Un’intervista immaginaria ai pretendenti alla guida di Milano, alla ricerca di idee, programmi e visioni per il futuro della città.
UCTAT Newsletter n.93 – ottobre 2026
di Paolo Debiaggi
Si avvicinano le prossime elezioni amministrative milanesi e, come ormai accade da tempo, il dibattito politico sembra concentrarsi prevalentemente sulla ricerca dei candidati, sugli equilibri interni alle coalizioni, sulle alleanze possibili e sulle strategie per conquistare il consenso. Molto meno, almeno per ora, sulle idee, sui programmi e soprattutto sulla visione di città che ciascuno dei pretendenti alla carica di Sindaco dovrebbe essere in grado di proporre ai cittadini.
Non è una novità. La politica sembra aver progressivamente smarrito la capacità di elaborare progetti di lungo periodo, preferendo affidarsi alla comunicazione, agli slogan e a dichiarazioni di principio tanto rassicuranti quanto difficilmente contestabili. Chi potrebbe dichiararsi contrario a una città più verde, più inclusiva, più sicura, più attrattiva e più sostenibile?
Il problema è comprendere cosa si intenda realmente con queste parole e, soprattutto, attraverso quali scelte, strumenti e risorse si pensi di tradurle in risultati concreti.
Milano si appresta a concludere una lunga stagione amministrativa durante la quale è stata celebrata come modello di successo internazionale. Una città capace di attrarre investimenti, capitali, imprese, talenti e visitatori, di trasformare il proprio skyline e di conquistare una riconoscibilità che certamente non possedeva in passato.
Ma è stata altrettanto capace di migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti?
Negli anni abbiamo ripetutamente cercato di richiamare l’attenzione sulle contraddizioni di questo modello: la progressiva rinuncia al governo pubblico delle trasformazioni urbane, la centralità attribuita alla valorizzazione immobiliare, l’emergenza abitativa, la perdita di qualità e identità di una parte della città contemporanea, la crescente distanza tra l’immagine del successo e le difficoltà quotidiane di molti cittadini.
Questioni che non sono emerse improvvisamente con le recenti vicende giudiziarie dell’urbanistica milanese, e che non possono essere ridotte alla sola verifica della legittimità amministrativa dei singoli interventi. Prima ancora che giuridica, quella che abbiamo cercato di sollevare è una questione politica e culturale: quale idea di città ha guidato le trasformazioni di Milano?
Ora che si apre una nuova stagione elettorale, vorremmo conoscere le risposte di chi si propone di governarla. Immaginiamo allora di poter incontrare i diversi candidati, senza distinzione di appartenenza politica, per rivolgere loro alcune domande. Non per ottenere facili dichiarazioni di intenti, ma per comprendere se esistano davvero idee differenti sul futuro di Milano.
- Candidato Sindaco, perché dovremmo crederle?
Comincerei da una questione preliminare, che riguarda la credibilità di chi si appresta a chiedere il consenso dei milanesi.
Tra i possibili aspiranti alla guida della città vi sono, o potranno esservi, figure che hanno partecipato con responsabilità differenti alla stagione amministrativa che si avvia alla conclusione. Alcune potrebbero oggi proporre discontinuità rispetto a scelte che hanno contribuito a sostenere o realizzare.
Naturalmente non si può pretendere che un amministratore rimanga prigioniero delle proprie convinzioni. La capacità di riconoscere gli errori, di modificare le proprie valutazioni e di correggere una politica rivelatasi inadeguata dovrebbe essere considerata una qualità, non un difetto.
Ma un cambiamento di posizione diventa credibile quando è accompagnato da una spiegazione delle ragioni che lo hanno determinato e, quando necessario, da un’assunzione di responsabilità. Altrimenti rischia di apparire soltanto come un riposizionamento elettorale.
L’abbandono della pianificazione urbanistica come luogo di elaborazione, legittimazione e trasparenza delle scelte; l’ossessione per l’attrattività internazionale e per gli investimenti immobiliari; la crescita dei valori delle abitazioni fino a renderle inaccessibili a una parte crescente della popolazione; l’insufficiente attenzione al patrimonio residenziale pubblico; la fragilità delle politiche di adattamento climatico; le difficoltà della mobilità e della sicurezza urbana: non sono fenomeni comparsi negli ultimi mesi.
