Corpo e architettura (parte 2): premesse di ricerca sull’abitare lo spazio

UCTAT Newsletter n.83 – NOVEMBRE 2025

di Andrea Bosio

1. ABITARE LO SPAZIO ATTRAVERSO IL CORPO

Nel mio scritto pubblicato sulla newsletter del maggio 2025, avevo avviato la riflessione su come l’architettura dello spazio pubblico, soprattutto nel contesto milanese, sia stata progressivamente piegata a logiche economiche e normative che ne hanno ridotto la portata civile e collettiva. E avevo osservato come il corpo, inteso non solo come misura ma come presenza viva e sensibile, sia stato espulso dai processi progettuali a favore di un’idea astratta e funzionalista dello spazio urbano. Nell’affrontare il tema dell’abitare, si intende riprendere il discorso da un punto di vista più operativo, per indagare come l’architettura possa tornare a essere un dispositivo di relazione, capace di ascoltare e interpretare la complessità dei corpi che la abitano. Parlare dell’abitare oggi, in un’epoca caratterizzata da città in cui la residenza si fa fortezza nella difesa del privilegio individuale contro il diverso pericoloso e contagioso, colui che sta fuori, significa sempre più parlare dello spazio pubblico, per riscattarlo dalla sua odierna mortificazione e riconciliarlo con il suo (solo apparente) opposto spazio domestico. Non si abitano, infatti, solo le case, ma si abitano le città, intese come la somma (non precisamente matematica) tra lo spazio privato e quello collettivo, tra lo spazio interno e lo spazio esterno, tra la condizione domestica e quella pubblica.

La teoria di Rudolf Laban, cui si accennava come spunto di riflessione a chiusura del testo pubblicato a maggio, viene adesso assunta come possibile strumento di ricerca per la formulazione di un processo progettuale che parta dall’osservazione dei movimenti del corpo. E che possa dunque generare un nuovo modo di pensare l’architettura, tanto dello spazio pubblico quanto di quello domestico, come pratica lontana dalla mera applicazione di standard e normative per l’accessibilità, spostando l’attenzione dal progetto per i corpi al progetto con i corpi. Il sistema di notazione dei movimenti elaborato dal coreografo ungherese nei primi decenni del Novecento, poi divenuto strumento pedagogico per la danza e il teatro, ha affascinato e influenzato molte altre discipline, tra cui l’architettura. Che tuttavia lo ha interpretato più come uno strumento tecnico e impositivo che come uno spartito che si modifica nel corso dell’opera. Ottenendo il risultato di smarrire, nel passaggio da una pratica corporea a una pratica spaziale, il senso più profondo del suo pensiero.

Si è precedentemente accennato come la teoria di Laban nasca dal desiderio di intendere il corpo non come macchina ma come sistema sensibile di relazioni, che instaura connessioni, traguarda distanze, costruisce ritmo e intensità attraverso la modulazione di quello spazio personale che Laban chiama kinesfera, e che si materializza in solidi geometrici di forme diverse a seconda dei differenti possibili movimenti del corpo, della loro intensità e intenzionalità, e dello stato emotivo e psicologico in cui tali movimenti si manifestano. Nella sua visione, lo spazio non è un concetto assoluto, un contenitore neutro in cui il corpo agisce, ma è piuttosto una dimensione vivente che il corpo disegna e continuamente ricrea, instaurando una relazione di ascolto e non di dominio. Contrapponendosi, dunque, al pensiero meccanicista del Movimento Moderno, che ha finito per ridurre il corpo a unità funzionale e lo spazio a sistema regolatore. [1]

2. SPAZIO ARCHITETTONICO E MOVIMENTO

La storia dell’architettura moderna ha più volte incrociato, in maniera più o meno diretta, la teoria del movimento di Rudolf Laban. Già nella scuola del Bauhaus, alcuni insegnanti colsero in questa ricerca l’analogia profonda tra il corpo che danza e lo spazio che si costruisce. Siegfried Ebeling, docente alla scuola del Bauhaus, nel suo libro Der Raum als Membran (1926) descriveva l’architettura come un organismo permeabile, in cui muri e superfici orizzontali rappresentano membrane che respirano insieme ai corpi. L’influenza di Laban è evidente: l’idea di un’architettura che non separa dentro e fuori, ma che fa dello scambio tra interno ed esterno, tra corpo e ambiente, la propria essenza. Per Ebeling, lo spazio non è un confine ma un luogo di transito di cui il corpo in movimento misura il campo di forze. [2]

