Che fine ha fatto la Smart City?

UCTAT Newsletter n.89 – maggio 2026

di Roberto Bolici

Per oltre un decennio la Smart City è stata una delle narrazioni più potenti dell’innovazione urbana. Sensori, dati, piattaforme digitali, infrastrutture intelligenti, automazione dei servizi, ecc., un lessico che per anni ha alimentato l’idea che il futuro delle città dipendesse soprattutto dalla loro capacità di diventare sempre più tecnologicamente avanzate.

Poi, quasi improvvisamente, il termine è uscito dal centro del dibattito pubblico, o meglio, ha smesso di occupare quella posizione dominante che aveva conquistato tra gli anni Duemila e la metà degli anni 2010.

Che fine ha fatto, dunque, la Smart City?

La risposta più corretta è probabilmente questa, “la Smart City non è scomparsa”. Piuttosto, ha attraversato un processo di trasformazione che ne ha profondamente modificato significato, obiettivi e priorità.

Ed è interessante notare come questa trasformazione fosse già, almeno in parte, inscritta nelle contraddizioni originarie del concetto stesso. In Progettare la Smart City. Dalla ricerca teorica alla dimensione pratica, edito da Maggioli, scritto con Luca Mora nel 2016 – allora neo Dottore di ricerca del Dottorato in Progetto e Tecnologie per la Valorizzazione dei Beni Culturali del Politecnico di Milano, sviluppato presso il Dipartimento BEST e il Polo Territoriale di Mantova, con il Prof. Fabrizio Schiaffonati nel ruolo di Coordinatore del Dottorato, la Prof.ssa Elena Mussinelli come Tutor e il sottoscritto, il Prof. Nicos Komninos e la Prof.ssa Donatella Sciuto come Supervisors – emergeva chiaramente come il tema della Smart City fosse caratterizzato da una forte frammentazione teorica e da visioni profondamente divergenti.

Quel lavoro nasceva all’interno delle attività di ricerca sviluppate nel Laboratorio mantovano TEMA del Polo Territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, un contesto che in quegli anni affrontava il tema dello sviluppo urbano digitale con uno sguardo critico e interdisciplinare, grazie al contributo dei Professori Fabrizio Schiaffonati, Elena Mussinelli, Daniele Fanzini e di altri studiosi coinvolti nel dibattito.

Da una parte si stava affermando una lettura fortemente tecno-centrica della città intelligente, la città come infrastruttura digitale integrata, governata da dati, reti e piattaforme. Dall’altra emergeva invece un approccio più olistico, nel quale la tecnologia rappresentava solo uno degli elementi necessari per migliorare qualità della vita, sostenibilità, partecipazione e inclusione sociale.

Questa tensione ha accompagnato tutta l’evoluzione del “paradigma Smart City”.

Negli anni iniziali, la componente tecnologica ha dominato il racconto, tant’è che la rivoluzione digitale sembrava offrire una risposta quasi automatica alle inefficienze urbane (mobilità, energia, sicurezza, gestione dei servizi e monitoraggio ambientale). Si parlava allora di “sviluppo urbano digitale”, cioè dell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione come leva per affrontare problemi urbani complessi e sostenere uno sviluppo sostenibile.

Quella fase storica era alimentata da una fiducia molto forte nelle possibilità offerte dalla digitalizzazione. Internet of Things, Big Data, sensoristica diffusa e reti intelligenti lasciavano immaginare città capaci di diventare più efficienti, più sostenibili e persino più “consapevoli” di sé stesse. La trasformazione veniva descritta come una “rivoluzione rapida e silenziosa”, destinata a modificare profondamente il funzionamento degli ambienti urbani.

Ma nel tempo sono emersi anche i limiti di quella visione. Molti progetti smart sono rimasti confinati a sperimentazioni isolate, in altri casi la tecnologia è stata introdotta senza una reale integrazione con i bisogni delle comunità locali. È diventato evidente, soprattutto, che raccogliere dati non significa automaticamente produrre benessere urbano.

Già allora veniva sottolineato come le città contemporanee fossero attraversate da crisi molto più profonde della sola inefficienza tecnologica, vedi crisi ambientali, sociali ed economiche. E infatti, negli anni successivi, il dibattito urbano ha progressivamente cambiato linguaggio.