Sono questioni che hanno accompagnato l’evoluzione della città per molti anni, spesso mentre la narrazione dominante continuava a celebrarne quasi esclusivamente i successi.
E allora, candidato Sindaco, quale giudizio dà della Milano che erediterà? Quali scelte ritiene siano state sbagliate? Quali avrebbe contrastato? E, se ha avuto responsabilità nel determinarle, perché non lo ha fatto quando avrebbe potuto?
La credibilità di un programma non si misura soltanto nelle promesse che contiene, ma anche nella coerenza tra quelle promesse e la storia di chi le pronuncia.
- Quale città vorrebbe costruire?
Vorrei ora porle una domanda forse meno consueta nel dibattito elettorale, ma fondamentale per chi si candida a governare una grande città europea. Qual è il modello urbano a cui ambisce?
È quello che possiamo osservare in alcuni dei nuovi insediamenti di Cascina Merlata, dove l’intensità della densificazione e lo sviluppo in altezza sollevano interrogativi sulla qualità delle relazioni tra gli edifici, sulle distanze, sul soleggiamento, sulle visuali e sull’effettiva vivibilità degli spazi aperti?
Una sommatoria di architetture che sembrano cercare la propria riconoscibilità attraverso un repertorio di variazioni volumetriche, cromatiche e di facciata, senza necessariamente concorrere alla costruzione di un’identità urbana condivisa.
Un modello nel quale la grande struttura commerciale rischia di assumere una centralità che, nella città europea, era tradizionalmente affidata a una rete diffusa di attività di prossimità, servizi, piazze, strade e luoghi di relazione sociale.
Oppure il modello al quale guardare è quello della “bigness”, della grande dimensione architettonica e dell’edificio iconico, che ha contribuito a ridisegnare lo skyline milanese attraverso torri e landmark spesso più vicini all’immaginario delle downtown internazionali, delle nuove metropoli asiatiche e delle città del Golfo che alla tradizione urbana nella quale si inseriscono?
L’architettura come strumento di marketing territoriale, come prodotto di consumo visivo, come attrazione capace di generare quell’immancabile “effetto wow” che sembra essere diventato uno dei principali parametri di valutazione del successo di una trasformazione.
Non si tratta di rimpiangere nostalgicamente la Milano del passato, né di negare alla città il diritto di rinnovarsi e sperimentare nuove forme architettoniche. E neppure di contestare la densità urbana in quanto tale. La città europea storica è spesso straordinariamente densa, ma la sua qualità nasce dalla relazione tra edifici e spazi aperti, dalla compresenza delle funzioni, dalla continuità dello spazio pubblico e dalla prossimità dei servizi.
La questione è piuttosto comprendere se la densificazione sia l’esito di un progetto urbano consapevole oppure la conseguenza della ricerca della massima valorizzazione fondiaria.
Quale valore attribuisce, candidato Sindaco, alla nostra tradizione urbana e architettonica, alla profondità della storia che ha costruito i nostri luoghi e alla capacità della città europea di evolversi attraverso successive stratificazioni?
E quale significato riconosce a quella cultura urbanistica che, soprattutto nella stagione della costruzione della città moderna del secondo dopoguerra, aveva saputo affermare un principio fondamentale: la città non è una semplice aggregazione di edifici, ma un’organizzazione complessa di spazi, infrastrutture e servizi destinati a costruire una comunità.
Gli standard urbanistici introdotti alla fine degli anni Sessanta rappresentavano proprio questo. Non soltanto una dotazione quantitativa di verde, scuole, parcheggi e attrezzature collettive, ma l’espressione di un’ambizione politica e sociale: garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito e dal quartiere di residenza, l’accesso a un sistema di servizi capace di rendere effettivo il diritto alla città. Una cultura che certamente deve essere aggiornata alle esigenze contemporanee, ma i cui principi fondativi appaiono tutt’altro che superati.
Candidato Sindaco, crede ancora nella necessità di un progetto complessivo di città, oppure ritiene che Milano possa continuare a costruirsi attraverso la sommatoria di singole operazioni immobiliari?
- Che cosa intende per rigenerazione urbana?