Questa visione ritorna, alcuni decenni dopo, nelle esperienze della coppia statunitense formata da Anna e Lawrence Halprin. Lei, coreografa, esplora la danza come pratica comunitaria, capace di generare benessere e coesione. Lui, architetto e paesaggista, tenta di tradurre la grammatica del movimento in una metodologia progettuale, il Motation, in cui le sequenze di piani, volumi e materiali si organizzano come partiture coreografiche. In entrambi, si riconosce il desiderio di superare la distanza tra gesto e spazio, tra vivere e costruire. Un tentativo di pensare la progettazione come coreografia collettiva, in cui l’architetto diventa più un mediatore di movimenti che un autore di forme. [3]

Nonostante queste esperienze illuminanti, la teoria di Laban ha faticato a radicarsi stabilmente nella cultura architettonica contemporanea. Troppo spesso l’immagine del corpo danzante è stata ridotta a metafora, o utilizzata come espediente retorico per estetizzare l’idea di dinamismo urbano o di una trasformabilità domestica. Di conseguenza le città vengono descritte come organismi “in movimento,” e raramente ci si interroga su quali corpi possano davvero muoversi liberamente al loro interno e come lo spazio ne condizioni i gesti, le posture, le emozioni. In questi casi la traslazione dal campo coreografico a quello architettonico spaziale è affidata a riferimenti vagamenti attinenti, in realtà solamente tangenti, con il pensiero di Laban, come l’arte del vagabondare senza meta della “flânerie” o la catalogazione spaziale negli esercizi letterari di Georges Perec.

In altri casi, la teoria labaniana è stata inglobata in modelli di ricerca di tipo quantitativo, come nel Sensory Urbanism, metodo di ricerca che utilizza il sistema di Halprin con il solo scopo di aggiungere ulteriori informazioni a modelli interpretativi urbani già sviluppati in compiute teorie. Oppure proposti in progetti di “rappresentazione multimodale dello spazio urbano” dove il movimento viene ridotto a dato misurabile attraverso il discutibile accostamento della teoria di Laban a modelli di lettura schematica come quello di Kevin Lynch e a teorie basate su un principio di contestualità tanto affascinante quanto idealizzato ed estetizzante come quelle di Christopher Alexander o di Gordon Cullen. In questi approcci, la complessità del corpo si dissolve nell’astrazione di mappe, grafici e immagini seduttive. Lo spazio, ancora una volta, diventa qualcosa da osservare e regolare, non da vivere. È questa resistenza, questa incapacità di accettare un sapere che sfugge alla misurazione, a rendere difficile l’assimilazione autentica del pensiero di Laban nell’architettura di oggi.

Eppure, tornare a Laban oggi può significare riaprire una questione più complessa che impone di pensare a uno spazio che non rappresenta semplicemente il movimento, ma che nasce dal movimento stesso. Come progettare città che non siano il prodotto di un ordine imposto dall’alto, ma il risultato di gesti condivisi, di esperienze corporee plurali e di tempi diversi che si intersecano?

3. RIDARE CENTRALITA’ AI CORPI

Nel saggio What can a body do? (2020) la designer statunitense Sara Hendren ci invita a guardare ai corpi non come entità da normalizzare, ma come protagonisti di una continua negoziazione con il mondo fisico. Tutti i corpi, scrive, sperimentano una qualche forma di disagio: muoversi, toccare, orientarsi nello spazio non è mai un’azione neutra, piuttosto un’esperienza complessa fatta di possibilità, impedimenti, adattamenti. Da questa consapevolezza nasce una prospettiva che rifiuta l’idea di un’assistenza permanente e passiva: chiedere aiuto, per Hendren, non è segno di debolezza, ma un gesto consapevole, un atto di libertà che rivela la dimensione relazionale dell’abitare. [4]

Le storie che Hendren raccoglie – racconti di vita quotidiana di persone con diverse disabilità fisiche e motorie che riadattano oggetti e spazi domestici alla misura del proprio corpo – diventano esempi concreti di un design che si fa dialogo. Una sedia reinventata con cartone e stoffa per un corpo che si muove in maniera non controllabile, una corda annodata in modo da far leva sull’unico braccio a disposizione per essere di aiuto nel cambio di un pannolino, oppure un semplice leggio a misura di una professoressa dalla statura più bassa di quella considerata come statisticamente “normale:” sono il risultato di una collaborazione sensibile tra corpo e ambiente, tra limiti e possibilità. Questa pratica dimostra l’insostenibilità dell’idea di un design universale e apre, invece, a una dimensione plurale dell’abitare lo spazio, dove ogni gesto, anche il più banale, può diventare generatore di architettura.

