UCTAT Newsletter n.86 – FEBBRAIO 2026
di Fabrizio Schiaffonati
L’evento olimpionico ci prospetta due facce della realtà. Uno sdoppiamento tra un universale afflato di fratellanza e una crescente aggressività bellica. Da un lato sublimiamo la conflittualità per celebrare la bravura dei vincitori nel rispetto di regole e giudizi arbitrali, dall’altro non si attenua la ferocia di morte di conflitti devastanti. Non solo per quanti direttamente coinvolti ma per tutti risucchiati in un disordine che si pensava superato. Un progresso che credevamo crescente ma che purtroppo non è per la regressione del “sonno della ragione”.
Le Olimpiadi come le Esposizioni Universali hanno prospettato progetti di cambiamenti dei luoghi dove si sono svolte. Una lunga storia che a ripercorrerla ci riporta a risanamenti e sviluppi di città, con un lascito di opere per il benessere e la socialità. Anche di recente, coniugando l’occasione dei Giochi con notevoli programmi urbanistici e di opere pubbliche.
Da questo punto di vista Milano-Cortina presenta diverse contraddizioni, come problematici aspetti ambientali rispetto a un’ottica green e la realizzazione di nuovi costosi impianti per discipline inusuali che avrebbero potuto trovare accoglienza altrove nell’ottica di una manifestazione diffusa. Ma se nelle località alpine l’occasione ha consentito la realizzazione di infrastrutture pubbliche, non così a Milano. Il lascito per la città si circoscrive alla realizzazione del Villaggio Olimpico e dell’Arena a Santa Giulia, anche con risorse pubbliche, destinati poi a uno studentato e a una struttura per spettacoli di proprietà e gestione privata. Sconcertante, per non dir altro, la richiesta degli extra costi rispetto a quelli preventivati per opere fonte di futuri guadagni, col paradosso delle urbanizzazioni limitrofe all’Arena non ancora completate e lo strascico di un possibile contenzioso con l’amministrazione comunale che si auspica voglia far prevalere le proprie ragioni. L’euforia della Manifestazione ha fatto chiudere più di un occhio sulla landa desolata su cui sorge l’Arena.
Non così è stato in altre occasioni, tra tutte esemplare la Municipalità di Barcellona protagonista di un diffuso rinnovo urbano, ma anche Londra e Parigi con ambiziosi interventi infrastrutturali.
Milano non si è mossa in quell’ottica enfatizzando, nella scia di quanto già avvenuto col dopo l’EXPO 2015, l’aspetto commerciale. Un modello che ha evidenziato uno sviluppo squilibrato senza alcun vantaggio per periferie e larghi stati di popolazione, con fenomeni di gentrificazione, aumento dei prezzi delle abitazioni, disagio sociale.
Milano è la città italiana più costosa con una crescente emarginazione, altra faccia della medaglia d’una sorta di eventopoli per ricorrenti manifestazioni del lusso. Nonostante le approfondite analisi socioeconomiche, l’Amministrazione comunale tarda a prenderne atto, con una trionfalistica narrazione a fronte delle macroscopiche contraddizioni d’una gestione urbanistica ed edilizia tutt’altro che trasparente e rispettosa di leggi e regole. Fino a diventare, il “Modello Milano”, un vero e proprio caso nazionale.
Le Olimpiadi avrebbero potuto essere una grande occasione per la riqualificazione dell’intero sud-est milanese, un ambito strategico per storia e peculiarità, con progetti da tempo annunciati e continuamente rimandati. Un elenco: la Metrotranvia dalla Stazione di Rogoredo a Linate già nel progetto del quartiere Santa Giulia dal 2008; il completamento del proseguimento della Paullese fermo a mezzo nella landa del previsto Parco tra sud e nord di Santa Giulia; la ristrutturazione della Stazione di Rogoredo e della piazza antistante senza decoro per una stazione dell’alta velocità con otto milioni di passeggeri annui.
