Deriva urbana

UCTAT Newsletter n.72 – novembre 2024

di Paolo Debiaggi

Le critiche rivolte agli esiti nefasti del mancato governo pubblico delle trasformazioni della città e la miopia di una politica tutta rivolta ad attrarre in ogni modo l’investitore privato e a disattendere il proprio ruolo di ascolto dei bisogni collettivi e indirizzo delle trasformazioni urbane, sono spesso state oggetto delle nostre riflessioni all’interno di questa newsletter. Una azione critica senza preconcetti di faziosità, ma, come nella natura prettamente tecnico-culturale-disciplinare della nostra associazione, volta a stimolare un dibattito e una riflessione costruttiva rispetto alle dinamiche urbane osservate, a cui non sono mancate, in parallelo, proposte e progettualità specifiche che potessero, a nostro avviso, rappresentare un diverso programma di azione e un suggerimento a fare diversamente.

La nostra iniziativa trovava particolare valore in quanto cercava il suo spazio all’interno di un contesto di assoluto consenso, quantomeno apparente, rispetto all’azione amministrativa della reggenza Sala degli ultimi anni, il cui momento massimo si è raggiunto con la schiacciante rielezione a Sindaco del 2021 che ne confermò, nei numeri, il primato di sindaco più amato di Italia. Il modello Milano risultava talmente vincente che sembrava potersi costituire, come auspicato dai suoi principali protagonisti e sostenitori, come riferimento per una politica urbana nazionale di crescita e “rigenerazione”.

Il contesto è cambiato da allora e i nodi sono venuti al pettine. I limiti dell’azione amministrativa si sono progressivamente disvelati all’opinione pubblica, gli squilibri prodotti sono diventati evidenti non trovando più riparo alla seppur consistente azione di promozione e marketing autocelebrativo del governo cittadino. Le debolezze dell’azione amministrativa si rivelano oramai evidenti alla pubblica opinione, non più dissimulabili dalla narrazione mainstream. Non serve ora riaprire i cahiers de dolèances, ma la mancanza di governo incisivo delle disuguaglianze sociali sempre più marcate ed evidenti, la difficoltà nel garantire sicurezza urbana e ordine pubblico, il buco nero nella gestione delle case pubbliche, il tema dimenticato delle periferie, l’incapacità di governare il traffico urbano, la carenza nella manutenzione del verde e nella cura dello spazio pubblico, l’inefficienza nella gestione dei servizi, sono tutte tematiche oramai all’evidenza di tutti.

L’iperattività del settore costruzioni/immobiliare degli anni recenti ha prodotto pesanti trasformazioni non solo dell’ambiente fisico-urbano, con massiccia densificazione del tessuto edificato, parallelo continuo consumo di suolo e degrado del contesto ambientale, ma altrettanti pesanti squilibri nel contesto sociale degli utilizzatori della città. L’esplosione dei valori immobiliari ha prodotto processi di espulsione sempre crescente dalle zone centrali della città, difficoltà nell’ accesso alla locazione per fasce sempre maggiori di popolazione, un economia urbana sempre più basata sull’eventificio ha trasformato ampi brani di città in favore del turismo di massa non governato, lasciando irrisolte questioni annose come l’offerta di case popolari per i deboli e un esito sempre più percettibile delle diseguaglianze, da una parte i quartieri nuovi concepiti come enclaves di lusso, dall’altra lunghe file per le strade alle mense per poveri. Strade sempre più insicure, crimini di sopravvivenza in forte crescita, fenomeni di rivolte urbane in alcune periferie completano il quadro di una città che sembra piuttosto allo sbando.

La perdita di consenso dell’azione amministrativa della città, in particolare nel governo delle trasformazioni fisiche della città, è stata accompagnata dalla nascita di comitati spontanei di cittadini contro la cementificazione continua a scapito dei suoi valori ambientali (Cittadini per Piazza d’Armi, per San Siro, per Piazzale Baiamonti, per la Goccia alla Bovisa, per il parco Bassini, contro la Torre di via Stresa,….) . E sono pure fioccate le denunce su specifici casi di densificazione pesante di interstizi di città che hanno visto sorgere torri residenziali nei cortili o in sostituzione di basse edificazioni preesistenti. Le iniziative giudiziarie successive hanno messo in evidenza le modalità con cui l’azione di governo comunale di tali trasformazioni si è caratterizzata. In particolare, sotto la bandiera della cosiddetta rigenerazione urbana, si è svelato che da circa 10 anni il Comune di Milano consente imponenti interventi edilizi attraverso semplici Segnalazioni Certificate di Inizio attività (SCIA), in sostanza delle autocertificazioni dei tecnici in luogo a iter approvativi, interpretando a modo suo la legge urbanistica nazionale e dilatando il concetto di ristrutturazione, così da rendere possibile la sostituzione di un piccolo volume preesistente con un mega condominio, rinunciando pure a incassare un bel po’ di oneri di urbanizzazione che servirebbero a fare opere e servizi per tutti. Inoltre, le convenzioni, con i relativi impegni economici, per gli interventi più impattanti, vengono approvate non dalla Giunta comunale, come prevederebbe una procedura urbanistica, ma siglate nell’ufficio di un Notaio con una semplice scrittura tra imprenditore e funzionario comunale, come se si trattasse di un accordo privato, sottraendo il processo trasformativo ad ogni evidenza pubblica, valutazione politica di opportunità e ad ogni visione di insieme rispetto alla evoluzione generale della città. La ragione prima per cui si sarebbe attuata una simile strategia, a quanto emerge dalle esternazioni dei fieri protagonisti, risiede nella volontà di sostenere e promuovere l’attrattività di Milano agli investimenti immobiliari, facilitando e snellendo tempi e procedure anche a costo di perdere oneri di urbanizzazione utili a finanziare beni e servizi pubblici.