Negli ultimi quindici anni Milano ha fatto della rigenerazione urbana uno dei propri principali manifesti politici e amministrativi. Una locuzione diventata talmente ricorrente nella comunicazione istituzionale da finire per identificare quasi qualunque operazione di sostituzione edilizia, densificazione o valorizzazione immobiliare.
Ma siamo certi che sia questo il significato di rigenerazione urbana?
La sua idea, caro candidato Sindaco, coincide con quella che ha accompagnato il cosiddetto “Modello Milano”, nella quale l’attrazione di capitali privati e la valorizzazione immobiliare sembrano aver costituito il principale motore delle trasformazioni, mentre il miglioramento delle condizioni di vita della comunità veniva presentato come una conseguenza quasi automatica?
Oppure si riconosce nella migliore tradizione europea delle politiche di rigenerazione, dove il punto di partenza non è la disponibilità di un’area da trasformare o l’interesse di un investitore, ma l’individuazione delle criticità sociali, economiche e ambientali di un territorio e dei bisogni dei suoi abitanti?
In questa seconda concezione, il recupero delle aree dismesse rappresenta uno strumento, non il fine della rigenerazione. Occorre una regia pubblica capace di comprendere il contesto, definire priorità, individuare obiettivi e orientare gli investimenti verso la soluzione dei problemi collettivi.
E occorre una partecipazione effettiva dei cittadini, non quella frequentemente ridotta a un esercizio di comunicazione nel quale si chiede alla comunità di esprimere opinioni su decisioni già sostanzialmente assunte.
Milano ha aderito negli anni a reti e programmi internazionali che promuovono innovazione urbana, sostenibilità e competitività. Ma quanto questi riferimenti hanno alimentato una visione autonoma dell’amministrazione e quanto, invece, sono diventati parte di una narrazione della città prevalentemente rivolta all’attrazione di investimenti?
Il problema non è certamente l’iniziativa privata. Senza investimenti privati sarebbe impensabile affrontare molte delle trasformazioni necessarie a una grande città contemporanea. Il problema è stabilire chi definisca gli obiettivi e a chi debbano essere destinati i benefici.
È il mercato immobiliare a dover suggerire alla città dove e come trasformarsi, oppure deve essere la città, attraverso le proprie istituzioni democratiche, a indicare al mercato dove, come e a quali condizioni investire? E quale parte del valore economico generato dalle trasformazioni deve tornare alla collettività che quelle trasformazioni rende possibili?
- Crede ancora nell’urbanistica?
Questa domanda potrebbe apparire provocatoria. Eppure, osservando le modalità attraverso le quali Milano ha affrontato molte delle proprie trasformazioni, non sembra affatto superflua.
La pianificazione urbanistica dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale una comunità, per mezzo delle proprie istituzioni rappresentative, definisce il futuro del territorio, individua priorità, stabilisce regole e rende trasparenti le scelte. Non una procedura burocratica da aggirare quando ostacola la rapidità degli investimenti, ma il luogo nel quale si costruisce e si legittima l’interesse pubblico.
Negli ultimi anni abbiamo invece assistito al progressivo affermarsi di modalità di trasformazione nelle quali il progetto immobiliare sembra frequentemente precedere il progetto urbano. L’occasione di investimento individua l’area, determina la quantità e la tipologia delle funzioni, propone l’assetto architettonico e soltanto successivamente si confronta con le esigenze collettive.
Una sorta di rovesciamento del processo di pianificazione.
Le recenti vicende giudiziarie che hanno interessato l’urbanistica milanese hanno riportato al centro dell’attenzione il tema della legittimità delle procedure. Una questione evidentemente essenziale, sulla quale spetta alle sedi competenti pronunciarsi.
Ma il problema politico è più ampio.
Anche una trasformazione formalmente legittima può essere urbanisticamente sbagliata, socialmente iniqua o ambientalmente inadeguata.
Candidato Sindaco, intende restituire alla pianificazione urbanistica il ruolo di guida delle trasformazioni della città? E, se sì, attraverso quali strumenti, quali competenze pubbliche e quali modalità di partecipazione e controllo democratico?
- Come intende affrontare l’emergenza abitativa?
Forse nessun altro fenomeno rappresenta con altrettanta evidenza le contraddizioni del successo milanese quanto la questione della casa.
