UCTAT Newsletter n.87 – Marzo 2026
di Paolo Aina
Per un caso assolutamente inspiegabile mi trovo a scrivere della Città metropolitana un anno prima del centenario dell’esordio del film Metropolis di F. Lang. Lo vidi molti anni fa e rimasi impressionato dalle raffigurazioni della metropoli appunto ma soprattutto dalla rappresentazione della società: sopra i ricchi, sotto i poveri. Fortunatamente le città non hanno ancora un sopra e un sotto, non che questo abbia azzerato le divisioni sociali ma almeno tutti possono godere del sole. Nello stesso tempo la nostra città: la Città metropolitana di Milano ha come confine due fiumi, a est l’Adda e a ovest il Ticino che è sedimentato nei miei ricordi.
La “Metropoli” non è più un unico agglomerato, ha una superficie di 1.575,65 kmq e 3.253.877 abitanti; i comuni che la compongono sono 133 da Abbiategrasso… a Zibido S. Giacomo; ognuno con un proprio spazio e una propria identità, una propria storia, parlate dialettali diverse che si rafforzano mano a mano che ci si allontana dal capoluogo anche se non sempre la lontananza è requisito fondamentale per l’individualità. L’Ente “Città metropolitana” è stato istituito nel 2015 e ha compiti di sviluppo strategico, pianificazione territoriale, gestione integrata di infrastrutture, mobilità e servizi pubblici, sostituendo le province nel loro territorio, per guidare uno sviluppo sostenibile. Quest’ultimo punto risulta, a mio parere, difficile da raggiungere in una situazione come quella della Val Padana dove gli insediamenti residenziali, industriali e agricoli anno occupato la maggior parte dello spazio.
Certo occorre intendere cosa significhi “sviluppo sostenibile”. Nella vulgata si intende superficie per la natura intesa come vegetazione; l’agricoltura non fa molto all’uopo perché le coltivazioni intensive hanno necessità di contributi artificiali e mezzi meccanici con motore endotermico per raggiungere una quantità produttiva sufficiente.
Una pianificazione territoriale che preveda infrastrutture, mobilità e servizi pubblici si dovrà confrontare in primo luogo con il problema delle aree da occupare.
A vedere una foto notturna dallo spazio la zona della Città metropolitana di Milano brilla così tanto, è così tanto occupata da insediamenti che da terra non si vedono le stelle. Ecco questo non poter più vedere le stelle ci fa comprendere quanto ci si sia allontanati dalla natura e quanto l’artificialità della produzione e delle costruzioni abbia mutato anche le nostre personalità. L’allontanamento dallo “stato naturale” è iniziato da subito; in realtà la natura non ci è mai stata amica, neppure nemica, è sempre stata indifferente alla nostra esistenza. Nonostante ciò noi siamo questa natura, la natura acque, alberi, cieli così in pace a volte, terra, campi e così da ogni parte che forse ora resta solo sepolta nelle profondità del nostro essere qui in una Città metropolitana, in questa Città metropolitana. Qui non ci siamo però solo noi “aborigeni” molti abitanti vengono da altri alberi, altri campi e altri paesaggi, hanno però le stesse difficoltà nell’adattarsi a queste viste dove l’orizzonte è chiuso da capannoni, cavalcavia e case. Queste sono le siepi che il progresso ha messo a chiudere allo sguardo tanta parte dell’orizzonte, ci resta la nostalgia che come tutti i ricordi è permeata da una luce dorata. Soprattutto negli agglomerati più densi è tutto un cercare la bellezza della natura. La ricerca di un’estetica visiva: un paesaggio verde, un albero monumentale, uno specchio d’acqua dove non si riflettono manufatti…
La vista però è qualcosa di estraneo, si posa senza peso su ciò che si vede e esclude dalla sensazione la fatica, il lavoro che hanno portato a quell’immagine. La lontananza del panorama poi esclude anche tutta la lotta della vita non vegetale che brulica nell’ombra. La selvatichezza animale è paurosa: rari sono gli alberi pericolosi più diffusa la paura degli animali veri e dei mostri che si annidano nascosti nel buio notturno del bosco o tra le rocce sulle sponde dei fiumi. Esisteva nelle fantasie o nella realtà nelle acque acquitrinose e stagnanti del lago Gerundo situato tra i fiumi Adda e Serio il drago Tarantasio divoratore di bambini e con fiato pestilenziale – forse metano – che secondo la leggenda fu ucciso dal capostipite dei Visconti e quindi utilizzato nello stemma di famiglia.
Questo paesaggio fluviale brumoso, selvaggio e pericoloso apparve nei dipinti dei pittori rinascimentali come sfondo di ritratti e rappresentazioni della vita. Anche il Ticino ha un suo drago, lo videro alcuni pescatori di anguille nei pressi di Vigevano, apparve una volta e non fu più visto. È strana la timidezza dei draghi, si fanno vedere una volta, poi forse dopo essersi spaventati degli uomini e dopo averli spaventati non si fanno più vedere ma restano nella memoria e nelle favole.
Nel Ticino si trovano anche pagliuzze d’oro e a volte piccole pepite la leggenda vuole che derivino da un grande e misterioso tesoro sepolto nel letto del fiume da un’antica e enigmatica popolazione per non cederlo ai propri nemici. Noi, moderni pianificatori e estensori di norme restrittive e contorte non abbiamo rispetto per queste cose che pure, in ogni caso, sono depositate nella nostra memoria.
Ne facciamo una questione puramente quantitativa: superficie coperta, superficie drenante, strade e ferrovie in linea retta perché la linea retta è il percorso più breve tra due punti, senza pensare che forse un tracciato di questo genere taglia ed esclude zone che varrebbero una visita o schiaccia e copre senza pietà i draghi e le streghe che sono sopravvissute ai miasmi delle fabbriche, alle liti condominiali e non sono state investite e spiaccicate dalle automobili che corrono lungo la Via Emilia, la Padana superiore, la Paullese e l’Autostrada del Sole.
Già C. Cattaneo pensava che nel progettare e costruire una via di comunicazione bisognasse pensare non solo all’economicità di costruzione e alla velocità di percorso ma fosse importante collegare i punti in cui era presente la popolazione con la sua storia, le sue storie e il suo lavoro e ai vantaggi che il percorso avrebbe generato non solo per chi lo avrebbe costruito ma anche per chi ne avrebbe usufruito. Ora non siamo più legati così pesantemente ad un posto specifico; alcune attività, soprattutto quelle intellettuali possono svolgersi in luoghi distanti da dove si utilizzano è altrettanto vero che un attaccamento al proprio territorio andrebbe ricostruito e a questo potrebbero servire le infrastrutture che invece di farci risparmiare un tempo che poi non riusciamo a spendere perché riassorbito da un lavoro sempre più affannoso ce lo farebbero invece utilizzare portandoci in luoghi dove ripristinare una calma priva di ansie e angosce e dove scordare, almeno per un po’, il disagio urbano.
In fin dei conti, anche se per ciascuno lo spazio sulla terra della “Città metropolitana di Milano” è poco 0,48 mq. per abitante, come cantano i protagonisti del film Miracolo a Milano “Ci basta un po’ di terra per vivere e morir”