Dal momento in cui le inchieste hanno cominciato a trapelare nei loro addebiti, l’amministrazione comunale ha provato a cercare vie d’uscita da una situazione che ha messo a rischio decine di cantieri già realizzati e molti altri autorizzati con le medesime modalità. Dopo anni di compattezza della macchina comunale nel seguire gli indirizzi volti a favorire la trasformazione ad ogni costo, incuranti delle conseguenze al contorno, in termini ambientali, sociali, economici e per le casse comunali, da quando le prime indagini hanno messo in dubbio la correttezza degli assunti su cui l’azione amministrativa veniva esercitata, i reggenti della rigenerazione urbana in salsa milanese non ne hanno indovinata una. Da una parte il lancio di strali verso l’azione della Procura denunciando i danni economici prodotti dalle indagini verso la città, causandone il blocco dell’attività edilizia, dall’altra una delibera di Giunta comunale che richiamava gli uffici tecnici a cambiare modalità autorizzative non seguendo più gli indirizzi dei propri dirigenti di settore, ma allineandosi agli orientamenti interpretativi che trapelavano dalle stesse indagini. Insomma, una auto-delegittimazione del proprio operato. Successivamente, l’aggiornamento degli oneri di urbanizzazione, lasciati colpevolmente non adeguati dal 2007 (quando la legge prevede di farlo ogni tre anni!!), portandoli all’improvviso ad essere raddoppiati con prevedibili conseguenze per le future iniziative trasformative, lasciando un profondo rimpianto per gli incassi omessi finora dalle consistenti trasformazioni già avvenute e che hanno potuto beneficiare di un bello sconto a scapito della comunità. Infine, la bizzarra iniziativa di chiudere l’accesso al pubblico e ai professionisti agli uffici tecnici comunali, nel momento in cui sono emerse a mezzo stampa le possibili liason privilegiate tra alcuni funzionari pubblici e operatori privati particolarmente graditi, coinvolgendo così tutti i tecnici che necessitano, legittimamente, di interloquire con gli uffici per fare il proprio lavoro, in una specie di reazione piccata, con l’ovvio e conseguente insorgere di tutte le categorie verso una illegittima interruzione di un doveroso servizio comunale.

Insomma, tutte iniziative maldestre che sottolineano la confusione regnante e la mancanza di capacità direttiva che in qualche altro paese civile avrebbe provocato un profondo ravvedimento delle modalità, una vera riflessione politica sulla opportunità di riconsiderare il modello di gestione e, magari, la dimissione da qualche posto di comando. Purtroppo, anziché assistere a una presa di coscienza delle distorsioni prodotte e una volontà di cambio di registro e revisione di forma e sostanza del governo delle trasformazioni, si è assistito a una pressante azione di sollecitazione verso il Parlamento e il Governo centrale, nonostante sia di indirizzo politico avverso, con il supporto interessato dei costruttori, dei player del real estate e (cosa piuttosto imbarazzante per la categoria) degli Ordini professionali di settore, tutti preoccupati dal rallentamento dell’abbuffata immobiliare, invocandone un intervento salvifico che cancellasse ogni possibile addebito sulle attività passate e riportasse il business del cemento alla sua massima potenza.

Ma non essendoci mai fine al peggio, dopo mesi di trattative, il Parlamento ha approvato alla Camera, nei giorni scorsi e con una maggioranza trasversale tra Centrodestra e Partito Democratico, una legge che, se dovesse chiudere il suo iter anche in Senato, determinerebbe la peggiore delle soluzioni possibili, estendendo infine, paradossalmente, il famigerato Modello Milano al resto di Italia, proprio nel momento in cui ha dimostrato ogni suo limite.