La straordinaria attrattività economica della città ha contribuito ad alimentare una crescita dei valori immobiliari e dei canoni di locazione che ha progressivamente reso sempre più difficile abitarvi per una parte consistente della popolazione.
Non soltanto per le fasce sociali più fragili, ma anche per lavoratori, giovani, famiglie e categorie professionali che contribuiscono quotidianamente al funzionamento della città.
La risposta pubblica si è concentrata in larga misura sull’incentivare differenti forme di housing sociale e abitazioni a canone convenzionato, frequentemente realizzate attraverso iniziative private e strumenti finanziari dedicati. Interventi certamente utili per una parte della domanda abitativa, ma che non possono essere confusi con una politica organica di edilizia residenziale pubblica.
Il social housing, proprio per le condizioni economiche che ne rendono possibile la realizzazione e la gestione, tende a rivolgersi prevalentemente a nuclei familiari in grado di garantire una certa capacità reddituale. Rimane così aperta la questione di chi non possiede neppure i requisiti economici necessari per accedere a queste formule.
E allora, candidato Sindaco, quale ruolo attribuisce al patrimonio abitativo pubblico? Intende promuoverne il recupero, l’ampliamento e la manutenzione, oppure ritiene che la risposta al bisogno di casa possa essere affidata prevalentemente alla collaborazione con operatori immobiliari e finanziari?
E come pensa di contrastare un processo nel quale la valorizzazione della città finisce per rendere sempre più difficile la permanenza di una parte dei suoi abitanti?
Perché una città che attrae ricchezza ma espelle progressivamente chi non può permettersela dovrebbe interrogarsi sul significato stesso del proprio successo.
- Come pensa di adattare Milano al cambiamento climatico?
C’è una questione sulla quale non credo sia più possibile concedersi ulteriori rinvii.
Il cambiamento climatico non è più soltanto una previsione della comunità scientifica, né un argomento sul quale alimentare interminabili e strumentali contrapposizioni tra presunti allarmisti e negazionisti.
È una condizione con la quale i cittadini milanesi hanno già imparato, loro malgrado, a confrontarsi. Estati sempre più torride, ondate di calore prolungate, precipitazioni intense, allagamenti ed esondazioni costituiscono ormai esperienze ricorrenti della vita urbana.
Milano ha prodotto documenti programmatici, piani per il clima, dichiarazioni di intenti e adesioni a reti internazionali impegnate nella transizione ecologica.
Ma quanto di tutto questo si è tradotto in trasformazioni fisiche significative, capaci di incidere realmente sulla vulnerabilità climatica della città?
Quanta superficie impermeabilizzata è stata restituita al suolo naturale? Quale incremento effettivo della copertura arborea è stato realizzato? Quante strade e piazze sono state ripensate per contrastare le isole di calore? Quali interventi strutturali sono stati completati per migliorare la gestione delle acque meteoriche?
E che cosa intende fare per affrontare la fragilità di un sistema idrografico che abbiamo progressivamente nascosto, tombinato, costretto e dimenticato, salvo riscoprirne drammaticamente l’esistenza quando precipitazioni eccezionali mettono in crisi la rete di drenaggio e i corsi d’acqua?
Non possiamo continuare a considerare le esondazioni come fatalità meteorologiche inevitabili, né immaginare che la risposta possa essere affidata esclusivamente a opere di contenimento idraulico, pur necessarie.
Occorre recuperare una visione territoriale della gestione delle acque, restituire permeabilità ai suoli, costruire infrastrutture verdi e blu, recuperare ove possibile i sistemi idrografici e ripensare lo spazio urbano come parte di un più ampio sistema ecologico.
Candidato Sindaco, è disposto a fare dell’adattamento climatico un criterio ordinatore delle trasformazioni urbane, anziché una componente ambientale da aggiungere ai progetti quando tutto il resto è già stato deciso?
E, soprattutto, è disposto a indicare quali interventi intende realizzare, con quali risorse e in quali tempi, affinché tra cinque anni sia possibile misurarne concretamente i risultati?
- Vuole governare la mobilità o semplicemente ostacolare le automobili?
Da diversi anni Milano ha individuato nella progressiva limitazione dello spazio destinato alla circolazione automobilistica uno degli strumenti privilegiati della propria politica di mobilità sostenibile.
