Di chi è l’architettura?

UCTAT Newsletter n.90 – giugno 2026

di Federico Balestrini, Fabrizio Schiaffonati, Stefano Topuntoli

Caro Fabrizio,

Ti voglio raccontare un episodio davvero singolare che si è concluso con una diffida a girare uno dei video in cui racconto le architetture milanesi dei Maestri del dopoguerra.

Ricerca e approfondimenti fatti, ho scritto tutto il testo del video e, sulla scia dell’entusiasmo di questa storia, mi reco a gennaio a fare il primo sopralluogo.

Volevo raccontare la casa che Gio Ponti ha progettato in via Dezza e dove lui stesso ha abitato con la famiglia. L’intento era di evidenziare quanto fosse moderno il suo appartamento, concepito per la permeabilità prospettica, in cui Ponti ha cercato una continuità spaziale tra gli ambienti. Spettacolare la citazione rinascimentale delle infilate prospettiche per le camere concatenate. La camera padronale, ad esempio, è semplicemente schermata dal soggiorno mediante una separazione mobile. E mi ha stupito che Ponti, quando ci va a vivere, ha 66 anni: non è un giovanotto, ma vuole una camera così moderna e non chiusa. Incredibile.

A gennaio vado sul posto a fare il primo sopralluogo per rendermi conto dal vero dell’edificio e calcolare l’ora giusta per avere la luce migliore per le riprese.

Chiedo alla portinaia se è possibile fare video delle parti comuni come androne e cortile retrostante. Dopo avermi immediatamente fermato, la solerte portinaia mi comunica che devo chiedere al curatore dei “Gio Ponti Archives”. Gli telefono e mi chiede di mandargli una mail di richiesta, che invio il giorno stesso indicandogli, a mo’ di esempio, alcuni dei miei video divulgativi recenti. Siamo a gennaio.

Nessuna risposta.

Gli riscrivo a febbraio inviandogli anche la traccia scritta del video così da evidenziare il taglio culturale del lavoro. Che poi, come sai, lavoro non è, perché se faccio quei video è solo per la passione di divulgare con tagli inediti capolavori poco conosciuti.

Nessuna risposta.

Però la ricerca, che ho proseguito ancora nei mesi successivi, mi dispiaceva non sfociasse in nulla, così a maggio gli riscrivo comunicandogli che la settimana successiva avrei girato il video, limitandomi al prospetto pubblico su strada, in assenza di una sua autorizzazione.

La risposta arriva nel giro di poche ore. Il curatore scrive per conto degli eredi di Gio Ponti.

E il succo è — cito — “non la autorizzo affatto a produrre il video”. Mi spiega inoltre che gli interventi sulla figura e l’opera di Ponti richiedono un loro benestare non soltanto sui contenuti, ma anche sul contesto in cui vengono presentati.

Rimango interdetto. Non me l’aspettavo.

Certo, mi rendo conto di non produrre contenuti cinematografici, ma non credo siano poco dignitosi o lesivi per il lavoro di un architetto, ancorché sia Gio Ponti.

Anzi, solitamente ricevo ringraziamenti e apprezzamenti per i temi trattati, la ricerca fatta e il taglio scelto.

Passata la grande delusione, faccio per rispondergli ma mi fermo. Avrà mica ragione? Davvero mi può impedire di parlare di un edificio riprendendolo dalla strada pubblica?

Ho fatto qualche ricerca.

Ancora più stupito, scopro che la legge sul diritto d’autore, la n. 633 del 1941, all’articolo 12 recita:

<<L’autore ha il diritto esclusivo di pubblicare l’opera. Ha altresì il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo, originale o derivato, …>>

Non sono un legale, ma da alcune interpretazioni evinco che, pubblicando le riprese dell’edificio senza autorizzazione, lederei il diritto patrimoniale dell’autore ad ogni sfruttamento economico dell’opera, anche se il mio fine è solo la divulgazione culturale e non certo di lucro.

In pratica nessuno può impedirmi di parlarne, ma se pubblico mie foto e miei video dell’edificio commetto un illecito. Questo perché l’opera è di interesse artistico e l’autore è morto da meno di 70 anni.

Questo il contesto legale, ma mi lascia perplesso che non sia stato colto lo spirito del video che avrei voluto produrre, che non avrebbe tolto nulla all’opera ma anzi aggiunto informazioni interessanti e avvicinato più persone a un lavoro di grande raffinatezza, in verità mal raccontato. Sulla casa di via Dezza, infatti, la maggior parte delle pubblicazioni si ferma a letture superficiali. Non viene spiegato, ad esempio, il funzionamento delle Modernfold (le divisioni mobili tra gli ambienti), né approfondito il rapporto tra numero dei locali e superficie dell’alloggio. E ancora non si parla degli appartamenti ai piani inferiori, alcuni dei quali sposano la “vita alla Ponti”.

Da ultimo, trovo fuori posto considerare che “il contesto dei miei video” non sia degno di un’opera architettonica.

