Nella stagione dell’hypocritically correct. Dinamiche, seduzione, interpretazione.
UCTAT Newsletter n.93 – ottobre 2026
di Maurizio De Caro
Introduzione al perimetro analitico
Nessuno può sentirsi escluso da questo chiacchiericcio, da questa necessità incessante, da questa volontà di esprimere un giudizio, colti o insipienti, potenti o miserabili così fan tutti e dunque, proviamo a raccontare perché questa reale ansia da prestazione, ubiqua e trasversale sia diventata il nuovo spettro che si aggira per l’Europa.
Dunque partiamo dalla commistione che è caratteristica ormai invadente della contemporaneità, le antiche e obsolete categorie sono state frantumate in ogni manifestazione del “pensare umano”, a partire dalle arti del secolo scorso: musica, architettura, creatività multidisciplinare, si sono nutrite compulsivamente di nuove forme del bello, e di una potente influenza del brutto.
Il principio delle avanguardie storiche novecentesche era: scomporre ogni riferimento classico, e saccheggiare ogni rivolo di repertorio, anche il meno probabile, per dare un nuovo senso a questa categoria dove l’aleatorietà, l’atteggiamento stocastico, fossero le nuove matrici dell’estetica.
Fin qui mi pare un principio condivisibile, ogni era ha stabilito dei principi in fatto di moda, come sommatoria dei caratteri che divengono stabili poiché indicatori di un tempo e del suo “spirito”, ma lo zeitgeist non è una sequenza rigorosa di decenni e di stili, ha sempre privilegiato quello dominante, rispetto alle innumerevoli contraddizioni di movimenti artistici.
Ogni tanto ci raggiunge un rapel á l’ordre che cerca di rimettere “ordine” ad un flusso che è sfuggito di mano ai produttori di generi, quelli che costruiscono le classifiche trans-mediali delle varie discipline, con scontri più o meno violenti, più meno conosciuti tra compagini più sportive che intellettuali: Arnold (Schönberg) contro Igor (Stravinskij), o ancora prima Peppino (Verdi) contro Richard (Wagner),o addirittura Pablo (Picasso) contro tutti, e futuristi contro impressionisti, per arrivare all’architettura modernisti-razionalisti contro neo-neoclassici.
Ma dicevamo innanzi, i movimenti si intrecciano, si frantumano tra loro, si nutrono delle reciproche contraddizioni, in autonomia, ma sempre refrattari al giudizio, come risulta naturale per l’Artista che ha l’auto-referenzialità come “dogma non negoziabile”.
Il secolo scorso è stato caratterizzato dal trionfo dell’incertezza, da una condizione umana che era espressione di una sequenza di “cadaveri eccellenti”, e da Dio all’uomo e viceversa il passo è breve, dunque, a partire dalla divinazione come atteggiamento dell’artista, all’implosione concettuale, rimangono le macerie polverose del dubbio, dove neppure una singola tappa del viaggio ci appare significativa.
La teoria delle catastrofi di Renè Thom si è finalmente realizzata.
Troppi, e da molto più di un secolo, sono state le “tabulae rasae”, ma quello che risulta irreversibile è che nello status di frugalità, di sostituzione concettuale, si cercano e spesso si trovano, come nella patafisica “soluzioni immaginarie“, e la moltiplicazione esponenziale di quanti avrebbero dovuto dettare nuove e più significative norme, hanno rappresentato la fine dell’era di ogni certezza, senza lasciare tracce, senza lasciare indizi
Con buona pace di quanti avevano galleggiato tranquillamente nell’infinito universo delle consuetudini: perché cambiare? e come? questa rivoluzione è migliore della precedente restaurazione?
il XX secolo ha fatto da spartiacque tra i differenti concetti di avanguardia, dopo quelle classiche della prima metà, nel dopoguerra, la produzione culturale gigantesca ha creato la teoria della inutilità/nullità del gesto, una intrinseca aleatorietà, una specie di estetica del niente permanente o se volete “dell’adesso” come assioma problematico e aporia filosofica.