Riduzione delle carreggiate, nuove piste ciclabili, ampliamento degli spazi pedonali, limitazioni alla circolazione e aumento dei costi di accesso e sosta: misure che dovrebbero contribuire a ridurre il traffico privato, migliorare la qualità dell’aria e restituire spazio urbano ai cittadini.
Obiettivi certamente condivisibili.
Ma possiamo davvero pensare che questi provvedimenti producano una trasformazione strutturale della mobilità senza essere accompagnati da un potenziamento altrettanto significativo delle alternative al mezzo privato?
Milano non è un’isola.
Ogni giorno un numero enorme di persone raggiunge la città per lavorare, studiare e utilizzare servizi, provenendo da un territorio metropolitano nel quale la disponibilità e la qualità del trasporto pubblico sono tutt’altro che omogenee.
Possiamo pretendere che queste persone rinuncino all’automobile se non siamo capaci di offrire loro un’alternativa efficiente, capillare, affidabile e competitiva nei tempi di percorrenza?
E che dire della logistica urbana?
La diffusione del commercio elettronico e delle consegne a domicilio ha moltiplicato la presenza di furgoni e mezzi commerciali nelle strade cittadine. Una domanda di mobilità che non può essere eliminata con un divieto, né ignorata nella progettazione dello spazio stradale.
Il risultato è spesso una convivenza conflittuale tra automobili, biciclette, motocicli, mezzi pubblici, furgoni e pedoni, che si contendono spazi sempre più compressi.
Il problema non è stabilire se Milano debba ridurre il ricorso all’automobile privata. È evidente che debba farlo. Il problema è capire come rendere possibile, conveniente e desiderabile quella rinuncia, anziché limitarsi a rendere progressivamente più difficile l’utilizzo dell’automobile.
Quali investimenti intende promuovere, candidato Sindaco, per potenziare il trasporto pubblico alla scala metropolitana? Quale ruolo attribuisce al sistema ferroviario suburbano, ai nodi di interscambio, ai collegamenti trasversali tra i comuni dell’hinterland e all’integrazione tariffaria?
Come intende riorganizzare la distribuzione delle merci, la logistica dell’ultimo miglio e gli spazi necessari alle consegne? E soprattutto, intende recuperare una visione organica della pianificazione della mobilità, capace di integrare infrastrutture, servizi e trasformazioni urbane?
Perché la mobilità sostenibile non si realizza dichiarando guerra alle automobili. Si realizza costruendo una città e un territorio nei quali utilizzarle diventi progressivamente meno necessario.
- Che cosa significa costruire una città sicura?
La sicurezza urbana è diventata uno dei temi più controversi del dibattito milanese.
Per molto tempo l’amministrazione cittadina ha cercato di ridimensionare le preoccupazioni espresse dai cittadini richiamando le statistiche sulla criminalità e sottolineando la distanza tra i dati oggettivi e la percezione di insicurezza.
Successivamente, di fronte alla crescente attenzione pubblica per episodi di violenza e criminalità, il registro della comunicazione istituzionale è cambiato, con richieste di maggiore presenza delle forze dell’ordine, interventi del Governo e risorse aggiuntive.
Nessuno può ragionevolmente negare che il mantenimento dell’ordine pubblico e il contrasto alla criminalità siano responsabilità primarie dello Stato. Né si può pretendere che un’amministrazione comunale, per quanto efficiente, risolva autonomamente fenomeni sociali complessi, le cui cause superano ampiamente i confini cittadini.
Ma vorrei chiederle, candidato Sindaco, se questa rappresentazione del problema non rischi di eludere una parte importante delle responsabilità di chi governa Milano. Perché la sicurezza urbana non si costruisce soltanto aumentando le pattuglie, installando telecamere o intensificando i controlli.
Questi strumenti possono essere necessari e, in determinate situazioni, indispensabili. Ma non possono sostituire politiche capaci di intervenire sulle condizioni che alimentano marginalità, esclusione e conflittualità sociale.
Una città sicura è anche una città che sa prendersi cura dei propri abitanti, che garantisce servizi sociali accessibili, promuove politiche credibili di integrazione, investe nell’educazione e nella formazione, offre opportunità di lavoro e mette a disposizione spazi pubblici, attrezzature sportive e luoghi di aggregazione.
