Il buio oltre il confine

UCTAT Newsletter n.87 – Marzo 2026

di Luca Marescotti

“È una occasione di grande importanza forse rimasta un po’ sotto tono a causa dalla crisi pandemica e dalle sue conseguenze anche sul piano delle scelte amministrative. Rimane tuttavia un’occasione unica, il primo PTM di Milano, per il ruolo della nostra area metropolitana nel panorama nazionale e per l’entità delle trasformazioni che qui si svilupperanno nei prossimi anni e più in generale per il ruolo stesso dell’istituto di governo metropolitano del quale il PTM deve rappresentare uno degli strumenti principali. La Città Metropolitana di Milano è chiamata a governare una delle aree più complesse del Paese e forse dell’intera Europa e il PTM dovrebbe rappresentarne con chiarezza la visione strategica per il governo del territorio unitamente ad una robusta strumentazione tecnico amministrativa in grado di indirizzare le trasformazioni e governarne gli effetti. Si dovrebbe trattare di uno strumento capace al contempo di valorizzare il ruolo politico amministrativo della Città Metropolitana e le grandi opportunità di un territorio metropolitano particolarmente denso e ancora ricco di risorse ambientali e testimonianze paesaggistiche.
Risponde a questo compito la bozza il PTM in discussione nel quadro della procedura di VAS attualmente in corso?”[1]

Nel 2020 (probabile data del documento in epigrafe) l’Inu si interroga su quattro temi irrisolti: il progetto territoriale e gli strumenti per realizzarlo; la scelta delle priorità e la definizione dei programmi; la selezione dei campi di applicazione prioritari; la coerenza e la continuità fra i diversi livelli di pianificazione. In altre parole sull’avvenire del piano si richiede quale sia la visione strategica, quali i temi qualificanti come mantenere l’armonizzazione dei livelli di pianificazione. Non si può non essere d’accordo. Aspettiamo risposte.

In un’altra prospettiva chiederei qualche chiarimento sugli investimenti necessari per qualificare il territorio della Città Metropolitana sia per farne una struttura urbana omogenea, non nel senso di un’enorme conurbazione, sia per definirne un ruolo e un’identità ben precisa, forte e riconoscibile. La città metropolitana diverrà un insieme di centralità polifunzionali, dalla sanità all’istruzione, dalla ricerca universitaria a quella industriale, dai trasporti allo svago, in cui l’abitare si realizza nell’integrazione? Vorremmo un paesaggio milanese, un ecosistema in cui si privilegia la qualità della vita. Senza creare esclusioni. Un sogno o una partita concreta e attuabile da giocare?

Quindi, qual è il ruolo pubblico nel governo del territorio?

Questi pensieri mi riportano indietro nel tempo, quando negli anni Cinquanta del secolo scorso architetti e urbanisti si interessarono allo sviluppo dalle città attorno a Milano. Penso a Milano al Monte Stella e al QT 8, quindi a Piero Bottoni e a Sesto San Giovanni, al suo progeto del municipio dai colori delle fornaci, ma costruito nel giardino della Villa Visconti d’Aragona (XVII secolo). Un processo progettuale e costruttivo decennale (1960–1971). Negli anni del dopoguerra e del miracolo economico il rapporto tra Milano e provincia fu segnato dai quartieri di edilizia pubblica e dal contrasto con un’urbanistica mal rappresentata, forzatamente chiamata solo per placare le richieste di legge, per quanto mai troppo esigenti. La scarsa sensibilità per l’urbanistica faceva localizzare i quartieri di edilizia pubblica in terreni agricoli decentrati, fornendo una sorta di avamposto utile a valorizzare le aree intermedie. Dopo gli anni della ricostruzione i piani urbanistici riflettevano una situazione immatura rispetto ai problemi che stavano incombendo sullo sviluppo urbano e sociale. La valorizzazione della rendita non era un tema di interesse, che invece si incentrava sulla riduzione dei costi pubblici e sui tentativi di quantificare i fabbisogni arretrati e futuri di case alla ricerca di una qualche razionalità. In quegli stessi anni la cultura italiana stava scoprendo a livello nazionale gli effetti sul territorio delle politiche locali che avevano sottovalutato la speculazione edilizia e gli effetti collaterali delle architetture senza piano. Una contraddizione questa che resta ancora attuale.

Di Milano e dell’hinterland, come si diceva allora per indicare il territorio come retro terra a servizio del centro, possiamo –e dobbiamo– rileggere le esperienze sperimentali di qualità che più si avvicinavano a una qualche forma di urbanistica. Ecco quindi che la memoria va ai quartieri di edilizia popolare, da Feltre a Sant’Ambrogio. Sono insediamenti che marcano un territorio vasto, allargando l’influenza milanese sui comuni esterni; in genere grandi esempi d’architettura, anche se i servizi pubblici erano dimenticati, persino dopo la legge per i piani per l’edilizia economica e popolare 167/1962. Qui, per inciso, vorrei sottolineare coem quella piani sia un’allusione evidente all’urbanistica. Eppure l’urbanistica dei piani regolatori e dei ‘parenti poveri’, i programmi di fabbricazione stava da tutt’altra parte. Era un’urbanistica assai poco sperimentale, spesso graficamente confusa, che sovradimensionava le previsioni edilizie, che sottovalutava infrastrutture e servizi pubblici, che promuoveva di fatto una conurbazione senza alcun controllo. L’eredità lasciata da quei piani è un peso ancora grave, nonostante il tardivo sviluppo delle metropolitane urbane e suburbane: i veicoli privati assediano il territorio mentre i trasporti di massa che avrebbero dovuto precedere lo sviluppo edilizio, più che inseguirlo, insistono a privilegiare la città centrale, un vizio che non si è mai affievolito. Sisifo ovvero dell’irraggiungibile primato dell’urbanistica in questo territorio metropolitano.

