UCTAT Newsletter n.87 – Marzo 2026
di Stefano Pareti*
Anche Piacenza aveva risentito degli inconvenienti della pianificazione tipica degli anni Sessanta, quando la città non programmava per i propri abitanti, ma per i propri futuri abitanti; si disinteressava completamente dei guai, degli inconvenienti, era una concezione tipica di un certo modo di concepire il boom economico, e pensava soltanto a sviluppi enormi.
I piani erano enormemente surdimensionati e in questi giganteschi disegni urbano-territoriali c’era la possibilità per il privato di disseminare sull’intero territorio comunale gli interventi più incredibili; e poi c’era il compito per l’intera collettività di dare ad essi un disegno più coerente, una dotazione di attrezzature adeguate. E qui a Piacenza c’era proprio questa realtà, che sembrava una realtà spray, ma dello spray che vive fuori delle mura è come se la gente, abituata a vivere nel vecchio recinto, si disinteressasse. La città in questo modo non esisteva, la città rimaneva il suo centro storico che a sua volta era svuotato.
Questa analisi impietosa estendibile a gran parte delle città italiane del dopoguerra richiedeva una forte discontinuità con il passato: era necessaria una concezione e una pratica dell’urbanistica di segno diverso che si affermassero normativamente nella pianificazione territoriale del comune di Piacenza. Il territorio non è inesauribile ma un bene prezioso che va conservato anche a favore degli insediamenti agricoli e delle esigenze dei cittadini. Il PRG deve essere tarato sul rigoroso rispetto degli standard urbanistici previsti dalle leggi e amministrata, in coerenza con il quadro di pianificazione provinciale e regionale, finalizzata prioritariamente al recupero del patrimonio edilizio esistente, a promuovere una riconversione delle imprese edili che per decenni hanno dato risposta all’ espansione urbana creando le varie “villettopoli”, a contrastare lo svuotamento dei centri storici, perseguendo uno sviluppo programmato funzionale alle esigenze effettive della comunità.
I CAMBIAMENTI DI UNA PIANIFICAZIONE
Il 21 aprile 1980 (46 anni fa) un voto del Consiglio comunale di Piacenza metteva termine a un dibattito sull’urbanistica nella città che era iniziato il 6 giugno 1977, quando era stato approvato un documento programmatico, con delibera, che stabiliva il cammino che si sarebbe percorso, per la revisione del Piano Regolatore Generale (PRG).
La Giunta in carica (sindaco Felice Trabacchi, del PCI) si era data una tabella di marcia che prevedeva costanti verifiche del Consiglio comunale. E perciò i passi successivi erano stati:
- 5 settembre 1977 – Istituzione dell’Ufficio di Piano comunale.
- 13 giugno 1978 – Adozione di una Variante specifica di Tutela e Salvaguardia, deliberata con atto n. 123/A-B-C-D.
- 20 dicembre 1979 – Adozione del progetto preliminare del PRG con deliberazione consiliare n. 366.
- 21 aprile 1980 – Adozione della Variante Generale del PRG con deliberazione n. 110/A-B.
Questo il cronoprogramma concordato con l’ingegner Marcello Vittorini, tecnico incaricato, con l’Ufficio di Piano, della revisione del PRG.
Dal 1977 al 1983 Vittorini, urbanista di fama nazionale con grande esperienza nel campo nella pianificazione territoriale, diventa consulente per il Piano Regolatore del Comune di Piacenza: non aveva accettato un contratto di tecnico incaricato della redazione del PRG, (come fino ad allora era avvenuto a Piacenza) chiedendo invece di avvalersi di un Ufficio del Piano costituito contestualmente nell’ambito dell’Ufficio Tecnico comunale.
“La gente ha bisogno di qualità urbana” era solito ripetere nel suo interloquire Marcello Vittorini. Che poi parlava spesso dei “mali della città attuale”, e sulla necessità di un approccio multidisciplinare che consentisse di affrontare le sfide della città contemporanea.
Fu soprattutto la variante di Tutela e Salvaguardia del giugno 1978 che suscitò le reazioni politiche e delle categorie del settore edilizio, con accuse che investivano la mia persona, il sindaco in carica, l’intera Giunta comunale e la maggioranza PCI-PSI che dal 1975 governava Piacenza.
Per parte nostra partivamo da un concetto che tutti noi ritenevamo strategico, che i nostri avversati ritenevano blasfemo. E cioè che il territorio non fosse inesauribile e che il PRG dovesse programmare lo sviluppo, tarato sulle reali esigenze della nostra comunità.