È una città che non abbandona interi quartieri alla progressiva perdita di servizi e presidi pubblici, salvo poi sorprendersi quando il disagio si manifesta anche attraverso fenomeni di degrado e insicurezza.
La sicurezza reale e quella percepita non coincidono necessariamente, ma entrambe incidono sulla libertà dei cittadini di vivere lo spazio urbano.
E naturalmente non tutti i fenomeni criminali possono essere ricondotti al disagio sociale. Per questo occorrono insieme prevenzione, contrasto dei reati, protezione delle persone vulnerabili e politiche di inclusione.
Quale ruolo attribuisce, candidato Sindaco, alle politiche sociali, educative, abitative e alla qualità dello spazio pubblico nella costruzione di una città più sicura?
Quali interventi intende promuovere nei quartieri più fragili?
Milano ama rappresentarsi come la città più avanzata e innovativa d’Italia. Non sarebbe proprio da una città con queste ambizioni che dovremmo aspettarci anche una capacità innovativa nell’affrontare le grandi questioni sociali contemporanee?
Non soltanto nuovi distretti dell’innovazione e nuove centralità immobiliari, ma nuovi modelli di welfare urbano, inclusione e costruzione della comunità.
Candidato Sindaco, quale idea di sicurezza intende perseguire? E quale parte di responsabilità è disposto ad assumersi, anziché limitarsi a indicare quelle che competono ad altri?
- Come intende esercitare il potere che i cittadini le affideranno?
C’è un’altra questione sulla quale vorrei conoscere le sue convinzioni, candidato Sindaco. Riguarda il modo stesso di governare la città, il funzionamento delle sue istituzioni democratiche e il rapporto tra amministrazione e cittadini.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva concentrazione delle decisioni nelle mani del Sindaco e della Giunta, spesso accompagnata dalla giustificazione della necessità di accelerare le procedure, semplificare i processi amministrativi e rispondere tempestivamente alle esigenze di una città in continua trasformazione.
La rapidità decisionale è certamente una qualità importante per una pubblica amministrazione. Ma siamo sicuri che possa essere considerata un valore indipendentemente dalla trasparenza delle scelte, dalla qualità del confronto e dalla legittimazione democratica delle decisioni?
Troppe volte questioni di rilevante interesse collettivo sembrano essere state affrontate prevalentemente all’interno dell’esecutivo comunale, attraverso percorsi decisionali che, pur nel rispetto delle competenze formalmente attribuite alla Giunta, hanno lasciato spazi limitati al confronto politico e pubblico.
Il Consiglio comunale, che dovrebbe rappresentare il luogo privilegiato del dibattito sulle grandi scelte strategiche della città, rischia così di vedere progressivamente ridimensionata la propria funzione di indirizzo e controllo.
Non si tratta di pretendere che ogni decisione amministrativa debba essere sottoposta a interminabili discussioni assembleari, né di confondere le competenze che la legge attribuisce ai differenti organi di governo. Ma esiste una differenza sostanziale tra utilizzare legittimamente gli strumenti amministrativi disponibili e trasformare la loro rapidità in un metodo ordinario per sottrarre le scelte più importanti al confronto democratico.
L’urgenza, la necessità di attrarre investimenti, la competizione con altre città e l’esigenza di non perdere opportunità economiche sono argomenti che abbiamo ascoltato frequentemente. Ma non vorrei che, dietro queste motivazioni, si finisse per considerare il dibattito pubblico un ostacolo anziché una risorsa, la trasparenza un rallentamento e la partecipazione democratica un adempimento del quale liberarsi il più rapidamente possibile.
La questione riguarda anche l’organizzazione territoriale del governo cittadino.
Quale ruolo attribuisce, candidato Sindaco, ai nove Municipi di Milano?
Dovrebbero rappresentare le istituzioni più vicine ai cittadini, capaci di intercettare i bisogni dei quartieri, conoscere le criticità locali, promuovere iniziative e concorrere alla definizione delle priorità amministrative.
Eppure, troppo spesso il loro ruolo appare marginale rispetto alle decisioni strategiche assunte centralmente, mentre le risorse e le competenze effettivamente disponibili sembrano insufficienti per esercitare una reale capacità di governo del territorio.
