UCTAT Newsletter n.90 – giugno 2026
di arch. Roberto Valmassoi
Negli anni Cinquanta e Sessanta nasce il quartiere Forlanini, un complesso di edifici realizzato dall’Istituto Autonomo Case Popolari di Milano. In breve tempo esso diviene un’area caratterizzata da una equilibrata densità residenziale e da ampi spazi verdi.
Sono gli anni del grande afflusso di famiglie provenienti dall’Italia meridionale in cerca di lavoro. Queste famiglie portano con sé tutto ciò che è possibile: figli, genitori e nonni, spesso con l’intenzione di non fare più ritorno ai paesi d’origine.
Nel 1958 il Comune di Milano, di fronte alla continua espansione della città, elabora un nuovo piano regolatore che individua aree destinate all’edilizia residenziale, al verde pubblico, ai centri sociali e alla costruzione di nuove chiese.
Nel frattempo il Concilio Vaticano II (1962-1965) definisce nuovi indirizzi per l’organizzazione dello spazio liturgico. Emergono così nuovi orientamenti progettuali e si assiste al progressivo abbandono del modello tradizionale, ordinato e composto, anche su impulso del cardinale Giovanni Battista Montini e grazie all’impiego di nuovi materiali, in particolare il cemento armato.
Viene inoltre costituito un Centro Studi di Architettura per la Comunità Cristiana, collegato al Comitato per le Nuove Chiese.
Per il quartiere Forlanini, sul terreno destinato alla costruzione della nuova chiesa con le relative opere parrocchiali, nel 1961 viene presentato un primo progetto dell’architetto Metgez. L’edificio si configura come un parallelepipedo di 28 metri di lunghezza, 33 metri di larghezza e 13 metri di altezza. Esso si sviluppa su un piano rialzato di 3,50 metri, consentendo di collocare al livello seminterrato le opere parrocchiali.
Lo spazio sacro è concepito come un’unica navata. Nel 1962 viene presentato il progetto definitivo e particolareggiato. Le strutture portanti in cemento armato risultano particolarmente imponenti, con travi principali e secondarie sagomate e lasciate a vista.
Dopo aver superato tutte le fasi di esame e approvazione, il progetto viene tuttavia respinto dalla Commissione Edilizia del Comune di Milano, che lo giudica eccessivamente schematico, pesante e imponente. L’architetto contesta il giudizio della Commissione e non apporta alcuna modifica al progetto. Il 13 settembre 1963 arriva la bocciatura definitiva da parte del Comune. Sono momenti di grande tensione: vi è urgenza di rispettare la data fissata per la presentazione a Roma del progetto completo.
Alla fine dell’anno Gardella riceve l’incarico, in sostituzione dell’architetto Metgez, per la progettazione della nuova chiesa di San Nicolao della Flüe. In quel periodo stava già lavorando alla nuova chiesa di San Enrico a San Donato Milanese. Si tratta di due realtà profondamente diverse.
Gardella ha cinquantasette anni e, tra i numerosi impegni professionali, è docente di Composizione Architettonica presso la Facoltà di Architettura di Venezia. Il primo incarico per la chiesa di San Enrico risale al 1962. Il terreno destinato alla costruzione si trova ai margini della zona Metanopoli, allora immersa nella campagna aperta.
Io la vidi nel 1967: appariva isolata e con scarsi collegamenti con il centro abitato. Oggi è circondata da aree verdi pubbliche, opere parrocchiali ed edifici residenziali di sette piani. È dedicata alla memoria del presidente Enrico Mattei.
Si tratta di una chiesa di piccole dimensioni, a navata unica. Le pareti laterali, poste a destra e a sinistra dell’asse centrale, si sviluppano secondo un andamento scalare: dalla zona d’ingresso lo spazio si amplia progressivamente fino alla metà della navata, per poi restringersi nuovamente in prossimità dell’abside. Tale spazio è definito da pareti verticali in cemento armato, realizzate con tre getti sovrapposti. Questi pannelli rigidi sono interrotti, nella parte inferiore, da finestre continue che consentono l’ingresso della luce, mentre nella parte superiore ampie aperture si sviluppano fino al piano sottotetto della copertura.
L’equilibrio statico di queste pareti, particolarmente massicce, è affidato a sottili pilastrini di appoggio. Non vi sono pilastri tradizionali. Il tetto, leggermente inclinato, è rivestito internamente con listelli di legno.