Quando Hendren estende questa riflessione alla scala urbana, il suo discorso si fa più complesso perché rimanda inevitabilmente al confronto con soggetti come istituzioni pubbliche ed enti regolatori, costruttori e governatori dello spazio pubblico esistente cui è necessario affidare la validazione e certificazione di quegli spazi e di quelle strutture pubbliche che, nati da un’azione individuale e spesso sovversiva di hacking o retrofitting,vengono in seguito apprezzati e utilizzati anche da altri soggetti della collettività. Le forme spontanee di modifica dello spazio pubblico – percorsi reinterpretati secondo una logica di comodità di attraversamento, marciapiedi e piazze suddivisi attraverso colori e oggetti in spazi fisicamente più comprensibili e dunque emotivamente più contenenti– rivelano il bisogno di adattare lo spazio circostante, confliggendo con una città conformata a un’idea astratta e normativa di corpo.

Le normative e gli standard che dovrebbero garantire accessibilità finiscono spesso non solo per costringere l’esperienza corporea all’interno dello spazio in un catalogo ristretto di possibili movimenti concepiti per un soggetto universale che in realtà non esiste e, soprattutto, immaginato per imporre uno spazio urbano segregato e limitante, generato dall’assoggettamento a un modello corporeo maggioritario e dominante. La standardizzazione dei percorsi pedonali e delle segnaletiche, nonostante il suo essere frutto di una politica progressista, ha finito troppe volte per neutralizzare la dimensione sensibile e tattile dello spazio urbano. Laddove la norma dovrebbe garantire libertà, si produce invece una nuova forma di costrizione: una città che si dichiara accessibile ma rimane, di fatto, ostile alle differenze.

Eppure, come ricorda Ilaria Crippi nel saggio Lo spazio non è neutro. Accessibilità, disabilità, abilismo (2024), sarebbe ingeneroso ridurre il valore delle normative a semplice espressione di soluzioni architettoniche e tecnologiche. Esse hanno rappresentato e rappresentano ancora un passaggio fondamentale verso la democratizzazione dello spazio. Grazie a esse, molti corpi prima esclusi e reclusi nell’ambiente domestico di famiglia o in strutture per loro pensate hanno potuto abitare la città, lavorare, studiare e partecipare alla vita collettiva. [5] Se facciamo nostra la lezione di Hendren e Crippi, comprendiamo che la questione reale non è tanto la norma in sé, quanto il modo in cui essa viene pensata e applicata. Non più a partire da una categoria fissa e universale – il disabile e il suo oggetto di aiuto, che sia la carrozzina, il bastone o la protesi– ma dalle qualità concrete dello spazio che rendono la sua fruizione più o meno libera, più o meno ospitale.

Questa prospettiva impone un cambio di paradigma. Occorre uscire dal dualismo che oppone lo spazio privato – tradizionalmente luogo della cura, dell’affetto, dell’intimità – a quello pubblico, che resta invece pensato come spazio della performance, dell’efficienza, della produttività. È un modello che riduce la città a dispositivo economico e l’architettura a mera cornice funzionale. Eppure, anche i gesti fisici quotidiani di camminare per la città (per andare al lavoro, per fare shopping, per raggiungere un appuntamento), attraversare la strada, svicolare tra la folla, sedersi su una panchina di un parco o su un mezzo pubblico, o semplicemente sostare (per aspettare qualcuno, per socializzare, per riprendere fiato, o solo per osservare il panorama urbano) rappresentano movimenti che nelle loro intenzioni sociali e relazionali possono esprimere cura. In questo senso, la cosiddetta “hostile architecture” – modello spaziale strutturato per respingere e dissuadere soggetti non voluti o giudicati non produttivi, e dunque per difendere un pensiero unico dello spazio pubblico  – non è che la versione estrema di un atteggiamento più diffuso: l’indifferenza verso la corporeità reale dei suoi abitanti, sovente fatto proprio da architetti e urbanisti che lo comunicano nei loro progetti; nella maggior parte dei casi inconsciamente e qualche volta consapevolmente. Non dobbiamo leggere in questo atteggiamento la volontà di porre barriere o di accettare discriminazioni, piuttosto la modalità più facile per affrontare il tema dell’intervento su elementi di particolare rilevanza storica o ambientale oppure, più banalmente, per stupire e lasciare il proprio segno.