Intende rafforzarne l’autonomia, le responsabilità e le risorse? È disposto ad attribuire loro un ruolo effettivo nella programmazione degli interventi, nella gestione dei servizi di prossimità e nella definizione delle priorità di investimento?
E, soprattutto, come immagina di costruire un rapporto tra amministrazione centrale e Municipi che non si esaurisca in una semplice articolazione periferica del potere comunale?
Esiste poi una seconda scala di governo, altrettanto importante e forse ancora più trascurata: quella metropolitana.
Milano è il centro di un sistema urbano che supera ampiamente i propri confini amministrativi. Il mercato del lavoro, la mobilità quotidiana, le dinamiche abitative, le infrastrutture ambientali, la gestione delle acque e le trasformazioni economiche riguardano un territorio vastissimo, nel quale le scelte del capoluogo producono conseguenze ben oltre i suoi confini.
Eppure, la Città Metropolitana, che dovrebbe costituire uno dei principali strumenti di coordinamento e pianificazione di questo territorio, fatica ancora ad assumere un ruolo politico e amministrativo riconoscibile, adeguato alla complessità delle funzioni che sarebbe chiamata a svolgere.
Anche in questo caso, candidato Sindaco, quale progetto istituzionale intende sostenere?
Ritiene che Milano possa continuare a decidere prevalentemente entro i propri confini, oppure è disposto a promuovere una più forte capacità di governo metropolitano, attraverso strumenti condivisi di pianificazione, programmazione degli investimenti e gestione dei servizi?
Il problema, in definitiva, non è soltanto distribuire diversamente competenze e responsabilità. È comprendere quale idea di democrazia amministrativa debba accompagnare il governo di una grande città contemporanea.
Candidato Sindaco, ritiene che l’efficienza del governo urbano si misuri principalmente nella rapidità con la quale vengono assunte le decisioni, oppure anche nella loro capacità di interpretare i bisogni del territorio, costruire consenso, garantire trasparenza e rendere effettiva la partecipazione democratica?
E soprattutto, è disposto a rinunciare a una parte dell’accentramento decisionale per costruire un’amministrazione più aperta, nella quale Consiglio comunale, Municipi, istituzioni metropolitane e cittadini possano esercitare un ruolo realmente significativo?
Perché una città non diventa più democratica semplicemente dichiarando di voler ascoltare i propri abitanti. Lo diventa quando costruisce istituzioni, procedure e strumenti attraverso i quali quell’ascolto possa effettivamente incidere sulle decisioni.
- Saprebbe davvero amministrare Milano?
Vorrei concludere questa nostra immaginaria intervista affrontando una questione apparentemente meno affascinante delle grandi visioni sul futuro della città, ma forse ancora più importante per comprenderne le reali prospettive: la capacità di governare la macchina amministrativa comunale.
Milano è una città complessa, la cui amministrazione gestisce un bilancio di dimensioni paragonabili a quello di una grande impresa, dispone di migliaia di dipendenti, governa un patrimonio immobiliare e infrastrutturale enorme ed è responsabile, direttamente o indirettamente, di una molteplicità di servizi essenziali.
Chi si candida a guidarla dovrebbe possedere, oltre a una riconoscibile visione politica, capacità manageriali adeguate alla complessità dell’organizzazione che si appresta a dirigere. Dovrebbe conoscerne potenzialità e limiti, individuare le competenze disponibili e quelle mancanti, definire obiettivi misurabili, assegnare responsabilità, verificarne periodicamente i risultati e rendere conto con trasparenza ai cittadini.
Se volessimo ricorrere a un’analogia aziendale, il Sindaco potrebbe essere considerato una sorta di amministratore delegato della città, chiamato a rispondere del proprio operato a una platea di azionisti particolarmente esigente: i cittadini milanesi.
Con una differenza sostanziale, però.
Il Comune non è un’impresa e i cittadini non sono clienti. Il successo di un’amministrazione non può essere misurato attraverso la redditività dei servizi o la valorizzazione economica del patrimonio, ma attraverso la capacità di produrre benessere collettivo, garantire diritti e migliorare la qualità della vita.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un progressivo ricorso all’esternalizzazione di attività e servizi pubblici, spesso giustificato dalla necessità di ridurre i costi e recuperare efficienza.
