IA e partecipazione: dal problem solving al sensemaking nei processi di trasformazione urbana

UCTAT Newsletter n.89 – maggio 2026

di Daniele Fanzini

Negli ultimi decenni la partecipazione è diventata una presenza costante nei processi di trasformazione urbana. Assemblee pubbliche, workshop, laboratori di quartiere, percorsi di co-progettazione, mappe collaborative, urban center e piattaforme digitali hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini, istituzioni e progetto.

Eppure, nonostante questa diffusione, molti processi partecipativi continuano a mostrare limiti evidenti. Talvolta la partecipazione si riduce a consultazione episodica o postuma. In altri casi produce grandi quantità di informazioni, idee e aspettative che però faticano a tradursi in decisioni operative, oppure a costruire continuità nel tempo. In molti casi, infine, il confronto tra attori diversi produce una complessità così elevata di differenti istanze, da rendere difficile governare realmente il processo.

Queste criticità non dipendono soltanto dalla qualità degli strumenti utilizzati o dalla disponibilità delle amministrazioni. Alla radice del problema c’è qualcosa di più profondo: il modo stesso in cui interpretiamo la partecipazione. Per troppo tempo, infatti, essa è stata considerata un dispositivo di supporto al progetto. Una modalità per raccogliere opinioni, costruire consenso o verificare bisogni già definiti altrove. Oggi però questa interpretazione appare insufficiente: la crescente complessità delle trasformazioni urbane rende infatti evidente che il progetto non può più essere pensato come risposta tecnica a un problema dato. I conflitti ambientali, la crisi abitativa, la riattivazione dei patrimoni abbandonati, la fragilità sociale e climatica delle città mostrano come i problemi contemporanei siano instabili, ambigui e continuamente ridefiniti dagli attori coinvolti.

In questo scenario la partecipazione assume un significato diverso: non può servire soltanto a “coinvolgere” i cittadini, ma deve costruire senso condiviso all’interno di sistemi sociali complessi.

La partecipazione come costruzione di significato

Una delle trasformazioni più importanti del progetto contemporaneo riguarda il passaggio dal paradigma del problem solving a quello del sensemaking.

Nel modello tradizionale il progettista analizza un problema e individua la soluzione più efficace. In questo contesto, la partecipazione interviene eventualmente soltanto per validare o correggere il processo.

Nel paradigma del sensemaking, invece, il problema stesso non è dato una volta per tutte. Deve essere interpretato, discusso, ridefinito collettivamente. In questo frangente, la partecipazione diventa un processo cognitivo vero e proprio, attraverso il quale la comunità, i progettisti, le istituzioni e i soggetti territoriali contribuiscono progressivamente a costruire una visione condivisa della realtà.

Questo cambiamento è fondamentale perché abilita l’infrastruttura cognitiva capace di sostenere apprendimento collettivo, continuità relazionale e capacità decisionale nel tempo. Abilitare la partecipazione significa non solo ascoltare bisogni, ma costruire interpretazioni comuni, rendere visibili conflitti impliciti, connettere saperi differenti e generare nuove possibilità di azione.

Da questo punto di vista la partecipazione non può più essere considerata una fase accessoria del progetto. È il progetto stesso a configurarsi sempre più come dispositivo relazionale e cognitivo.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale

È in questo quadro che l’Intelligenza Artificiale generativa introduce un cambiamento potenzialmente radicale. Il tema non riguarda la sostituzione dell’essere umano o l’automazione delle decisioni. Il punto centrale è capire se e come l’IA possa amplificare l’intelligenza collettiva coinvolta nei processi partecipativi.

I percorsi di partecipazione producono enormi quantità di materiali: racconti, conflitti, mappe mentali, memorie locali, esigenze, scenari, documenti, osservazioni, immagini, dati ambientali e proposte progettuali. Molto (troppo) spesso queste informazioni rimangono disperse oppure vengono sintetizzate in modo semplificato o troppo sommario, perdendo gran parte della loro ricchezza. L’IA può contribuire a trasformare questa massa eterogenea di contenuti in una base cognitiva condivisa.