Non vi sono decorazioni e non sono previsti spazi per il confessionale o per il fonte battesimale. L’edificio colpisce per il movimento delle pareti a tutta altezza, percepibile sia all’interno sia all’esterno. La luce naturale è sufficiente durante il giorno, mentre nelle ore serali l’illuminazione è garantita da numerosi fari collocati a filo del sottotetto.
La zona absidale richiama, per impostazione, le absidi tradizionali. Il cantiere viene concluso nel 1965. Tuttavia, questa estrema pulizia compositiva appare priva di una significativa componente spirituale. Tale impostazione può essere considerata il riflesso della formazione ingegneristica di Gardella, laureatosi in Ingegneria al Politecnico di Milano nel 1928 e successivamente, nel 1949, in Architettura presso l’Università di Venezia. Per lungo tempo lavorò al fianco del padre, anch’egli ingegnere.
Esisteva inoltre uno stretto rapporto con la famiglia Borsalino di Alessandria. Nel 1933 Gardella sposò una Usuelli, nipote dell’industriale Teresio Borsalino, rafforzando ulteriormente il legame tra le due famiglie. Per la chiesa di San Nicolao della Flüe, della quale aveva ricevuto l’incarico nel 1963, Gardella avviò un intenso percorso progettuale caratterizzato da continui ripensamenti, sviluppati attraverso schizzi e studi preliminari. Prima di giungere alla soluzione definitiva si susseguirono tre differenti fasi progettuali.
Questo era il metodo dichiarato dallo stesso Gardella, soprattutto quando si trovava ad affrontare temi particolarmente complessi: non un’unica intuizione risolutiva, ma un processo di ricerca articolato e progressivo. La prima fase progettuale risente dei modelli già applicati alla chiesa di San Enrico, in particolare per il sistema di illuminazione naturale, ottenuto mediante aperture orizzontali continue e strette fessure verticali.
Purtroppo, data l’esiguità del terreno disponibile, comprensivo anche delle opere parrocchiali, nasce la necessità di collocare i locali dell’oratorio al di sotto del piano della chiesa. Dagli schizzi preliminari emerge l’intento di realizzare uno spazio sacro che si rastrema progressivamente verso il presbiterio, sopraelevato e coperto da un tetto a spioventi.
Con la seconda fase progettuale si passa invece a un impianto rettangolare, suddiviso da tre volumi cubici che consentono l’illuminazione dall’alto. Rimane costante la presenza dei locali dell’oratorio sotto la chiesa, così come l’accesso all’edificio mediante una gradinata principale e quattro ingressi laterali, necessari per superare il dislivello tra il piano di campagna e il piano della chiesa.
Il contesto urbanistico, tuttavia, è profondamente diverso da quello di San Enrico, essendo qui presenti edifici residenziali in fase di costruzione. Mentre si sviluppava questo progetto, l’architetto Giovanni Michelucci stava completando la Chiesa dell’Autostrada del Sole (1960-1964), opera di grande suggestione luminosa in cemento armato che richiama simbolicamente l’immagine biblica della grande vela. Già nel 1955 Le Corbusier aveva realizzato la cappella di Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp, anch’essa caratterizzata da una forte ricerca espressiva della luce. Si tratta di opere uniche che stimolano nuove riflessioni progettuali.
La terza fase corrisponde sostanzialmente alla soluzione realizzata: una pianta perfettamente rettangolare e simmetrica, con una lunghezza di 52 metri, una larghezza di 24 metri e un’altezza di 17 metri. In una prima ipotesi la copertura avrebbe dovuto consentire il filtraggio della luce naturale all’interno; tuttavia, nella relazione successiva presentata alla Curia, compare la soluzione definitiva di una grande vela continua, sostenuta da pilastri e priva di aperture.
La copertura viene così interpretata come una grande tenda, richiamando la tradizione ebraica dell’accoglienza e della protezione durante l’Esodo. In scala più ridotta, essa può essere letta anche come simbolo dell’esodo dei migranti italiani verso il Nord, accolti e protetti in un edificio religioso concepito come tenda spirituale per il popolo.
Gardella sottolinea la significativa semplicità del progetto e distingue due differenti spazi: quello della navata centrale, protesa simbolicamente verso il cielo, e quello delle navate laterali, caratterizzate da una dimensione più raccolta.
Tuttavia, le navate laterali, nella tradizione architettonica, possiedono generalmente una profondità e una articolazione spaziale tali da costituire ambienti di notevole respiro, spesso pari a circa metà della larghezza della navata centrale. Ciò consente l’inserimento di immagini sacre, cappelle e altri elementi di carattere religioso lungo le pareti longitudinali. In questo caso, invece, esse assumono maggiormente il carattere di corridoi di passaggio, sui quali si affacciano anche le scale laterali oggi non più utilizzate.
