UCTAT Newsletter n.87 – Marzo 2026
di Angelo Rabuffetti
Conurbazione: Agglomerazione urbana formata dalla fusione di un centro metropolitano con centri minori, inizialmente autonomi, oppure sorti in funzione del centro maggiore per scopi residenziali, industriali, sportivi, ecc. (fonte: Treccani)
Il termine conurbazione non descrive solo un fenomeno fisico e antropologico, ma una vera e propria mutazione a diversa destinazione d’uso del territorio. Il concetto identifica quel processo per cui più centri abitati, un tempo distinti con la loro piazza, la loro chiesa e, più in generale, la loro specifica identità culturale e tradizionale, una volta separati da zone agricole o boschi naturali o corsi d’acqua, si espandono fino a fondersi in un’unica, vasta area edificata continua.
A differenza della “grande città” tradizionale che cresce a macchia d’olio attorno a un unico nucleo che conserva appieno la propria identità ed è definito come modello radiocentrico, la conurbazione è un fenomeno / organismo policentrico,con tante identità mischiate in una commistione casuale e disordinata ma “reale”.
La conurbazione è quasi sempre conseguenza inarrestabile e non gestita della rivoluzione industriale e dello sviluppo infrastrutturale. Il processo segue generalmente fasi ben riconoscibili di cui la prima è senz’altro l’espansione periferica dove i centri abitati crescono lungo le principali arterie di comunicazione. Fa seguito la saturazione degli interstizi territoriali dove gli spazi agricoli tra le città vengono edificati e trasformati come servizi, industrie o residenze generalmente a basso costo. In ultimo la fusione funzionale: anche se le amministrazioni comunali restano separate, la popolazione vive il territorio come un’unica entità: si lavora in una città, si vive in un’altra, si consuma in una terza e si circola liberamente in tutte le unità coinvolte.
Il mondo è pieno di questi giganti territoriali. Pensiamo alla BosWash negli Stati Uniti che è la fascia continua sulla costa atlantica tra Boston e Washington o alla Randstad Holland nei Paesi Bassi, che unisce Amsterdam, Rotterdam, Utrecht e L’Aia in un continuum urbano ad alta efficienza. In Italia, c’è la conurbazione lineare padana che si sviluppa lungo la via Emilia da Milano a Bologna, o l’area metropolitana diffusa tra Milano, Monza e la Brianza, dove i confini tra un comune e l’altro sono ormai leggibili solo sulla segnaletica stradale.
È evidente che la conurbazione porta con sé criticità complesse a volte irrisolvibili che richiedono un cambio di visione nella progettazione come per esempio la perdita di identità il cui il rischio è la creazione di non-luoghi o di periferie infinite dove si smarrisce il senso di appartenenza a una comunità definita. Oppure la pressione ambientale dove la cementificazione continua e la pavimentazione crea isole di calore e compromette il drenaggio delle acque meteoriche, aumentando il rischio idrogeologico con conseguenti esondazioni o siccità inaspettate. Oppure, infine, la frammentazione amministrativa dove spesso i problemi sono comuni (traffico, inquinamento, rifiuti), ma le soluzioni sono diverse, a volte contrastanti e frenate da una burocrazia divisa e complicata tra decine di piccoli comuni.
Per migliorare e gestire al meglio la conurbazione, bisogna puntare su alcuni interventi importanti come la creazione di Green Belts ossia una sorta di protezione rigorosa dei pochi spazi aperti rimasti vergini per garantire polmoni ecologici e di biodiversità. Questa dovrà essere associata a mobilità su rotaia come treni, metropolitane e tramvie e quindi passare dalla dipendenza totale dall’auto a sistemi di trasporto rapido di massa che colleghino i vari nodi della rete. Infine la rigenerazione urbana che significa invece di consumare nuovo suolo agricolo, si deve intervenire sulle aree industriali dismesse incastrate nel tessuto urbano.
Il PGT (Piano di governo del territorio) rappresenta la tattica del singolo Comune, mentre il Piano Territoriale di Coordinamento (PTC) ne costituisce la strategia di aree più vaste. Anni fa si parlava di PIM (Piano Intercomunale Milanese). In un contesto di conurbazione, dove i problemi non si fermano davanti al cartello stradale di confine del comune, il PTC dovrà essere lo strumento indispensabile per evitare il caos amministrativo.