Venne diffuso da un partito di minoranza, un opuscolo che raffigurava Piacenza come un’isola circondata da un fossato nel quale nuotavano coccodrilli affamati e inferociti, pronti ad azzannare chiunque vi si fosse avvicinato o volesse addirittura entrare in acqua.
Un altro consigliere di minoranza spiegava a destra e manca che io non ero adatto a fare l’assessore all’Urbanistica perché l’unica cosa che avevo in comune con quella disciplina era il cognome.
Eccetera. Eccetera.
Quando ormai la Variante Generale era all’esame del Consiglio comunale, il 21 aprile 1980, le minoranze, con l’esclusione dei repubblicani e dell’on. Tassi (del MSI), disertarono la seduta e organizzarono una conferenza stampa per spiegare le ragioni della loro assenza, in contemporanea con la seduta consiliare in corso.
IL DESIDERIO DI PARTECIPAZIONE E LA VOCAZIONE DI UNA CITTA’
Piacenza è ormai in mezzo al guado, con la popolazione che invecchia, i giovani che se ne vanno, e le visioni che mancano (visioni di un futuro da sognare e costruire). Una città visionaria non è una città di sognatori, che segue progetti lontani dalla realtà, ma una città dotata di visionning, cioè di vision e di planning. In altre parole capace di immaginate un futuro desiderabile e di dotarsi di strumenti adeguati di pianificazione che accompagnino verso questo futuro.
La città visionaria è una città dotata di un’anima: senza di essa si precipita nella più grigia e ordinaria amministrazione. Se una città non trova un’anima, quella città semplicemente muore.
Le piazze e i luoghi di ritrovo (bar compresi) un tempo, nemmeno troppo lontano, alimentavano discussioni non banali. C’erano personalità che sapevano uscire dal “ma mi conviene?” per elaborare messaggi, proposte, critiche.
Il desiderio di partecipazione deve allora essere incoraggiato e ricercato dai poteri amministrativi locali, se hanno a cuore un confronto con la città e se intendono rifuggire da una gestione chiusa e autoreferenziale.
Il pubblico amministratore deve insomma, anche a costo di allungare i tempi di adozione dei suoi atti, far capire al cittadino il valore della posta in gioco – sia esso PSC o Bilancio o Tutela ambientale – anche se non c’è un obbligo di legge – sapendo che si è di fronte ad un appuntamento importante per il futuro della città e che un cittadino informato e consapevole potrà dire la sua sui progetti di cambiamento che lo riguardano. Il confronto fra cittadino e amministratore è faticoso per entrambe le parti, ma chi detiene il potere ha il dovere e la forza di dimostrarsi migliore di chi è semplice amministrato.
In questo senso rimangono sempre valide tre enunciazioni:
- E’ necessario rimettere il cittadino al centro della politica comunale.
- E’ necessario riportare i cittadini, soprattutto i giovani, nel centro di Piacenza, oggi ormai abbandonato da funzioni e vitalità
- E’ necessario porre mano alla transizione verso la città digitale e la smart city, ma sapendo che la vera smartness di una città è essenzialmente stabilire quale sia la vocazione di quella città! Prima ancora o congiuntamente all’applicazione dell’intelligenza operativa che porta ad installare semafori intelligenti; lampioni che si spengono quando vien chiaro; aiuole che si bagnano quando è secco e non si bagnano quando è umido; o i bidoni della spazzatura che segnalano all’azienda IREN quando sono pieni a 2/3; o i sensori che segnalano la strada più rapida per muoverti in città; eccetera. Tutto questo va bene ma è essenziale prima di tutto individuare collettivamente quale sia la vocazione della propria città.
FARE MOLTO O FARE MEGLIO?
Utilizzare territorio e terreno agricolo (o militare) in funzioni di ragioni sfacciatamente economiche (e spesso di carattere privato) costituisce una pessima politica urbanistica, che vorremmo lasciarci alle spalle, e auspico di trovare in questo ampie condivisioni, anche tra i partiti del centro-sinistra, se sapranno superare le ubriacature del “fare molto”, e penseranno invece al “fare meglio”.
Occorre dunque alimentare la cultura dell’ascolto, del commento, del dibattito come fattore di sviluppo. Ci vogliono spazi e figure in grado di lanciare sassi nello stagno per giungere alla città del futuro. Molti tacciono per rassegnazione, interesse, incapacità. E si perpetuano problemi: centro storico che muore, attrattive e occasioni perse, sviluppo che è solo cemento, tanti giovani che tentano la sorte altrove. Piacenza è una città in mezzo al guado, con visioni che mancano, mentre dovrebbe essere una città visionaria, non per seguire progetti lontani dalla realtà, però.