Per non dire dell’abbattimento del Cavalcavia [1] di piazzale Corvetto, già nella propaganda elettorale delle due ultime consiliature, che consentirebbe la riqualificazione ambientale dell’asse viabilistico da Rogoredo a Porta Romana, in un’ottica green non di vasi di piazze tattiche. L’Olimpiade era una occasione unica per un fattibile programma, non solo col Villaggio sullo Scalo Romana e l’Arena a Santa Giulia che hanno fatto da starter per altri rilevantissimi interventi immobiliari.
Urban Curator TAT da tempo ha richiamato l’attenzione sul sud-est milanese, per superare cesure viabilistiche e ferroviarie, carenze di servizi, stato d’abbandono dei quartieri di edilizia popolare, in un’ottica metropolitana con Metanopoli e San Donato, Porto di Mare e Parco sud. Ha promosso diverse iniziative, convegni e incontri pubblici, presentando analisi e progetti elaborati da docenti, professionisti e cittadini. Proposte riprese dai quotidiani e oggetto di pubblicazioni. Di recente PGT 2025. Strategie e progetti per il sud-est milanese.
Ma se neppure le Olimpiadi sono state una occasione per un cambiamento di indirizzo delle politiche urbanistiche ed edilizie, si impone una riflessione sul ruolo e le competenze di chi governa. Milano è sempre più ostile e conflittuale, luogo di separatezze rispetto alla identità comunale, diversamente da altre città. Un legame che a Milano si è rotto dopo la metà del secolo scorso, quando allo sviluppo economico corrispondeva anche a un miglioramento sociale. Politiche abitative, dei trasporti e dei servizi, poste al centro di una città capitale economica nonché morale, per laboriosità, efficienza e spirito civico.
Un processo interrottosi per carenze della politica, con un esercizio dell’urbanistica e dell’architettura senza razionalità e rigore, senza dar voce ai cittadini. La partecipazione dei Municipi è andata svuotandosi, ridotti da presidi in diretto contatto coi problemi della popolazione a organi burocratici. Così si spiega la disaffezione al voto com’è stato per l’ultima consiliatura. Il sintomo di una Amministrazione sempre più lontana ed estranea.
La complessità di oggi richiederebbe invece un rinnovato impegno di tutti, supportato da adeguate competenze. L’architettura e l’urbanistica rimangono discipline cardine della organicità della città, nel definire spazi razionali, funzionali, ergonomici, estetici, in grado di contemplare e accogliere tradizioni, aspirazioni individuali e sociali, comportamenti identitari e virtuosi come nella bellezza di tanti luoghi ereditati. Tradizione è un termine ambivalente. Regressivo se rivolto solo al passato, valoriale se assume il limite umano come necessario rispetto a un acritico sviluppo.
“Decifrare la città”: interrogarsi sull’essenza dell’urbis con la modestia che progettare è una responsabilità difficile e impegnativa, non mero atto artistico individuale, sintesi multidisciplinare di architetti con una responsabilità rilevante perché è in gioco il benessere e la felicità delle persone. Un ruolo non disgiungibile da uno spirito indipendente. Una militanza estranea al clientelismo politico e affaristico. Calarsi quindi nel presente, con l’analisi dei dati e l’inchiesta come strumento conoscitivo, rompendo il conformismo di soluzioni codificate e mercificate.
Mi ha colpito l’osservazione in uno scritto dello psichiatra Marco Oliva: “Essere contemporanei è allora so-stare nell’ignoto presente e provare ad osservarlo come inedito”. Una prospettiva necessaria all’urbanista-architetto per tracciare il cambiamento e non subirlo.
Bisognerebbe da lì ripartire per decifrare la città e, come ammoniva Marcel Breuer, “Progettare per sopravvivere”.

[1] https://www.milanotoday.it/attualita/cavalcavia-corvetto-riqualificazione-2024.html