Oggi si parla molto meno di Smart City e molto di più di città sostenibili, resilienza urbana, neutralità climatica, inclusione, transizione ecologica, adattamento climatico, salute urbana e qualità dello spazio pubblico.

Non perché la tecnologia abbia perso importanza, ma perché è cambiata la gerarchia delle priorità.

La vera consapevolezza maturata negli ultimi anni è che l’innovazione urbana non può essere solo tecnologica. Deve essere anche sociale, ambientale, culturale e politica.

In questo senso, la Smart City ha probabilmente attraversato un processo di maturazione. È uscita dalla stagione delle promesse tecnologiche assolute per entrare in una dimensione più concreta, dove la tecnologia torna a essere uno strumento e non il fine.

Ed è forse proprio questo il punto più interessante. In quella ricerca sostenevamo che una città intelligente non dovesse essere smart in maniera fine a sé stessa, ma capace di utilizzare le tecnologie per migliorare concretamente il benessere collettivo e affrontare le criticità ambientali, economiche e sociali.

Oggi quella riflessione appare ancora attuale.

Le città più avanzate non sono necessariamente quelle con più sensori o più piattaforme digitali, ma quelle che riescono a integrare tecnologia, governance, sostenibilità e qualità della vita in una visione coerente di trasformazione urbana.

In altre parole, la Smart City oggi non rappresenta più l’obiettivo finale della trasformazione urbana, ma uno dei livelli che la compongono, una dimensione tecnologica integrata dentro processi molto più ampi legati alla sostenibilità ambientale, alla resilienza e alla qualità della vita urbana.

D’altronde, la tecnologia è diventata una commodity, molte soluzioni smart sono ormai infrastrutture ordinarie della città contemporanea, come i sensori ambientali, la gestione intelligente del traffico, l’illuminazione adattiva o il monitoraggio energetico.

Parallelamente, la sostenibilità climatica ha progressivamente sostituito la centralità della smartness, oggi gran parte delle città investe nel digitale per ridurre emissioni, migliorare l’efficienza energetica, monitorare consumi e supportare la mobilità sostenibile.

Nel frattempo, si è compreso che i dati, da soli, non sono sufficienti. Il focus si sta infatti spostando dalla semplice raccolta alla capacità di integrarli, governarli, renderli interoperabili e utilizzarli per decisioni pubbliche efficaci.

Allo stesso tempo, anche la comunità è tornata centrale. Le esperienze più avanzate lavorano oggi su partecipazione digitale, co-creazione dei servizi, urban living labs e inclusione digitale.

Tutto questo potrebbe far pensare che la stagione della Smart City si sia progressivamente esaurita o dissolta dentro paradigmi più ampi legati alla sostenibilità e alla resilienza urbana. In realtà, non è esattamente così. Piuttosto, il paradigma sta entrando in una nuova fase evolutiva.

La nuova stagione della città intelligente passa dall’AI

Negli ultimi anni, l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa e dei sistemi predittivi avanzati sta riaprendo il dibattito sulla Smart City in una forma completamente nuova.

Le città stanno già sperimentando gestione predittiva della mobilità, simulazioni urbane in tempo reale, digital twin urbani, manutenzione predittiva, pianificazione urbana assistita da algoritmi e monitoraggio ambientale automatizzato. Per la prima volta, però, non si tratta soltanto di raccogliere dati o automatizzare servizi, l’obiettivo diventa interpretare dinamicamente la complessità urbana e supportare processi decisionali sempre più articolati.

Rispetto alla prima stagione della Smart City esiste tuttavia una maggiore cautela. Nel frattempo, infatti, le città hanno imparato che l’intelligenza urbana non coincide automaticamente con l’automazione tecnologica e che nessuna infrastruttura digitale può sostituire la dimensione sociale, politica e culturale dello spazio urbano.

Ed è forse proprio questa la vera eredità lasciata dalla Smart City, aver compreso che la tecnologia, da sola, non rende intelligente una città. Può però diventare uno strumento straordinario se integrata dentro una visione urbana più ampia, capace di mettere al centro sostenibilità, qualità della vita e benessere collettivo.

Minicar floreale, foto di INVICEM