Non basta redigere un singolo Piano e attuarlo. Occorre avviare un processo continuo e coerente di pianificazione, di attuazione programmata del Piano, nonché della sua gestione. Tali finalità, seppure ambiziose, devono essere reali, concrete e raggiungibili, sia pure nei tempi che si rendono necessari.
La materia è ostica, certo, ma contempla una visione di città del futuro. Le previsioni edificatorie del P.U.G. (attuale definizione del PRG) devono a mio avviso evitare ogni ulteriore previsione di incremento del consumo di suolo e agire tangibilmente per una politica urbanistica di rigenerazione urbana.
Se si pensa di aumentare ancora la superficie edificabile (sia pure fino al 3%) occorre prima che si quantifichi quanto finora, area per area, è rimasto ancora da edificare nel Piano Strutturale Comunale vigente, che già di per sé era sovradimensionato rispetto all’andamento demografico e al fabbisogno abitativo/edilizio. E che nella strumentazione edificatoria si rinunci ad ogni previsione di aree per la Logistica.
LOGISTICA? NO, GRAZIE!
E come è possibile accettare lo strato grigio e in continuo allargamento che contraddistingue l’epoca della logistica sul nostro territorio? Piacenza ne è divenuta la capitale ma parallelamente abbiamo subito una discesa di ruolo, in settori un tempo strategici. Piacenza è stata infatti protagonista nel Novecento dell’agricoltura, poi del bottone e degli stabilimenti militari, poi dell’energia elettrica e della meccatronica – ben più trainanti per l’economia e per l’occupazione di qualità.
Logistica è una bella parola per dire immensi magazzini in cui i Tir portano e prelevano merce in un’incessante spola. Appare, diciamolo, un’economia di serie B. Ma i Comuni sembrano fare a gara per inserire nei loro Piani Regolatori aree con tale destinazione. La sensibilità ambientale delle pubbliche amministrazioni, proclamata nei programmi e dispensata a piene mani in feste, convegni, dibattiti e iniziative di vario genere, cede il passo alla ricerca di risorse finanziare portate da oneri di urbanizzazione, licenze edilizie (non importa che l’incasso sia una tantum) ed IMU e affini (che invece garantiscono cospicue entrate annuali). D’accordo che i Comuni piangono miseria perché l’eurodotto romano porta meno soldi d’una volta, però dovrebbero chiedere ai cittadini se preferiscono dire addio alla campagna o avere, grazie agli introiti da lottizzazione, qualche opera in più.
Perché si butta via per sempre prezioso terreno della fertilissima pianura padana quando da tante parti l’agricoltura è considerata il business del futuro? Perché con atti di autolesionismo si deturpano in maniera brutale e permanente zone che hanno una remunerativa vocazione turistica sotterrando così la loro ricchezza? Cultura e Green Economy sono il futuro, ma ancora non lo si capisce e ci si attarda su posizioni autolesionistiche.
L’UNICA NUOVA COSTRUZIONE
L’unica nuova costruzione che oggi si può accettare è quella del nostro futuro. Parlare o scrivere di mantenimento del suolo non può essere prerogativa di ecologisti e associazioni ambientaliste, ma piuttosto priorità di ogni essere umano e di conseguenza di qualsiasi politico e di chiunque, nelle istituzioni e nelle imprese, possa esercitare una funzione di comando.
Ermanno Olmi si sentiva figlio di quella terra e fare L’Albero degli Zoccoli fu per lui come fare il ritratto di una madre che non c’è più, cercandola nel profondo della memoria. Lo volle parlato in bergamasco, e gli obiettarono che non si sarebbe capito. Invece il film stregò anche la giuria internazionale di Cannes, che nel 1978 gli assegnò la Palma d’oro.
Fu come il segno di una svolta: alle soglie del Duemila ci si accorse che il mondo contadino era depositario di una cultura millenaria che non doveva andare dispersa. <<Ho cercato di riscoprire>>, spiegò il regista anni dopo, <<i tratti di una genitrice che ci ha protetti e che continuerà a proteggerci: la terra>>.
Questa era la qualità urbana che Marcello Vittorini auspicava.
* Sindaco di Piacenza dal 23 settembre 1980 a maggio 1985