Scomode pavimentazioni con ciottoli di fiume che riproducono quelli dei vecchi centri storici o nuovi percorsi pedonali caratterizzati da forme visivamente ardite ma poco ergonomiche possono essere letti, in ambo i casi, come sintomi di un’estetica che sacrifica il corpo all’immagine formale. Forse, accogliendo la provocazione di David Gissen, che nel suo libro The Architecture of Disability (2022) suggerisce la conservazione della naturale inaccessibilità di luoghi e architetture del passato come memoria dei progressi finora compiuti e quale ammonimento per i problemi ancora insoluti, dovremmo imparare a considerare le norme sull’accessibilità non come vincoli ma come materiali di progetto: strumenti di immaginazione più che di costrizione. [6]

Il compito dell’architetto, di conseguenza, non dovrebbe essere quello di “adattare” spazi ma, al contrario, quello di includere fin dall’inizio una sensibilità corporea, una sorta di empatia progettuale capace di accogliere la diversità dei movimenti e dei gesti. Questo significa concepire l’architettura non come meccanismo di controllo ma come estensione dei corpi che la abitano; non come misura imposta, ma come forma di cura condivisa. Accogliere questa lezione significa spostare il centro dell’attenzione dall’oggetto architettonico all’esperienza spaziale. Significa restituire valore alla dimensione processuale, dinamica, relazionale dell’abitare. In altre parole, pensare lo spazio come qualcosa che si costruisce muovendosi – e che, muovendoci, impariamo a conoscere.

4. PROGETTARE LO SPAZIO CON IL CORPO

Ripensare il progetto dell’abitare la città attraverso la lente del corpo significa, prima di tutto, mettere in discussione l’idea che l’architettura sia un atto unilaterale di imposizione della forma sul mondo. La teoria di Rudolf Laban, se reinterpretata fuori dal perimetro della danza, ci offre un dispositivo critico per rovesciare questa prospettiva. Il corpo, con i suoi movimenti e le sue percezioni, non è un destinatario passivo dello spazio, ma il suo primo generatore. E ci insegna che quel movimento trasformativo non è mai identico, mai prevedibile, eppure è sempre significativo. Sara Hendren ci ha mostrato come i corpi, quando si confrontano con lo spazio, non lo subiscono ma lo trasformano attraverso azioni di design a volte banali ma mai inutili. Applicare questo pensiero alla città significa riconoscere che l’urbanità non nasce da un ordine astratto, ma da un insieme di relazioni dinamiche tra persone, oggetti, superfici, materiali, abitudini. L’architetto non è più il regolatore di tali relazioni, ma un interprete e un facilitatore: colui che rende visibili le traiettorie, le pause, le connessioni che già attraversano lo spazio comune.

L’elemento del marciapiede rappresenta un possibile punto di partenza di questo nuovo modo di intendere l’architettura in quanto primo spazio che abitiamo quando varchiamo la soglia tra il nostro privato e il collettivo. Oggetto di infinite normative e standard tecnici, esso rimane nella pratica progettuale un elemento dato per scontato come squisitamente pubblico e funzionalmente definito: una superficie di passaggio, un confine funzionale tra la facciata dell’edificato – confine tra il privato e il pubblico – e una strada, che viene quasi sempre percorsa dirigendo lo sguardo verso la propria destinazione, senza porre attenzione all’intorno.

