Identità urbana

UCTAT Newsletter n.25 – luglio 2020

di Marino Ferrari

Entrando in Milano, da Porta Garibaldi sia in auto che in treno per poi scendere, volendo, nelle viscere metropolitane che ricordano molto le utopie leonardesche e di altri “susseguenti”, il primo impatto visivo ma anche fisico, è quello relativo alla commistione edificata, alla quale si accede mediante una ampia scala. Da sotto, ed ancor più sotto, si sale alla quota della strada un tempo quota di campagna, poi si sale ancora per arrivare alla Piazza Gae Aulenti: piazza che a molti urbani cittadini piace. Sostengo, avverso il giudizio immediato, che come tutte le “cose nuove” anche questa possa piacere, ma aggiungo un elemento di oggettività: è forse questa la prima vera piazza di Milano, piazza nel senso civico del termine senza scomodare i profondi significati e sue evoluzioni che ebbero con e nella polis. Della quale ci siam dimenticati. 
Nessuna automobile, forse qualche sciagurato in bicicletta o su pattini, ma fondamentalmente un luogo pacifico di possibile convivenza ed interrelazione. Sugli edifici che la coronano, come è ovvio, vi è libertà di giudizio che va lasciato ancor più non tanto al viandante come ai tempi del Leon Battista Alberti, ma a colui che, provenendo dall’esterno, si “scontra” ed “incontra” le ragioni ed i motivi di questa urbanità. Se si volesse, da esterni e neppur tanto estranei, ricercare una identità in questa città, spontanea sarebbe la risposta: l’identità è qui, nella articolata espressione del mercato immobiliare, delle variegate forme speculative, nell’affanno produttivo, ed altro ancora; come del resto nelle stragrandi metropoli del pianeta. Persone che si incontrano, che si scambiano impressioni ed emozioni? Dettagli di una presunta convivenza, ma solo gestualità ricorrenti e predisposte. 