La cosiddetta legge SalvaMilano, alla fine, ha assunto la forma di una sorta di “interpretazione autentica” di alcuni principi contenuti in due norme fondamentali dell’urbanistica italiana, il  DM. 1444 del 1968 e nella L.10 del 1977, andando proprio ad assecondare le richieste dell’amministrazione comunale milanese.  I due dettati riguardano l’obbligo di presentazione di un piano attuativo, di iniziativa pubblica e/o privata, che definisca nel dettaglio l’organizzazione urbanistica, infrastrutturale ed architettonica di un ambito di intervento, nel caso di realizzazione di nuove edificazioni che superano i 25 metri di altezza e/o che superano l’altezza di edifici preesistenti e circostanti. Prevedendo, inoltre, il pagamento di oneri di urbanizzazione e la realizzazione di opere utili alla collettività. In estrema sintesi, si tratta del principio che afferma la necessità di una redistribuzione sociale del valore generato da una trasformazione, in chiave privatistica, di un bene collettivo quale il territorio. A fronte della concessione o permesso, attribuito al privato, di realizzare un intervento di valorizzazione della sua proprietà che comporterà un beneficio per lui in chiave economica e un impatto sul territorio in termini di nuovi residenti che lo abiteranno, questi dovrà farsi carico di realizzare, direttamente o indirettamente, una quota di infrastrutture e servizi pubblici che quel nuovo brano di città necessiterà. In rapporto ai nuovi abitanti insediabili previsti dal nuovo intervento, si provvedesse a realizzare o a contribuire economicamente affinchè vengano realizzati dalla pubblica amministrazione, nuovi spazi destinati all’educazione, all’assistenza, alla casa pubblica, al culto, allo sport, al tempo libero, al parcheggio veicolare, al verde pubblico..

I difensori del buon agire del Comune di Milano e in generale del sistema che risulta indagato, sostengono che tale principio sia vetusto, superato nei presupposti e nella realtà. Sostengono, Assessore alla Rigenerazione Urbana del Comune di Milano in primis [1], che questa prassi avesse senso nella città in espansione, quando la crescita della città aggrediva nuovi territori, non più ora, non più nell’epoca della rigenerazione urbana. Ora il tema è la sostituzione edilizia di parti di città già edificate e che necessitano di essere appunto rigenerate. Non serve realizzare nuovi servizi pubblici, il vero servizio pubblico che portano le operazioni di Rigenerazione Urbana è quello di sostituire le parti di città dismesse o parzialmente dismesse dalle funzioni originarie produttive, in qualcosa di nuovo che insedi le nuove funzioni urbane contemporanee. Sostituire il brutto con il Bello!!! Il bello è il vero valore aggiunto che la rigenerazione urbana offre alla collettività.

Evidentemente è questione di gusti e di priorità… ad avviso di chi scrive risulta difficile convincersi che il principio dello standard pubblico sia antiquato, sia qualcosa a cui rinunciare nell’interesse della collettività, proprio in un momento storico in cui la carenza di risorse pubbliche è la ragione prima utilizzata dagli stessi amministratori per giustificare il taglio continuo ai servizi pubblici e la dismissione progressiva del patrimonio pubblico (dalle piscine comunali, alle case per i poveri..). Senza contare le ingenti risorse che necessiterebbe una vera politica di interventi per sostenere la transizione ecologica e contrastare gli impatti che il cambiamento climatico produce. Le città a cui Milano dichiara di guardare come competitors per attrarre gli investitori immobiliari internazionali, accanto all’offerta di aree da rigenerare offrono anche strategie, piani e interventi di adattamento reali e non solo immaginari. Azioni di depavimentazione, di forestazione urbana, di realizzazione di parchi e giardini drenanti, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, revisione integrale dei sistemi urbani di smaltimento e gestione delle acque non più idonei a supportare gli eventi estremi sempre più frequenti, addirittura incentivi pubblici alla realizzazione di coperture verdi… ma a Milano evidentemente tutto ciò non interessa realmente, basta solo definirlo sulla carta, far parte di qualche rete glamour di città globali,   parlarne in qualcuno dei numerosi eventi fuffosi ospitati e promuovere azioni consapevoli nella cittadinanza, in qualche finta azione di condivisione e co-partecipazione pubblica. E quando gli eventi drammatici accadono e i danni vengono realmente provocati, dare la colpa ad altri, denunciare la mancanza di risorse e invocare l’intervento del governo centrale.


[1] Posizione desumibile da G.Tancredi, Riccardo Dall’Osso “Next_Milano, 2015-2030 urban regeneration” 2023, ribadita in maniera assolutamente chiara e convinta nell’incontro organizzato dall’ordine degli Architetti di Milano lo scorso 11 luglio sulle novità introdotte dal Decreto 69/2024 cosiddetto “Salva casa”.

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