Negli ultimi decenni abbiamo imparato a navigare a vista e continuando a stupirci continuamente siamo diventati indifferenti a qualsiasi gesto artistico, tra una performance di John Cage, o di Marina Abramovic, abbastanza simili poiché tra il silenzio di 4’33” e il tentativo di farsi uccidere (Rhythm 0, 1974), imposto dall’artista serba allo spettatore, non c’è molta differenza se al centro di tutto si erge maestosa la Noia, non avere davvero più nulla da dire, figuriamoci se possiamo conservare il ricordo di avere qualcosa da ri-cercare.
Se il nulla nulleggia (“das Nichts nichtet”) come diceva il più grande cantore del XX secolo, Heidegger, il tantissimo, il troppo ci opprime ancora di più, perché ci scaraventa verso la necessità di una diversa e inutile perfezione, di corpi, di cose, di oggetti, di case, di suoni, che hanno sostituito la sacralità dell’arte al suo crepuscolo.
Una società senz’arte ha bisogno di un universo di bellezza, per nutrire il suo nichilismo, e il narcisismo patologico, per cui in una specie di Gaza diffusa, si insegue il sogno insano dell’eterna giovinezza, e della assoluta insipienza, senza nessuna speranza salvifica
Il mondo racchiuso (ostaggio?) dentro una rivista patinata, e il design è glamour solo se imita il fashion, così si chiude il cerchio concettuale: la superficie trionfa sulla profondità e il materiale sulla forma, le nuove Tavole della Legge sembrano una sfilata di moda che durerà una sola stagione.
Le epoche recenti si sono sovrapposte senza lasciare traccia, odori, forme, tutto è ora, ma facciamo in fretta, perché l’attimo sta per evaporare, per atomizzarsi.
È la nuova dura legge dell’istante, crea diffuse inadeguatezze, per quelli che non riescono a stare al passo, e continuano a pensare(stupidamente) che l’esperienza intellettuale che ha prodotto il bello e il brutto non possano scomparire.
La macchina dell’oggi ha tempi veloci, non aspetta, ha già in serbo nuovi modelli come un mobile phone che è già desueto poco prima di essere sostituito dal nuovo modello luccicante, dunque mettetevi al passo, e naturalmente: per favore buttatelo in fretta!
Il gigantesco specchio della società in cui tutti passiamo le giornate a guardarci e guardare, non riflette più nulla, salvo il decadimento delle ossessioni, in questa rincorsa pervicace a marcare territori sempre più miseri e specializzati, tutto è segnato da una comunicazione che non può comunicare nulla perché non sa nulla e ne è perfettamente consapevole, quasi orgogliosa.
Ha battuto il pensiero finalmente, definitivamente, la sovra-struttura è ora struttura a tutti gli effetti, non si scrive di un libro o di un’opera ma, di come la mia idea di quel libro o di quell’architettura sia più importante del soggetto o dell’oggetto che de-scrivo, che vive, che rinasce attraverso il linguaggio acquisito e dimentica quello originale, la critica assurge al livello del prodotto artistico.
Gli esempi sono infiniti e ormai si sono stabilizzati, non si parla dell’Odissea perché tutti pensano a Nolan, il critico non parla dell’autore ma articola il proprio teorema come se l’opera fosse ininfluente, insignificante, casuale.
Questa è la conseguenza della scomparsa dell’arte, e quindi a cosa potrebbero servire i concetti di bello e di brutto che per secoli hanno rappresentato i poli della corsa di questo pendolo?
Nel metalinguaggio, tutto viene trasferito e semplificato, tutto diventa un omogeneizzato per i bebè, anche perché tutto deve essere digerito, ad usum delphini o se preferite chatGPT e non rimane neppure il sogno, il mistero dell’incomprensibile, dell’inconoscibile
Un analfabetismo di ritorno, dall’analogico al digitale, irreversibile e violento, razzista e trionfante, che ha contaminato come un carcinoma intellettuale società, classi, paesi, linguaggi.
I pochi “partigiani” rimasti brancolano come reduci sulle rovine della società post-industriale, “post-moderna”, “post umana”, “post qualcosa” ma, non si capiscono più neanche loro, reclusi nei loro gelidi silenzi, e poi “hanno troppa stanchezza sopra le spalle”.