È forse possibile con una fotografia prima ancora di un viaggio, distinguere una città dall’altra mediante le realizzazioni ultime e moderne, ammesso che la” modernità” esista ancora e non semplicemente la “omologazione” della contemporaneità? Si direbbe molto, molto difficile, e questo è anche un interessante terreno di approfondimento. Milano, non tanto al visitatore condizionato e vincolato suo malgrado ad osservare con gli occhiali della presunta modernità, ma a colui che in forme diverse conosce la città avendola per tempo praticata, questa appare certamente trasformata e la forma della trasformazione è senza dubbi l’espressione propria dei “meccanismi complessi che appartengono alla stessa matrice”, che hanno generato le trasformazioni; dei quali ancora non solo abbiamo la precisa conoscenza, ma neppure tentiamo di avvicinarsi ad essa. Non vi è luogo che non esprima questa “contraddizione” o se si vuole contrasto. Vi sono certamente “parti di città” che si sono conservate sulla soglia delle primitive trasformazioni urbane, dovute sostanzialmente alle condizioni sociali, le quali non sempre sono state negative o generatrici di conflitti ma che possono esternare alcune identità, se non addirittura le vere identità. Una città è di lago, di fiume, di mare o di monte, quando la sua economia fondativa è data da quei contesti ambientali precisi; diversamente una città è semplicemente sul lago, sul mare sul fiume e sul monte. Che è cosa diversa, ma all’origine, si è costruita la identità con i supporti della gerarchia di valori fondamentalie necessari alla “vita” della collettività. Modificandosi la gerarchia dei valori va da sé che si modifichino anche le originarie identità. È possibile dunque che una città come Milano abbia perso le sue identità e le abbia traslate nei meccanismi strettamente economici. Dunque, ciò che osserviamo nella “materialità” reale è proprio questo. Il mercato rionale ha un suo fascino per le merci, i colori, le frequentazioni, ed è un mercato; se si estende la visione alla città le cui trasformazioni anche orribili per molti, sono il prodotto del grande mercato, con tutte le differenze “merceologiche”, dall’edilizia al trasporto, ai luoghi di svago ed incontro, non solo le “rimpiante” identità svaniscono, ma si affermano quelle gerarchie di valori che si pongono ormai oltre le velleità della polis. Avviene anche che da più parti, all’osservatore sceso a Porta Garibaldi stazione anch’essa trasformata in mercatino1, e seguendo le modalità-mode del così detto verde nelle città, ci si immagina una città a bosco o a campi o a lago. Si può ironizzare, ma l’approccio ambientale, per definizione, deve pur fondarsi sui suoi contenuti, sulle modalità di intervento, ma, soprattutto, quale obiettivo si vuole raggiungere. Tutto questo non è chiaro, mentre appare chiara la “logica” dei numeri, la logica uguale e identica a quella della economia2. Progettare l’ambiente diventa un ossimoro se non si chiarisce quale ambiente, se naturale o costruito, giacchè quello naturale va da sé; è quello antropizzato in tutte le sue forme che va ri-progettato e non come viene detto correntemente “ri-disegnato”. Il disegno è la procedura tecnica che segue il progetto anche olistico. E quale deve essere la città, quale deve essere la città di Milano? Un insieme di ricuciture, di rammendi, di ricollocazioni, di innovazioni tecnologiche con-seguenti come la illuminazione a led di tutta l’urbe che rende ancor e meglio inquinato il cielo? È possibile ancora reiterare gli strumenti urbanistici ai quali pare sia sufficiente modificare l’acronimo o “sospenderli” invece per porre sul tavolo delle decisioni la consistenza dei bisogni reali della popolazione, escludendo temporaneamente quelli di coloro che “sono dentro ai meccanismi che sostengono”, produttivi e riproduttivi, sacrificando sempre temporaneamente la vanità economica delle forme competitive3?
Sostiene la ragione che i tecnicismi e le velleità arboree appartengano tutti al medesimo pensiero dal quale è difficile sottrarsi ed astrarsi; pensare, come si sente, diversamente, e per farlo senza dubbi è anche accettabile esprimere velleità ma sapendo che inevitabilmente si scontrano con questa realtà. Potremmo citare scrittori, viaggiatori eccellenti, artisti di varie nature ma il salto che se ne evincerebbe dalle loro preziose considerazioni, dalle loro profonde scritture e dai loro immaginifici colori, è proprio di “altra natura”. Una altra origine, un altro genere, una ri-generazione appunto. Fare riferimento agli esempi adottati in altre metropoli è salutare, ma proprio come esempio nel quale attingere i tecnicismi che possono confortare la rigenerazione. Se l’obiettivo è perpetuare, una volta definita, la identità dell’urbe (gravoso di per sé), è dunque lì che dovrebbe utilizzarsi il tecnicismo altrui. Diversamente le anche belle soluzioni progettuali si concludono forse con una soddisfazione personale, risolvono tecnicamente quel problema ma paradossalmente lasciano intatte le condizioni originarie sia pur avendo sollecitato e risvegliato la burocrazia amministrativa e politica, sia pur avendone sollecitati gli spiriti anche ambientalisti versando loro addosso il calice dei luoghi comuni. Dopo di che tutti i problemi, e veramente tutti, e riguardanti le sorti neanche tanto progressive dell’urbe, si possono risolvere: le strade o i marciapiedi o le così dette piste ciclabili che per definizione inducono alla velocità competitiva, i parchi piccoli o grandi senza tenerne in debito conto la funzione mitigatrice o regolatrice dei microclimi, lasciando produrre edifici specchianti e riflettenti che aumentano non la percezione come si suol dire della temperatura ( e la fisica poi è veramente la-fisica!) ma la temperatura vera e propria in grado di rendere le superfici irraggiate e non  a veri termosifoni a cielo aperto, i tanto amati arredi urbani (sic), i luoghi di partecipazione democratica. Si dirà, come è ovvio e quasi naturale che non spetta ai tecnici progettisti ma agli amministratori i quali a loro volta, come consuetudine, si rivolgeranno ad altre entità di potere e decisionali. Una forma ormai conosciuta di circolarità decisionale. Certamente, perché gli urbanisti-pianificatori-progettisti, alla resa di questi conti, il bel contributo lo hanno dato, lo hanno dato certificando la gerarchia del potere economico e decisionale, rispondendo con sapienza alle domande ed anche interpretandone i significati con opere significative per il patrimonio artistico e culturale della città.
Rientrando a Porta Garibaldi, nel flusso dei lavoratori stanchi e per molti aspetti alienati, scartando i pedoni fermi in attesa di un taxi su quella area intasata, considerando che forse così la si è voluta per meglio intravvedere da un lato la Axa, dall’altro il bosco che senza orsi si arrampica sulle pareti, e al centro la grande scala che ti porta in alto per poi farti ridiscendere con la protezione di qualche banca; ma sempre risulta odioso dover attraversare la barriera umana, in piedi, che osserva gli illeggibili tabelloni della partenze e arrivi, posti in alto, nascosti in parte da una enorme colonna che però lascia lo spazio ad una grande scala, anche qui, che ti permette di venire fagocitato nelle viscere urbane.
C’è da non temere: siamo dentro al mercato della Città.

1 Come la Centrale, ove i passeggeri alla fine son fortunati se possono partire, ed alla fine
apprezza l’intervento della Axa perché almeno è chiaro e leggibile
2 Quanti alberi e quali, quanto prato, quanti orti: sia chiaro, tutto appartiene alla Energia e
ad essa occorre fare riferimento. Occorre progettare l’equilibrio!
3 Quella della olimpiade invernale appare modestamente un paradosso, sotto il profilo eco-
nomico, sociale, sportivo ma in particolar modo ambientale.