Il 19 marzo 1970 la chiesa viene inaugurata. Il dislivello tra il piano terreno e il piano d’ingresso rimane però un problema significativo, risolto solo in parte mediante l’installazione di un ascensore di dimensioni ridotte. Anche la scala monumentale di facciata, percorribile con difficoltà e poco sicura sia in salita sia in discesa, non contribuisce a migliorare l’aspetto estetico dell’insieme.
Si sarebbe forse potuto intervenire con rampe rettilinee o curve poste ai lati della scalinata esistente, trasformando un elemento oggi percepito come rigido e poco accogliente in un segno architettonico maggiormente coerente con il concetto di ospitalità.
Lo spazio interno della chiesa è essenziale, con la copertura sostenuta da una struttura in cemento armato. In una fase iniziale essa era stata concepita come un albero, con ramificazioni culminanti in un profilo curvilineo. La copertura, inizialmente concepita come una cupola illuminata dall’alto, si è trasformata in una volta a botte cieca. Nel progetto non emerge mai un riferimento esplicito al fedele, al popolo cristiano che dovrebbe costituire l’elemento centrale della spiritualità religiosa.
L’architettura residenziale e quella industriale si avvalgono dell’organizzazione dello spazio interno in funzione delle esigenze dell’uomo. L’architettura religiosa, invece, dovrebbe stimolare la dimensione spirituale del visitatore, aiutandolo ad avvicinarsi al mistero della vita.
La chiesa di San Nicolao, attraverso la ricerca formale della grande vela, tende simbolicamente ad ampliare lo spazio della comunità. Essa cerca di ricucire un tessuto sociale e culturale profondamente sofferente attraverso il concetto dell’accoglienza.
Conclusioni
Il fedele, da solo o con la propria famiglia, dopo aver affrontato una salita impegnativa lungo una scalinata poco invitante per superare i quattro metri di dislivello, entra in un ambiente scarsamente illuminato dalle finestre a nastro presenti lungo tutte le pareti laterali. In una giornata di sole manca un vero gioco di luci e ombre. La luce solare, nella tradizione cristiana, rappresenta simbolicamente il Regno celeste di Dio.
L’edificio esprime una notevole semplicità compositiva, ma evidenzia una carenza di riferimenti cristiani. Mancano i richiami ai principi del Concilio Vaticano II, che invitava ad aprire la Chiesa al dialogo con il mondo moderno, a dare maggiore centralità alla Bibbia e a utilizzare una luce naturale più generosa per favorire un senso di vicinanza alla comunità.
Non vi è una vera abside e manca la percezione di un percorso processionale verso l’altare. L’altare celebrativo e una piccola croce di Cristo Redentore non assumono il ruolo centrale che ci si attenderebbe. La sagrestia occupa una posizione predominante nello spazio absidale, presentandosi come un volume chiuso con una semplice porta di accesso. La sua collocazione, posta sull’asse prospettico principale, appare poco felice.
Il fonte battesimale, realizzato successivamente, è collocato a metà della navata laterale. Manca inoltre uno spazio specificamente destinato alle confessioni. La grande vela che costituisce il tema principale del progetto è difficilmente percepibile all’interno dell’edificio; occorre ricercarla nei dettagli architettonici. Non possiede la forza evocativa della vela di Giovanni Michelucci né quella delle opere di Le Corbusier.
La sagrestia non si configura come un elemento autonomo e finisce per occupare lo spazio tradizionalmente destinato all’abside. L’interno, caratterizzato da pilastri curvilinei di notevoli dimensioni, orienta lo sguardo verso la volta a botte. La vela, invece, dovrebbe suggerire un senso di accoglienza e di protezione, accompagnando simbolicamente il visitatore.
A causa di problemi di impermeabilizzazione, il materiale originariamente previsto per la copertura è stato successivamente sostituito con lastre di rame. Questa soluzione, pur garantendo una maggiore durabilità nel tempo, attenua il valore simbolico della vela, sia per il diverso colore del rivestimento sia per la suddivisione in pannelli metallici con bordi chiusi e ampi canali di gronda. Nel complesso permane un’immagine architettonica che difficilmente richiama i caratteri tradizionali dell’edificio religioso.
Nota
Potrebbe essere interessante valutare un intervento volto ad aumentare l’illuminazione naturale, riducendo le attuali zone d’ombra, e inserire nello spazio absidale una statua di Cristo Redentore, accompagnata da una parete di fondo completamente trasparente.