Come sai, il mio lavoro è un altro, e la pubblicazione di letture architettoniche sul mio canale YouTube non ha alcuno scopo commerciale o di profitto: amo studiare edifici e raccontarli in modo semplice ma in profondità, rispondendo a domande tecniche che aiutano a comprendere l’eccezionalità dell’opera.

Con stima,

Federico

Noviglio, 31 maggio 2026


Caro Federico,

Ho letto questa paradossale vicenda, per usare un eufemismo. La esponi in modo chiaro e freddamente oggettivo. Io reagisco con disgusto a certi comportamenti umani.

Quindi, come ti ho detto, pubblicherei la tua lettera nella newsletter di fine giugno, a cui far seguire una mia risposta. Non escludo, se riesco, di avere un parere da un legale per capire se le cose stanno proprio così.

Un saluto, e continua a filmare, perché non sei un flâneur (divertente: il correttore automatico lo aveva sostituito con “flanella”, milanesizzandolo) che bighellona col naso all’aria, ma uno studioso da far invidia a storici dell’architettura moderna che s’impancano a dar lezioni.

I tuoi filmati infatti aiutano a entrare nell’impalpabile essenza dell’architettura, che sai fare perché tu la progetti, diversamente da tanti che ne scrivono solo con voli pindarici. Quindi continua a farli, anche per i tuoi studenti, perché sono importanti per capire, non solo sui libri, e soprattutto per “saper vedere l’architettura”, come scriveva Zevi. Così facevi anche da assistente ai miei studenti.

Siamo diventati amici per tanti motivi, ma anche per il modo di condividere l’architettura.

Un saluto.

Fabrizio

Milano, 5 giugno 2026


Caro Federico,

Fabrizio mi ha reso partecipe della tua disavventura, così ti faccio partecipe della mia, inoltrandoti una e-mail dell’11 agosto 2025. Purtroppo, gli eredi hanno ragione: sono stato il fotografo di studio di Aldo Rossi negli ultimi dieci anni di attività e ho un obbligo verso la fondazione, ovvero che ogni mia foto pubblicata abbia il benestare degli eredi, che però, devo dire, lo concedono immancabilmente.

Ci sono altre persone in questo mondo, però, persone più nobili se vogliamo, come Jacopo Gardella, che non ha mai posto alcuna difficoltà alla divulgazione dell’opera di Ignazio, per il quale ho fotografato molte architetture, tavole e modelli.

Ho inviato diverso materiale, che dovevo pubblicare, in visione agli archivi Gio Ponti, e di seguito trovi la risposta che ho avuto da Anna Gambarin, che si è dimostrata disponibile: l’impegno è che ogni foto possa giacere nel loro archivio. In allegato troverai anche una selezione di via Dezza prodotta per il libro “Case Milanesi” di Simona Pierini.

Email inviata alla Curia Arcivescovile di Milano — 11 agosto 2025

Milano, 11 agosto 2025

Spett.le Curia Arcivescovile di Milano e p.c. Rettore della Chiesa di Santa Maria presso San Celso, Milano

Buongiorno,

sono Stefano Topuntoli, fotografo di architettura che opera a Milano da 45 anni; il mio impegno quotidiano è documentare la nostra città attraverso immagini dei suoi paesaggi e delle sue architetture. Vorrei rendere partecipe la Curia Arcivescovile di quanto accaduto nel pomeriggio di sabato 9 agosto 2025.

Mia intenzione era di ripetere uno scatto della facciata della chiesa di Santa Maria presso San Celso, con una luce solare orientata diversamente da quella della foto già scattata il 13 giugno 2021 (in allegato). Entrato nella corte, mentre ricercavo un punto di vista corretto per una restituzione in piano, con fotocamera in mano e senza uso di treppiede, una persona in camicia bianca e pantaloni scuri si avvicinava velocemente redarguendomi per il mancato rispetto dei cartelli di divieto di fotografare. Rispondevo chiedendo il motivo di questo divieto, ricevendo come risposta “questa è una proprietà privata”; mi presentavo chiedendo a chi mi trovassi di fronte, ricevendo risposta “sono il Rettore”. Finito lo scambio, mi avviavo verso l’uscita che conduceva fuori dalla “proprietà privata”, amareggiato per non aver potuto sfruttare una bella luce su quella facciata.

Questi i fatti; di seguito qualche considerazione personale.

Addurre come motivazione a questo “undicesimo comandamento” — “vietato fare foto in questa proprietà privata” — la sola natura giuridica del luogo non è una spiegazione sufficiente, perché il proprietario dovrebbe comunque chiarire perché non sia possibile scattare foto. A Milano ci sono altri proprietari che lasciano generosamente fotografare le loro proprietà all’interno dei loro cortili; in allegato mie foto della Certosa di Garegnano, dell’Abbazia di Chiaravalle, dell’Abbazia di Mirasole e della Basilica di Sant’Ambrogio, che permettono a tutti i pellegrini in visita di portarsi a casa un ricordo di quelle bellissime architetture. Per la chiesa di Santa Maria presso San Celso, in corso Italia, vige invece un divieto tanto ingiusto quanto ingiustificato e anacronistico; eppure all’interno si può rinvenire un cartoncino attaccato al muro con un curioso slogan come causale: “spegni il cellulare e accendi la fede”. Penso che l’autore sia convinto che, non usando il telefonino per fotografare, la fede degli avventori raggiunga più facilmente un’estasi mistica verso il sacro.

