UCTAT Newsletter n.86 – FEBBRAIO 2026
di Paolo Aina
…chiese e chiostri; muri, porte, finestre e balconi; strade, lampioni e parchi; rotaie, cartelli e semafori; automobili, autobus, filobus e tram; musei, stazioni e ospedali, monumenti, statue equestri e targhe commemorative… e q. b. di Bramante, Filarete, Tibaldi, Richini, Piermarini, Amati, Pollak, Muzio, Piacentini, Zanuso, Viganò, Gardella, Raboni, Rossi, Koolhaas, Herzog e De Meuron, Schiaffonati…
“Like a hell-broth boil and bubble.” (Bolli e gorgoglia come un brodo infernale W. Shakespeare “Macbeth Atto 4, Scena 1)
Un testo difficile da decifrare anche per il francese Champollion che pure aveva dato una gran prova delle sue capacità. I geografi e gli architetti hanno cercato di spiegare questi fatti con l’Analisi urbana: un metodo di rilevamento delle forme dell’esistente costruito strade, piazze, forma degli isolati e tipologie edilizie. La descrizione dei fenomeni occupa volumi e volumi, la loro rappresentazione è bidimensionale, gli edifici sono scoperchiati, i cortili sono buchi e le vie faglie nel tessuto, qualche macchia verde qua e là.
Lì si è costruito nel… Là invece nel… Quelli sono isolati chiusi… Questi altri aperti…
Lì case a ballatoio… Vicini, ma non tanto palazzi signorili vicino alla chiesa in una piazza…un elenco e una rappresentazione che per quanto accurata alla fine non ci parla della città, anzi visto che più o meno tutte le città sono costruite in modo analogo mentre si adattano all’orografia: in pianura sono più “distese” in montagna più “rapprese” poco ci dice di questa città o meglio ce ne dà un’immagine muta e anodina.
Se queste categorie descrivono la città certo non ci fanno capire come mai le stesse cose diano vita a città diverse: i cortili in montagna paiono, forse lo sono, più angusti di quelli in pianura o al mare.
La diversità è data dai modi costruttivi e da come questi influenzino il vuoto che delimitano, lo arricchiscano e lo significhino.
Solo perdendosi nella città si può decifrarla, perdersi è un dimenticare, è un girare a caso, è un camminare senza meta, è un ascoltare il cuore della città e il proprio; non ragionare più per le categorie usuali nell’urbanistica e nell’architettura ma cogliere le differenze di clima, luce, e come questi abbiano modellato lo spazio soprattutto nelle parti antiche quelle dove la tecnica costruttiva era più varia e i materiali di uso comune avevano un’affinità con la natura circostante.
Solitamente è nelle parti antiche e nei quartieri in cui il progetto moderno si è fatto più attento e ha tenuto conto dello spirito del luogo dove, pur frammentando il costruito, ancora un po’ affiora l’identità della città dove si colloca e i miti che la innervano.
Forse è solo lì, negli spazi degli antichi e vecchi edifici, in questi relitti, tra queste rovine che possiamo fermarci a pensare di noi a pensare che il tempo non sia solo quello della fretta e del “non voglio perdere tempo” ma che lentamente, in qualche modo contribuisca a re-incantare le cose riportando aspetti rituali come osservare chi passa, chiacchierare del più e del meno in compagnia, rivolgere una parola a qualche sconosciuto, ritrovare un po’ di gioia o semplicemente far tacere le ansie.
Far rinascere l’umanità che ci caratterizza o solo l’illusione, “la favola bella” che la nostra umanità sia sopravvissuta e qualche Angelo la possa scorgere e ce la indichi. Se ci si imbatte nei progetti “modernissimi” decifrarli è sconfortante; nella maggior parte dei casi sono attori della “Città dello spettacolo”. Alcuni per qualche tempo restano nella Top Ten ma vengono scalzati presto da altri più belli e superbi che pria. La razionalità, in primo luogo, quella economica pretende che gli edifici dismettano il loro stato di permanenza secolare e li trasformano in oggetti di consumo immediato lo spazio si è trasformato in superficie e in asset monetizzabile che non vale nulla se dismette la privatezza della sua proprietà. Da qui gli ostacoli che la società ha nel reperire e far sistemare il vuoto degli spazi collettivi che in questo implacabile meccanismo economico non avendo valore ha perso anche senso.
Possiamo rifugiarci lì per ritrovarci?
Forse è proprio in qualche spazio insensato privo di un’utilità pratico-economica che ci si può ritrovare forse lì il tempo è più lento, forse ci si può stendere al sole e ammirare Anita Ekberg improvvisamente apparsa in una fontana dove qualche bambino si diverte a far navigare la sua barchetta che poi bisognerà recuperare dal centro dello specchio d’acqua.
Cose banali, cose normali che in questa enfasi del nuovo sempre più nuovo acquistano una valenza rivoluzionaria, sostanziano la speranza che vivere non è solo lavorare come schiavi vendendo il proprio corpo e il proprio tempo a qualche spietato Skynet che presto potrà fare a meno di noi e ci sostituirà. L’espulsione dell’umano dalla produzione di beni è già cominciata che almeno ci resti la speranza di una fuga, se non nelle isole felici almeno nel piccolo giardino sotto l’edificio all’avanguardia della tecnica provvisto di domotica in classe AAAAA dove le stanze sono celle, dove non si può piazzare un armadio, dove la lavatrice sta in un corridoio, dove non c’è uno sgabuzzino e non parliamo neppure di una cucina abitabile – cosa c’è di più moderno di un angolo cottura – però ci sono piccoli, minuscoli spazi collettivi dove fare yoga, correre sul tapis roulant e infilarsi in una piccola SPA.
Infine, per riprendere fiato vorrei ricordare che gli abitanti delle vecchie città si sfottevano e mi pare divertente molto divertente ricordare una filastrocca popolare che descrive con degli stereotipi le peculiarità dei cittadini di alcune città del Nord-Italia:
“Veneziani, gran Signori; Padovani, gran dotori; Visentini, magna gati; Veronesi… tuti mati; Udinesi, castelani co i cognòmj de Furlani; Trevisani, pan e tripe; Rovigòti, baco e pipe; i Cremaschi fa coioni; i Bresàn, tàia cantoni; ghe n é ncora de pì tristi… Bergamaschi brusacristi! E Belun? Póre Belun, te se proprio de nisun!”
Per non parlare poi dei “Torinesi falsi e cortesi” o dei milanesi laboriosissimi inclini, comunque, a pensare che “Milan l’è semper un gran Milan”.
