UCTAT Newsletter n.86 – FEBBRAIO 2026
di Marino Ferrari
Decifrare la Città è un tema; mi ricorda le vicissitudini scolastiche, titolo, introduzione, svolgimento e conclusione. Sinceramente credo di aver introdotto qualche tempo fa alcune modeste considerazioni a proposito di analisi della città, sulla sua formazione, sul suo “divenire” svicolando sopra gli schemi accademici che hanno formato sia Architetti che Urbanisti. Entrambi, sotto le spoglie neanche tanto mentite, hanno prodotto, nei migliori casi e fortemente legati alle specifiche discipline, esempi che hanno effettivamente marcato lo sviluppo urbano rendendolo interessante, non intellettualmente, ma concretamente. Decifrare la città effettivamente è un tema come del resto oggi si “ama” dire in ogni dialogo e contesto; ma la Città contemporanea è un problema e di questo problema sono perfettamente chiari tutti i presupposti: trovare le cifre della città (credo di non dire baggianate) è l’argomentare delle analisi. Mi risulta che l’architettura e l’urbanistica siano da tempo decedute dentro la loro grande produzione (potrebbero essere implose). L’architettura si è mostrata alla fine una bella edilizia e l’edilizia, checché se ne dica, si è formata e si forma sempre con indicazioni (che con rigurgito chiamo filiera o semplicemente imposizione commerciale) relative agli schemi della sua produzione: componenti assemblati rispettando un criterio che si conclude in una forma. Altro che quinto o sesto o decimo ciclo produttivo! E qui, per chi lo voglia (anche se mi risulta che qualcuno lo abbia fatto) il materiale decifrabile abbonda. L’urbanistica, impastoiata nelle norme e regole anche vetuste dipana la sua matassa, cerca ovviamente di rifarsi con la legislazione regionale e locale e va detto, per quanto intuisco, la lana ed il filato lo procurano la speculazione edilizia e la sana (sic) politica amministrativa. Se prendo un capo della matassa (e tutto lì si tiene) scopro che i fili sono tanti e variegati, che permettono di realizzare tanti bei capi di abbigliamento ma la matassa è sempre quella. Non partire da questa matassa si perpetuano gli errori e limiti sin qui condotti, non solo nelle analisi che risultano non esaustive, ma nello stato di fatto “materiale”, la città nel suo complesso, macchina arrugginita ed impropria, disadatta ad ogni sia pure tenue forma di equilibrio. Si può insistere per cogliere la “cifra” della bellezza urbana? Benissimo, sulla base di quale fondamento, quello soggettivo considerando che la città è un “fatto materiale complesso”, come del resto lo era l’architettura e oggi più che mai lo è l’edilizia, ma entrambe hanno una forma e la bellezza passa attraverso la forma? Tentando di individuare parti che si possono rientrare in una visione (estetica, esteriorità, design?) ma che rimane parziale, specifica di quella parte (infatti la famosa architettura ne ha segnato percorsi e risultati e non ha risolto i problemi ma li ha semplicemente descritti)? Oppure entrare nel merito dei rapporti sociali, quelli che dovrebbero governare i “metodi di vita” dentro la complessità produttiva di tutto, ma veramente di tutto ciò che ci circonda? E rapporti sociali indotti o maturati dalle “famose” consapevolezze? O soffermarsi sull’arida sponda dei consumi pavoneggiati da pochi a dispetto dei molti che consumano in parte per vivere, in parte per servile imitazione di rapporti sociali ibridi nei migliori dei casi, in parte ancora per vivere (poveretti noi) nella imitazione virtuale delle molteplici ed articolate felicità spettacolari, confuse con la Gioia dai valori universali? Dove tutto, ma veramente tutto ha una produzione propria che segue regole proprie ma che non appartengono ai cittadini (quelli che nell’urbanistica si definivano fruitori) ma a chi trattiene il nocciolo della produzione? Mi pare di aver accennato un tempo nelle nostre NL la possibilità di interpretare l’architettura urbana usando “la sua autopsia”, andare dalla forma della città alla molecola della sua parte e poi all’atomo dei suoi spazi sia interni che esterni (pubblici o privati). Questo non solo per comprendere il processo produttivo (suo ovviamente) ma per comprendere le ragioni della sua natura in relazione al contesto in cui è collocata. Diversamente questa produzione finisce per essere un bel divertimento, costoso anche, bello a piacere ma un oggetto come gli altri. E siccome è un oggetto come tutti gli oggetti che formano la città, orbene si prendano questi oggetti e li si analizzino come nell’autopsia ma a differenza delle consuetudini con strumenti diversi da quelli della didattica, dell’accademia e tanto di altro che accompagna le divisioni del sapere a cui ci siamo abituati. Simpatica abitudine, oserei dire, perché ha sviluppato la competizione architettonica ed urbanistica proprio dentro questi parametri, a questo mondo creativo che ha visto le città formarsi come tutti i prodotti industriali (vorrei dire capitalistici ma capisco le diffuse reticenze, meglio mantenersi sulle consuetudini). Quindi le cifre della città che si vorrebbero manipolare con approcci differenti ( gli approcci alla autopsia possono essere un paio ma non di più) stanno proprio lì, nelle origini delle forme, nelle manipolazioni delle forme conseguenti a quelle delle idee, nella manipolazione delle idee per attivare una determinata produzione che non è solo materiale ma ideologica, culturale (sia pure nella accezione che apprezzo, poiché la cultura non è un prodotto ma un processo) e se i processi culturali originano le idee, le idee a loro volta originano i processi materiali ( il tutto farcito amabilmente dalla filosofia). Ovviamente si può cercare il bello, la qualità dell’aria e la vivibilità urbana (non so che cosa voglia dire vivibilità urbana ma mi sembra attuale, del resto anche le reti televisive di stato si propongono con la vivibilità), il rapporto tra cittadini decentrati e cittadini incentrati e guardare il confronto tra le abitazioni degli uni e quelle degli altri, che oramai si ri-conoscono nella semplice osservazione, la tipologia della mobilità degli uni e degli altri, la collocazione degli spazi verdi (anche questo è un bel referente) o addirittura quanti alberi si possono piantare (o piantumare o mettere a dimora) se meglio orizzontali o verticali, sempre mantenendo la classificazione di pocanzi. Insomma, è sufficiente fotografare un aspetto urbano e di qualsiasi urbe per capacitarsi che innanzitutto entrambi gli aspetti corrispondono ad una precisa omologazione o se si vuole standardizzazione. Decifrare per dirla con Machiavelli, il tema urbano, sono le cifre, i codici che appartengono alle categorie delle cifre” lette ed interpretate”.