Auto-censura semantica
A quale libertà ci riferiamo quando cerchiamo di dare definizioni inerenti il bello e il brutto? niente è più scivoloso di quel terreno, niente è più pericoloso, anche se l’ipocrisia ci impedisce di affermare che sono gli argomenti principali di ogni conversazione colta, amichevole o cameratesca, tutto si nasconde nel “non detto”, ma sussurrato, non solo per non diventare offensivi o troppo celebrativi, ma semplicemente perché le due categorie sono incatenate al desiderio, ancorate alla volontà incoercibile di piacere e del Piacere.
Neppure la letteratura, molto prima che l’estetica, condannata alla sospensione del giudizio può avvicinarsi a questo magma, preferisce rimuoverlo, abbandonarlo alla retorica, alle circonvoluzioni concettuali, senza entrare direttamente nel merito.
L’ironia (vergognosa merce nascosta, peggio della peste) continua a tentare di aggredire questo muro di cristallo lucido dove si nasconde la nostra “Critica della facoltà di giudizio” con buona pace del vecchio Immanuel, che oggi dovrebbe faticare molto di più per scrivere la sua critica, già non particolarmente agevole.
Ma perché non si può affermare senza incorrere nell’auto-censura che qualcosa ti/ci piace perché bella? o non ti/ci piace perché è semplicemente brutta?
Nel mondo artificiale e digitale la Macchina limita scientemente la nostra espressività, non può insultare nessuno, che è addirittura materia legale; quindi, la Società orwelliana ha inventato il filtro del sinonimo, un lateralismo concettuale degno di funamboliche esibizioni colte e di grandiosità capaci di non sfiorare la suscettibilità e il nervosismo di nessuna anima bella.
Ma qui non c’è Pinocchio o Gianburrasca, siamo cresciuti male, ma ne abbiamo viste di tutti i colori prima di arenarci in questa palude priva di slanci e di fisicità. Chi ha paura di tutto questo? A chi ha giovato mantenere questo stato di narcosi, vicino alla necrosi?
Non ho il coraggio di affermarlo ma come Pasolini ho le prove ma, non posso scriverlo, ma so chi è stato, ricordate il primo imbecille che ha affermato che dire operatore ecologico(orribile)fosse meglio di spazzino, o bidello fosse razzista rispetto a collaboratore amministrativo(disgustoso), avete capito? credo di sì.
In questo tipo di società non ci permettono di essere stupidi, di essere poveri, di essere brutti, ma solo di essere connessi, sempre.
Anche essere stonati, se vuoi fare il cantante, o essere un pessimo artista, o architetto, o designer, o scrittore, in un girotondo compiacente e tendente pericolosamente alla banalità.
Pensate a quante limitazioni ha imposto l’hypocritically correct ,(ipocritamente corretto) ma la più pericolosa forma di auto-censura, è quella sul bello e sul brutto ed è su questo che concentrerò la mia indagine, filosofica, antropologica, ma immaginatela come l’urlo deformato e teso, di chi non riesce a capire perché gli uomini hanno accettato questa dittatura, questo impoverimento, e in cambio di cosa? stiamo meglio? siamo più felici? integrati(apocalittici?) inclusi, inclusivi?
Seduzioni
“a proposito della voce del poeta Pasquale Panella usata per sedurre, Barbara Costa ha scritto: «È eroina che scende nelle vene, ti crolla le ossa, non ti collassa ma è lingua che ti batte sul clitoride, e ti viene voglia di aprirgli le gambe»” Gianmarco Aimi. Rolling Stone.2020
Nella società istantanea la parola è sempre colpevole perché sottende significati beceri, ignobili o semplicemente inadeguati, tutto il vocabolario corporeo-volumetrico è bandito, nessun confronto è praticabile neppure nella narrazione, neppure nella fisicità residuale.
la prima faccia impresentabile della medaglia, all’origine del nostro discorso è amorosa, e qui scatta la condizione debilitante della castrazione, ogni pulsione naturale non può essere descritta, e l’uomo come essere desiderante, non ha ragione d’esistere, neppure con lo sguardo, neppure liberando l’immaginazione.
