dell’ignoranza arrogante e autoreferenziale.
Alla luce di queste considerazioni, quale migliore funzione per la ex stazione di Porta Genova di una biblioteca. Uno spazio dedicato alla cultura, gratuito, refrattario ai tentativi di glamour e ai tormentoni sonori del food&beverage. Uno spazio da contrapporre al degrado di una zona che fino a qualche decennio fa beneficiava di una ricca varietà di funzioni commerciali e artigianali e che adesso si sta trasformando in territorio di movida e di frettolose visite turistiche.
Sarebbe indubbiamente cosa migliore, tanto sotto il profilo dell’immagine quanto della narrazione del genius loci, accogliere i turisti che escono dalla stazione della metropolitana con un piazzale riprogettato con differente attenzione, a cominciare da una pavimentazione che non sia, come quella esistente, la giustapposizione incongrua di materiali diversi; un piazzale dove sul fronte dell’ex stazione fosse possibile leggere, in tante lingue diverse, la scritta Biblioteca. Non la venticinquesima di quartiere, bensì uno spazio pensato in primo luogo non soltanto per le persone della zona ma soprattutto per gli altri, italiani e stranieri, frequentatori abituali o visitatori di una sola volta. Un luogo dove sostare a riposare e a sfogliare, fisicamente o virtualmente, quotidiani e riviste di tutto il mondo, possibilmente fruendo del servizio di una piccola caffetteria dedicata esclusivamente ai frequentatori della biblioteca. Soltanto una minoranza degli abitanti della Città metropolitana è a conoscenza del fatto che, oltre alla consultazione del materiale cartaceo, il Sistema bibliotecario di Milano consente, via Internet, di accedere a oltre 7700 periodici pubblicati in moltissimi paesi del mondo, dall’Albania allo Zimbabwe, in lingue che vanno dall’Afrikaans allo Zulu.
Quello di cui si sente la necessità in questa parte della città è uno spazio di dialogo, concepito per accogliere l’italiano e lo straniero, un luogo naturalmente e programmaticamente predisposto alla collaborazione e alla progettazione di iniziative culturali con enti e istituzioni di altri paesi e di culture diverse.
È, inoltre, utile ricordare che a meno di 700 metri dal Piazzale Stazione Genova, al numero 56 di Via Tortona, si trova il Museo delle culture (MUDEC) aperto nel 2015, uno spazio che, nonostante il numero considerevole di visitatori, non registra un’affluenza paragonabile a quella di altre istituzioni museali come, ad esempio, la Triennale (nel 2024, 683.089 mila presenze contro 333.659 presenze del Museo delle culture, dati Regione Lombardia). La prossimità di una struttura in grado di fungere come sorta di suo foyer costituirebbe un contributo alla crescita dell’interesse verso il MUDEC, incoraggiando la visita delle esposizioni permanenti e delle mostre.
Milano, come riporta la stampa, è diventata la capitale mondiale dei ricchi (115 mila, 1 ogni 12 abitanti). Effetto della cosiddetta flat tax che, per ragioni diverse, ha trovato qui terreno fertile. È importante, tuttavia, ricordare che la grandezza di una città, come la storia insegna, non è determinata esclusivamente dalla ricchezza in denaro ma anche da quella dell’arte e del sapere. Non basta essere sede di importanti atenei per soddisfare questo requisito se alla loro presenza non si accompagna un tessuto fitto di luoghi dove questa cultura possa diffondersi, così come nel corpo umano le arterie distribuiscono il flusso sanguigno in mille capillari. Purtroppo non è quello che sta avvenendo a Milano. Per questa ragione investire in un progetto come quello cui si è accennato avrebbe il senso non soltanto di rigenerare un luogo come quello della Stazione Porta Genova che è stato simbolo di una fase importante della storia cittadina, ma soprattutto significherebbe recuperare quella natura di città ricca, colta, solidale che ne ha fatto per molti anni la capitale morale d’Italia.