Il Piano Territoriale di Coordinamento ha una funzione sovraordinata. Il suo scopo principale non è decidere dove posizionare un singolo edificio, ma stabilire le regole del gioco per un intero territorio come per esempio definire le grandi direttrici di sviluppo: dove far crescere le zone industriali, dove proteggere l’agricoltura, dove realizzare le infrastrutture di mobilità. Inoltre armonizzare le scelte dei singoli Comuni affinché non siano in contrasto tra loro, individuare cinture verdi o parchi pubblici che devono restare inedificati a prescindere dagli interessi locali.
Poi ancora il Piano dovrà stabilire i limiti all’espansione, imporre il divieto di edificazione e individuare aree per nuova edificazione. Dovrà indicare, inoltre, le aree idonee per le “Grandi Funzioni”, evitando che ogni comune ne autorizzi delle proprie, saturando il mercato e sprecando suolo prezioso. Riguardo alla mobilità di scala vasta il PTC dovrà individuare le reti: non la singola via del paese, ma le tangenziali, le ferrovie suburbane e le “superciclabili” che collegano i centri della conurbazione. Senza questo coordinamento, potremmo avere una pista ciclabile che si interrompe bruscamente al confine tra due comuni.
Per quanto riguarda la sostenibilità il piano dovrà individuare le aree di particolare pregio paesaggistico o agricolo e le invarianti, ossia quegli elementi (fiumi, boschi, patrimonio artistico e culturale) che non possono essere toccati da alcuna previsione urbanistica comunale.
Con la riforma Delrio del 2014, che istituisce le Città Metropolitane, il ruolo del PTC è fondamentale. Nelle grandi conurbazioni italiane come Milano, Roma, Torino o Napoli, questo strumento sarà ancora più vitale. Purtroppo la Legge Delrio doveva essere una rivoluzione, invece la legge è rimasta un ibrido che fatica a decollare per quattro motivi strutturali profondi:
1. Risorse e Competenze: il limite principale è che la Città Metropolitana è stata concepita in un momento di forte spending review. Sono state assegnate funzioni importantissime (pianificazione territoriale, mobilità, edilizia scolastica, ambiente) ma sono state tagliate drasticamente le risorse economiche e il personale. Il risultato è che la città metropolitana ha la responsabilità di coordinare un territorio vastissimo, ma non ha il budget nemmeno per la manutenzione ordinaria delle strade provinciali che lo attraversano.
2. L’elezione democratica: a differenza del Sindaco del Comune, il Sindaco Metropolitano non viene eletto dai cittadini, ma è di diritto il Sindaco del comune capoluogo. Un Sindaco sarà portato a dare priorità alla propria città dove prende i voti e non all’intero territorio metropolitano. Inoltre gli abitanti dei comuni della cintura percepiscono la Città Metropolitana come un ente burocratico lontano, non come un’istituzione che li rappresenta.
3. Il campanilismo e la frammentazione politica dove l’identità comunale è fortissima. I piccoli e medi comuni che compongono la conurbazione temono di diventare quartieri periferici del capoluogo, perdendo autonomia decisionale e, di conseguenza, avviene la resistenza dei sindaci che percepiscono il coordinamento metropolitano come un’ingerenza. Un esempio banale: se il PTM dice “qui non si costruisce e si costituisce un parco pubblico verde”, il Sindaco locale vede sfumare gli oneri di urbanizzazione che servono a far quadrare il suo bilancio e si opporrà fermamente.
4. Spostamenti, flussi e confini: gli abitanti si muovono su scale che non corrispondono più ai confini amministrativi. Una persona può vivere a Lissone, lavorare a Milano e andare in palestra a Monza. La gestione del trasporto pubblico locale è spesso divisa tra agenzie e società di trasporto diverse, bacini differenti e interessi contrastanti tra Comune, Città Metropolitana e Regione. Questo rende impossibile creare quel sistema di mobilità integrata che è il cuore di ogni grande metropoli mondiale (come Londra o Parigi).
Per far decollare queste realtà, dovremmo smettere di pensare alla Città Metropolitana come a un ente imposto per legge e iniziare a vederla come un progetto di territorio. Servirebbe l’elezione diretta del Sindaco per dare forza politica e visione al governo metropolitano. Servirebbe, inoltre, l’autonomia finanziaria per permettere di trattenere parte delle tasse prodotte sul territorio per reinvestirle in infrastrutture comuni. E, infine, servirebbe perequazione ossia distribuzione equa su tutto il territorio dei beni e risorse naturali e delle infrastrutture che servono a tutta la conurbazione.
Senza un solido Piano di Coordinamento, la conurbazione è una nave senza timone, dove ogni quartiere spinge in una direzione diversa e a proprio esclusivo vantaggio. Il PTC è la carta nautica che ci permette di navigare verso una visione di insieme, trasformando un ammasso di case in una regione urbana funzionale.