Usare i propri diritti senza un minimo di temperanza, imponendo divieti, porta a situazioni grottesche. Per dimostrare questa mia tesi, mi sono recato ieri, domenica mattina, davanti alla facciata in restauro della Basilica di San Carlo al Corso, dove il proprietario, a suo sacrosanto diritto, espone un gigantesco display a diodi con una pubblicità fastidiosa e distraente, imposta al nostro sguardo e al cannocchiale che punta il Duomo (in allegato): una réclame di orologi di lusso che trasuda edonismo da ogni pixel, in aperto e inconciliabile conflitto con il francescanesimo immanente incoraggiato dallo stesso proprietario.

Rilevo allora questa grave contraddizione: chi ci vieta di usare la macchina fotografica per evitare distrazioni ci invoglia, con le sue pubblicità, verso una vita basata sulla soddisfazione di piaceri personali, lontanissima dalla spiritualità che pretende quando varchiamo la soglia delle sue proprietà. Definire “Proprietà Privata” la casa del Signore — aperta a tutti, ma chiusa per noi miseri peccatori fotoamatori — mi sembra un oltraggio al buon senso comune.

Cordiali saluti,

Stefano Topuntoli

Stefano

Milano, 5 giugno 2026


Caro Stefano,

Non mi è chiaro se si possano fotografare gli edifici dall’esterno senza entrare nella proprietà privata. Mi sembra paradossale che non lo sia, perché se così fosse non si potrebbe fare alcuna fotografia con case sullo sfondo.

Un saluto.

Fabrizio

Milano, 5 giugno 2026


Caro Fabrizio,

Da suolo pubblico posso fare tutte le riprese che voglio, ma in caso di pubblicazione potrebbero esserci problemi se il proprietario o l’autore dell’edificio volessero far valere i propri diritti. C’è però un altro diritto inalienabile per fotografi e giornalisti, che si chiama diritto di cronaca: se dovessi scrivere, per assurdo, un articolo sul Corriere denunciando che la casa di via Dezza fa schifo e deturpa il paesaggio, potrei pubblicare foto a riguardo, come fece Bruno Zevi, bontà sua, quando soprannominò il Pirelli “mobile bar ingigantito alla scala della città”. In allegato uno stralcio dal CdS del 27.12.2002 a riguardo.

Vale!

Stefano

Milano, 6 giugno 2026


Cari Fabrizio e Stefano,

innanzi tutto, grazie di cuore per la premura e l’attenzione con cui avete risposto al mio racconto.

È evidente che, prima di oggi, ho peccato molto di ingenuità e mostro il fianco a richieste di risarcimento per le opere che ho trattato sul mio canale.

Grazie a Stefano per il contributo. Spero di avere occasione per un incontro.

A presto,

Federico

Noviglio, 7 giugno 2026


Caro amico [ndr. Fabrizio],

Leggere queste tue righe mi onora e sostiene. Ti ringrazio infinitamente per la stima che mi accordi.

Vorrei rivederti presto per parlare con calma di architettura.

Grazie, inoltre, per aver coinvolto Topuntoli, che mi ha risposto con premura.

Un abbraccio e a presto,

Federico

Noviglio, 7 giugno 2026


Caro Topuntoli,

Le tue più informate spiegazioni mi lasciano ancora dei dubbi. Tu scrivi che “da suolo pubblico si possono fare tutte le riprese che si vogliono, ma ci potrebbero essere dei problemi nel caso in cui il proprietario o l’autore volessero far valere i propri diritti”, ma poi aggiungi del “diritto di cronaca”, per cui posso parlare anche male di un edificio in un articolo sul Corriere.

Ma parlarne in un video sui social non rientra nel diritto di cronaca e di critica? E allora tutte le immagini che compaiono in Google? O quando faccio foto dall’esterno per fare una lezione che poi viene diffusa?

Mi pare un quesito che prima o poi vedrò sciolto nella rubrica della Settimana Enigmistica “Se voi foste il giudice”. Io nove volte su dieci non ci azzecco usando il buon senso, come mi sembrerebbe in questo caso, perché le vie della giustizia (italiana) sono infinite.

Un caro saluto, sperando di non disturbare per una questione che per me non è di lana caprina, anche per sapere se le foto che io e altri facciamo a corredo di articoli della newsletter, perlopiù di edifici importanti, possiamo continuare a pubblicarle. Oppure dobbiamo allegare solo foto delle nuvole e di vasi di fiori.

Grazie e un saluto,

Fabrizio

Milano, 8 giugno 2026


Proprietà privata, foto di INVICEM