Il bello ci obbliga ad una riflessione, ci spinge a misurarci e questo nella società miserabile non è consentito, il corpo può esistere solo se astratto, patinato, non classificabile e soprattutto non paragonabile a nessun altro soggetto; dunque, la bellezza si estingue nella frustrazione impotente dell’intelletto che non può raccontarlo.
Come per la volgarità che è difficile da descrivere letterariamente, perché imparagonabile alla realtà, l’atto del guardare non si può esprimere nel racconto, deve restare imprigionato nel pensiero con l’aggravante che la censura riesce solo a reprimere una “voglia”.
Ci siamo auto-imposti un linguaggio algido e repressivo ma quell’azione, del confrontare, desiderare un corpo, sezionarlo nella descrizione delle sue parti più belle, spudoratamente, proibito come nei secoli più bui dell’umanità, rimane un atto rivoluzionario.
Dunque, la libertà di pensiero e d’espressione vale solo se la società non ne condiziona pesantemente i limiti, il perimetro concettuale ma, quello che sembra inconcepibile è la “sottomissione” alla condizione dominante, essere allineati, condividere solamente ciò che si può e si deve dire, il resto deve restare un sussurro.
bello e brutto ci incalzano ci assediano, sollecitano risposte anche nel mondo miserabile che ha rinunciato alle categorie dello spirito, incondizionatamente, hanno necessità di ricominciare a potersi esprimere soprattutto attraverso la seduzione, quell’azione che nasce dall’etimologia latina sedúcere, composto da sé- (separazione, via da) e dúcere (condurre), che significa letteralmente “condurre a sé” o “portare fuori dal retto cammino”, appunto e che tanto ci servirebbe.
Bisogna dunque introdurre azioni di disobbedienza semantica, rischiare, inseguire i significati profondi verso il luogo dove si producono, dove vivono le emozioni, compresse dalla retorica perbenista e passatista, nessun nuovo futurismo, ma semplicemente libertà, senza freni, e senza la paura di costringere la società a guardarsi dentro, a ritrovare la strada della felicità appassionata.
Non è neppure un ritorno all’edonismo impolverato dei decenni trascorsi, è capire che tra corretto e scorretto, ci sono più dialettiche antropologiche di quante riusciamo ad immaginare.
La sfida è aperta ma, la strada è lunga e tortuosa.
Nuove e vecchie paure (e una conclusione)
Ora bisogna pensare ad un’azione strategica e colpire i tanti e troppi oppositori, imbolsiti dalla negatività, che non vogliono (o non possono), condividere questa missione verso la libertà d’espressione, verso un nuovo che ha un sapore di antico, che coniuga avanguardia e tradizione, una speranza e un desiderio di ritornare al cuore pulsante del pensiero.
Forse perché molti personaggi dello star system (o semplicemente starlette della cultura), non sono attrezzati, non sono adusi al dialogo, poiché si limitano agli schematismi sicuri e banali, potete confrontare l’indifferenziata produzione dei talk ammorbanti della prima serata televisiva.
La retorica si può sconfiggere, non possiamo accettare di rinchiuderci nella gabbia delle ovvietà, se il mondo è fatto di belli, brutti, colti, idioti, ricchi o poveri un motivo ci sarà, e fare finta di nulla aiuta l’establishment, che gode in assenza di contraddittorio, perché gioca sempre in casa.
Ci accuseranno di essere reazionari, che è la scusa meno plausibile, anzi, noi vogliamo allargare il dibattito alle questioni originarie, ai principi più alti, ma senza scivolare nel “già detto”, “nel già visto”, senza paura di sbandare nelle risse controllate che ormai intasano il dibattito annacquato della politica e della società.
Che brutta parola reazione, così carica di significati negativi, violenti, ma ben altro è collegarla ad una forza contraria che si oppone ad ogni patologia intellettuale del politicamente corretto, che cerca disperatamente di affermare il proprio diritto ad esistere, a raccontare un altro paese, quello che qualcuno ha sempre cercato di occultare comodamente, a reti unificate.
“Il linguaggio è legato a qualcosa che in realtà crea un buco. È da questa funzione del vuoto che il linguaggio si prende sulla realtà (…) Il linguaggio divora la realtà.”
Lacan, Seminario del 9 dicembre 1975
