UCTAT Newsletter n.80 – luglio 2025
di Paolo Aina
È estate, fa caldo, molto caldo.
In città, in questa città, e in tutte le altre il fenomeno si accentua; il Ministero della Salute raccomanda di evitare l’esposizione diretta al sole nelle ore più calde, preferire ambienti freschi, bere molti liquidi, seguire una dieta leggera e utilizzare indumenti chiari e leggeri.
Gli ambienti sono freschi grazie agli impianti per l’aria condizionata, la tecnica risolve il problema della calura all’interno delle singole costruzioni ma per la legge del contrappasso tutta la frescura interna si ottiene sputando calore all’esterno e così le condizioni collettive peggiorano.
Capita a tutti, mentre si cammina, di attraversare sbuffi di aria calda soffiati con ostinazione da fessure invisibili.
Il refolo caldo fa combutta con il sole implacabile.
È meglio rifugiarsi da qualche parte dove non ci siano compressori, condensatori e evaporatori che eruttano sbuffi caldi.
Ma dove?
Dovunque cemento e vetro assolati, asfalto rovente.
Le città si espandono e si riscaldano tanto che si parla di “Isole di calore”. Questi arcipelaghi non hanno la frescura marina, non sono collegati da navi; sono uniti da altro asfalto più facile da percorrere delle rotte marittime ma bollenti nelle giornate estive.
Da nessuna parte si trova una Maison du Jouir da cui vedere l’oceano e respirarne la brezza.
Un abitare confortevole pare sia possibile solo applicando tecnologie edilizie che richiedono chilometri di tubi, chilometri di fili elettrici, migliaia di macchine che occupano uno spazio importante all’interno degli edifici ed esigono un impiego massiccio di energia: energia per scaldare, per raffrescare, per illuminare, per far funzionare i computer, per far salire e scendere gli ascensori, perfino per aprire le porte e per far scorrere l’acqua nei bagni.
L’impiego così sfrontato dell’energia ha permesso di costruire in qualsiasi situazione indipendentemente dall’ambiente in cui si trova l’insediamento che si tratti di un unico edificio, di un quartiere o di una città.
Il Dulcamara della tecnica permette un’onnipotenza che fa piazza pulita di qualsiasi ostacolo e allontana sempre di più dalla effettiva consistenza del mondo producendo effetti di devastazione ambientale, ma anche cambiando il modo di pensare: ne amplifica l’astrazione di conseguenza accade che le soluzioni non siano quelle più adatte ma siano quelle che corroborano le logiche della tecnica stessa.
La città e gli edifici sono immobili in un mondo che invece esiste muovendosi.
È inverno, fa freddo, molto freddo.
In questo tempo si riproduce, al contrario, il problema estivo.
Prima bisognava raffrescare ora bisogna riscaldare.
A ben pensarci bene questi due problemi assieme al ripararsi dalla pioggia sono i motivi che ci hanno spinto alla costruzione di ricoveri e ripari.
È il fuoco che fin dall’inizio ha provveduto a riscaldarci: scalda l’aria, scalda l’acqua che opportunamente convogliate si spargono negli ambienti abitati.
In realtà la facilità con cui si mettono in opera impianti di ogni genere ci sottomette a una tecnica/tecnologia invasiva che pretende di rendere migliore la nostra vita automatizzando anche i gesti che la maggior parte delle persone compiono senza fatica.
Ma la produzione di tutta questa energia ha la conseguenza di riscaldare l’atmosfera o inquinare l’aria ed ecco si ritorna alla calura estiva.
Per riscaldare il fuoco è l’elemento che viene utilizzato da mille e mille anni: riscalda l’acqua o l’aria che poi viene redistribuita nelle costruzioni; la combustione di biomasse o gas o petrolio inquina l’atmosfera e rende l’aria cittadina puzzolente e velenosa.
Nebbie oleose e smog come nella Londra dove Sherlock Holmes e il Dott. Watson risolvevano con facilità i più efferati delitti.
È in qualche misura sconfortante capire che le azioni umane hanno mano a mano reso l’ambiente meno abitabile e come la speranza di una facilità di vita scompensino un equilibrio che si era sistematizzato nel corso del tempo.
Forse si può rimediare, un po’, ricorrendo a considerazioni che prendono in esame la forma degli edifici, il loro orientamento in poche ed enfatiche parole il loro e il nostro “essere/stare” sulla Terra.
L’intelligenza collettiva ha affrontato questi problemi confrontando forme e soluzioni adatte al luogo dove si decideva di costruire.
Gli stessi materiali, fatti salvi casi eccezionali, appartenevano al luogo: in montagna pietre e legno, in pianura argilla e legno.
Balzano agli occhi le differenze locali osservando i tetti.
L’Abate Laugier nel suo “Essai sur l’architecture” illustra l’invenzione del tetto a falde e Y. Friedman ne “I tetti” mostra coperture diverse per 440 pagine.
Sostanzialmente le tradizioni costruttive sembrano/appaiono anche alla vista meno distruttive.
Detto ciò non credo sia possibile tornare semplicemente a costruire come i nostri antenati occorre però essere a conoscenza delle loro abilità e della loro esperienze.
Un esempio positivo di questo discorso è l’approccio di Le Corbusier a Chandrigarh dove per alcuni edifici che ha progettato adotta un sistema di ventilazione del tetto per mitigare la calura indiana anche J. Prouvè si cimentò con l’ambiente progettando la “Maison Tropicale” per le colonie francesi in Africa.
Non ebbe successo perché chi doveva abitarla non volle farlo.
Per concludere mi servo di una parafrasi del titolo:
C’est pas facile construireenza a clan.