Può aiutare a:

  • individuare ricorrenze e temi emergenti;
  • visualizzare relazioni tra problemi diversi;
  • costruire scenari alternativi;
  • tradurre linguaggi tecnici in forme più accessibili;
  • facilitare il confronto tra ipotesi differenti;
  • mantenere memoria dei processi nel tempo;
  • rendere più comprensibili le conseguenze delle decisioni.

In questo senso l’IA non opera come decisore automatico, ma come infrastruttura di supporto alla costruzione collettiva del significato. Il suo contributo più interessante non è tanto la capacità di produrre risposte, quanto quella di ampliare il campo delle possibilità.

I rischi della delega cognitiva

Naturalmente esistono anche rischi molto rilevanti. Ogni processo partecipativo è attraversato da rapporti di potere, disuguaglianze culturali e asimmetrie informative. L’introduzione dell’IA può accentuare ulteriormente queste dinamiche. Gli algoritmi non sono infatti neutrali: incorporano modelli culturali, criteri di selezione e strutture implicite di interpretazione. Se non adeguatamente governata, l’IA potrebbe orientare in modo invisibile i processi decisionali, privilegiando alcune narrazioni rispetto ad altre.

Esiste poi il rischio di una progressiva delega cognitiva: quanto più gli strumenti generativi diventano sofisticati, tanto più aumenta la tentazione di affidare alle macchine la produzione di scenari, interpretazioni e persino visioni progettuali. In questo caso la partecipazione rischiera di trasformarsi in una semplice validazione di contenuti già organizzati altrove. Il problema non riguarda dunque la tecnologia in sé, ma il mantenimento della responsabilità critica umana.

L’IA può amplificare l’intelligenza collettiva solo se rimane all’interno di processi aperti, trasparenti e realmente negoziali.

Partecipazione e apprendimento collettivo

Uno degli aspetti più interessanti delle esperienze partecipative più avanzate riguarda la loro capacità di produrre apprendimento collettivo. Quando un processo funziona, i partecipanti non si limitano a esprimere opinioni, ma contribuiscono a cambiare progressivamente il proprio modo di interpretare il territorio, i problemi e le possibilità di trasformazione.

La partecipazione diventa allora uno spazio di co-evoluzione: le comunità apprendono dalle istituzioni; i progettisti apprendono dagli abitanti; le amministrazioni apprendono dai conflitti; i territori si sviluppano a partire da sé stessi. In questo processo anche l’errore, il dissenso e l’incertezza assumono valore. Non rappresentano ostacoli da eliminare, ma condizioni necessarie per costruire visioni condivise più robuste e adattive.

L’IA può sostenere questi processi se viene interpretata come strumento di facilitazione cognitiva e non come dispositivo di semplificazione autoritaria. Il suo ruolo più importante potrebbe essere quello di rendere più leggibile la complessità senza ridurla artificialmente.

Verso una ecologia della partecipazione

La questione decisiva dei prossimi anni riguarderà probabilmente la capacità di costruire nuove ecologie della partecipazione. Non basterà moltiplicare piattaforme o strumenti digitali, ma sarà necessario progettare ambienti cognitivi capaci di sostenere relazioni durature, apprendimento continuo e costruzione condivisa delle decisioni.

In questa prospettiva il progetto assume un significato nuovo: non più soltanto strumento di trasformazione dello spazio fisico, ma vera e proprio mezzo di costruzione delle condizioni che rendano possibile la cooperazione tra soggetti differenti.

In questo senso, la partecipazione non coincide con un insieme di tecniche ma diviene una infrastruttura culturale, un processo attraverso cui le comunità costruiscono la capacità di immaginare, interpretare e trasformare collettivamente il proprio futuro.

L’Intelligenza Artificiale può contribuire a questa trasformazione soltanto se utilizzata per ampliare le capacità cognitive delle comunità e non per sostituirle. Il tema centrale su cui saremo destinati a lavorare in futuro non sarà quanto “intelligenti” diventeranno gli strumenti, ma quanto riusciremo a mantenere umani i processi attraverso cui produciamo senso e significato condivisi.

By night, marzo 2024, foto di LUMINA