Ma siamo certi che questo processo abbia sempre prodotto i risultati promessi?
La manutenzione del verde pubblico, la gestione di numerose attrezzature collettive e la conduzione di molti impianti sportivi sono affidate, attraverso differenti modalità, a soggetti esterni all’amministrazione.
Particolarmente significativo è il caso delle piscine e degli impianti sportivi pubblici che dovrebbero rappresentare un’infrastruttura fondamentale del welfare urbano, garantendo opportunità di attività fisica, educazione, salute e socialità accessibili a tutti.
Eppure, proprio questi servizi sono stati esposti a logiche di sostenibilità economica che rischiano di subordinarne la funzione sociale alla capacità di produrre ricavi, mentre parte del patrimonio impiantistico ha conosciuto chiusure, deterioramento e difficoltà di riqualificazione.
Analoghe considerazioni riguardano il patrimonio abitativo pubblico, che dovrebbe costituire uno degli strumenti principali per affrontare l’emergenza della casa, ma che rischia di essere interpretato sempre più come un portafoglio immobiliare da amministrare secondo criteri finanziari.
Non intendo sostenere che la gestione pubblica diretta sia sempre preferibile a quella affidata a operatori esterni. Sarebbe una semplificazione ideologica. Ma vorrei sapere se, prima di esternalizzare un servizio, l’amministrazione sia ancora in grado di valutarne il valore sociale, definirne gli obiettivi, verificarne i costi effettivi e misurarne la qualità.
Esternalizzare la gestione di un servizio non significa, e non deve significare, esternalizzare la responsabilità pubblica di garantirlo.
Anzi, una città che affida a soggetti esterni una parte crescente delle proprie attività dovrebbe rafforzare, non indebolire, le competenze tecniche, organizzative e di controllo della propria amministrazione.
Diversamente si corre il rischio di costruire una macchina comunale progressivamente svuotata della capacità di progettare, programmare e valutare, ridotta a gestire procedure, affidamenti e contratti, senza possedere più gli strumenti per orientarne realmente i risultati.
Quali funzioni ritiene strategiche e irrinunciabili per l’amministrazione pubblica, candidato Sindaco? Quali servizi intende gestire direttamente e quali affidare all’esterno? Con quali criteri effettuerà queste scelte?
E soprattutto, è disposto a impegnarsi affinché ogni anno i cittadini possano conoscere non soltanto quanto l’amministrazione abbia speso, ma quali obiettivi abbia raggiunto, quali servizi abbia migliorato, quali risultati non sia riuscita a conseguire e per quali ragioni?
Perché una città può anche disporre di grandi risorse economiche e attrarre investimenti internazionali, ma senza una pubblica amministrazione competente, autorevole e capace di esercitare il proprio ruolo di indirizzo rischia di perdere progressivamente il controllo del proprio futuro.
È chiedere troppo?
Questa nostra intervista immaginaria potrebbe continuare ancora a lungo.
Le questioni aperte sono numerose e certamente più complesse di quanto sia possibile rappresentare in poche pagine. Ma non era nostra intenzione costruire un programma amministrativo alternativo, né suggerire quale candidato sarebbe preferibile agli altri.
Vorremmo semplicemente che chi aspira a governare Milano dimostrasse di possedere una cultura della città, una visione del suo futuro, una conoscenza dei problemi e una consapevolezza delle responsabilità che intende assumersi.
Perché governare una città non significa soltanto promuoverne l’immagine, attrarre investimenti e accompagnare le trasformazioni che il mercato è disposto a finanziare. Significa interpretare i bisogni della comunità, individuare priorità, compiere scelte, assumersene le responsabilità e verificarne gli effetti.
Significa anche saper riconoscere gli errori, correggere le politiche che non funzionano e ricostruire quella capacità pubblica di orientare il futuro urbano che sembra essersi progressivamente indebolita. Abbiamo ascoltato per anni racconti sul successo di Milano. Abbiamo visto progetti, rendering, inaugurazioni, classifiche internazionali e dichiarazioni di ambizione.
Ora vorremmo ascoltare qualcosa di diverso: un’idea di città, una spiegazione degli errori commessi, un programma di governo credibile e la disponibilità a rispondere dei risultati.
È chiedere troppo a chi si candida a governare Milano?