Eppure se lo osserviamo con lo sguardo di Laban, il marciapiede rivela una complessità inattesa. Camminare non è un atto lineare: coinvolge rotazioni, contro-movimenti, bilanciamenti che estendono la nostra kinesfera ben oltre la direzione frontale. Ogni passo attiva un dialogo tridimensionale tra corpo e spazio – un continuo scambio di pesi, forze e intensità che ci porta fisiologicamente a rapportarci anche allo spazio laterale e posteriore, e dunque a quella materialità liminale che separa marciapiede dagli interni domestici o del lavoro da un lato e dallo spazio della velocità dall’altro. L’ambiguità di tale spazio ci porta a riflettere se esso sia da considerare in qualche modo parte pubblica della nostra domesticità e se tale spazio costituisca il punto di transizione tra l’esistenza individuale e quella collettiva.

Eppure, il modo in cui rappresentiamo lo spazio urbano – nelle carte, nei disegni, nei regolamenti – continua a costringerlo in un sistema di linee e superfici contrapposte. E fa sì che si riducano a categorie fisse con limiti invalicabili spazi attraversati da corpi che sostano, esitano, cambiano direzione, si muovono con ritmi e tempi diversi. Concependo così il marciapiede come semplice limite funzionale e rappresentandolo con una semplice linea entro lo spazio generico della strada, definito dalla sua opposizione a quello degli edifici attorno. Considerare invece lo spazio pubblico della strada e del marciapiede secondo una nuova prospettiva vorrebbe dire leggerne la dimensione storica e politica in termini di quali movimenti siano possibili e accettati in tali spazi. Mettendo in dubbio dunque la dogmatica lettura contemporanea di rappresentazioni grafiche come quelle di Giambattista Nolli o di Georg Braun che riducono la città al contrasto cromatico tra costruito e non costruito. Infine, riconsiderando la storica teatralità della strada, che già nel Rinascimento emergeva per la sua dimensione spaziale in grado di fondere il privato con il pubblico e rendere lo spazio esterno alla casa spazio sociale ed estensione dell’abitazione. Un carattere che oggi sembrerebbe del tutto dimenticato.

Temi pressanti come quelli della mancanza di alloggi a costi sostenibili per i giovani e i ceti medi, come quelli dell’espulsione dalla città di fasce di popolazione più povere e della desertificazione delle città provocata della loro turistizzazione non possono essere affrontati esclusivamente attraverso disamine tecnicistiche e azioni normative, ma devono essere ascoltati, capiti e modulati attraverso un approccio sociale e “umanistico” da cui architetti e urbanisti non possono più sottrarsi. Ripartire dal corpo – come luogo di misura, di ascolto, di invenzione significa costruire spazi che non si limitino a rispondere alle norme, ma che le precedano, generando forme di accessibilità empatica e partecipata. Approcci alla progettazione volti a proporre spazi collettivi meritevoli della stessa cura e attenzione dedicata a quelli privati e più intimi della casa. Ponendo una cura particolare al dettaglio anche nel progetto dello spazio pubblico, così da conferire un significato nuovo alla formula “dal cucchiaio alla città,” che vedrebbe ampliato il proprio campo da quello precipuamente funzionale a quello psicologico e comportamentale.

Bibliografia

1-Per un approfondimento sulla teoria di Laban si veda: Rudolf Laban. L’arte del movimento (Ephemeria: Macerata, 2024. ed. or. 1950 The Mastery of Movement on the Stage); Nicolas Salazar Sutil. Motion and Representation: the Language of the Human Movement (The MIT Press: Cambridge MA, 2015).

2-Siegfried Ebeling. Space as Membrane (Actar: New York, 2010, ed. or. Der Raum als Membran, 1926).

3-Per un approfondimento si veda: Janice Roos. The Choreography of Environments: how the Anna and Lawrence Halprin Home Transformed Contemporary Dance and Urban Design (Oxford University Press: New York, 2025); Alison Bick Hirsch. City Choreographer: Lawrence Halprin in Urban Renewal America (University of Minnesota Press: Minneapolis, 2014).

4-Sara Hendren. What Can a Body Do? How We Meet the Built World (Riverhead Books: New York, 2020).

5-Ilaria Crippi. Lo spazio non è neutro. Accessibilità, disabilità, abilismo (Tamu edizioni: Napoli, 2024).

6-David Gessen. The Architecture of Disability: Building, Cities, and Landscapes beyond Access (The University of Minnesota Press: Minneapolis, 2022).

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