Accanto agli insediamenti pubblici si svilupparono le sperimentazioni architettoniche, simboli di un rinnovamento concettuale che dall’esperienza di Bottoni iniziata nel 1960 prosegue per un trentennio almeno per giungere al Municipio di Bollate di Virgilio Vercelloni e Andrea Balzani completato del 1990. In questo arco di tempo maturano i progetti di Guido Canella con Michele Achilli, Daniele Brigidini, Laura Lazzari: il municipio di Segrate con la piazza progettata da Aldo Rossi, il Centro civico di Pieve Emanuele (1971), la Scuola elementare Monaca a Cesano Boscone (1971), il quartiere IACP di Bollate (1974-1981), solo seguendo la memoria senza voler fare un resoconto esaustivo ma soprattutto cercando di rivivere le sensazioni di allora, un che di disarmonico tra straniamento e curiosità, verso una nuova, possibile, strada futura, incapace però di integrarsi.

Cesare de Seta scrive dell’antigrazioso di Canella. Il ricordo mio era appunto di discorsi non dialoganti, di fuori contesto e di assenza di un direttore d’orchestra, ma forse sarà poi il tempo a ricucire il tessuto urbano e a dare senso alle sperimentazioni. In ogni caso: tutt’altra storia era narrata dall’Ibm di Zanuso (1974-1977)[2] e dalla Mondadori di Oscar Niemeyer (1968 e il 1974).

Ma ritorno al tema principale: l’urbanistica nel milanese ovvero della sua assenza, un’assenza che ha anticipato l’arretramento nazionale, un’assenza forse voluta, forse per non affrontare gli squilibri territoriali, ora detti disomogeneità, discussi nelle stesse pagine internet di Milano ma sommersi dai discorsi sulle architetture, che presentano grandi vantaggi di immediata visibilità, virtù magica per la politica.

Proprio partendo da queste considerazioni e contraddizioni sull’hinterland milanese non è del tutto inutile citare una volta in più il confronto tra Adriano Olivetti e Enrico Mattei per sottolineare il contrasto evidente tra quell’idea sociale e partecipativa implicita nell’idea di comunità e di urbanistica e quella dell’autoritarismo, emblema dello sviluppo privatistico ovvero il contrasto tra un’urbanistica costituzionale, bisogna proprio dirlo, a servizio del territorio e del Comune di Ivrea, e un’urbanistica d’assalto con l’appropriazione e dominio del territorio, che spronava i suoi dipendenti negli spazi istituzionali del Comune. I diversi principi si riflettono persino nel criterio di reclutamento dei progettisti, tra giovani leve o tra firme famose. Senza esprimere giudizi fuori luogo, né voler svilire lo schema direttore o masterplan di Metanopoli di Mario Bacciocchi, che nei fatti ha dimostrato di reggere nel tempo, né misconoscere quelle architetture che ne fanno un museo a cielo aperto tanto quanto l’insediamento olivettiano a Ivrea.

Ne colgo invece i caratteri e le razionalità che li hanno sostenuti e contrapposti sin dall’inizio.

L’atto d’imperio di Mattei si può spiegare facilmente con le difficoltà della pianificazione urbana e territoriale, costantemente sotto accusa. Il conflitto tra locale e metropolitano era insanabile, perché nel primo le risposte urbanistiche non erano mai in tempi brevi e nel secondo il piano era impossibile. Questo era l’hinterland su cui si insediano i quartieri di edilizia pubblica, magari privi di servizi, e quelli privati da Brugherio e San Felice a Milano 2 e Milano 3, dotati di servizi di quartiere, ma chiusi al contesto,salvo Milano 3, e tutti comunque privi dei trasporti pubblici veloci che avrebbero dovuto essere necessariamente intercomunali. Mancava sempre una qualsivoglia visione strategica, fermi in uno stretto localismo per resistere al centripetismo milanese, senza rendersi conto della subalternità con cui offrono servizi più che riceverli. Gli insediamenti industriali seguono alla stessa stregua logiche, o sregolatezze, particolari, esprimendo nelle scelte localizzative piccoli interessi per i contenere i costi o per sfruttare opportunità. Nel disinteresse sulla provenienza dei dipendenti e nel creare sinergie tra centri di ricerca pubblici e privati esprime, in fondo, una cultura che ha guardato al territorio solo come opportunità e terra di conquista. Sempre senza strategie.

A sua volta anche quel retroterra milanese, che fu Provincia e poi Città Metropolitana, sembra privo di invenzioni capaci non solo di rendere finalmente il territorio un insieme di centralità interconnesse, ma anche di affrontare forti investimenti per ridurre le diseguaglianze tra la città centrale sempre più ricca e il resto del territorio. Eppure l’ultimo dato sugli stranieri residenti nella Città Metropolitana di Milano al 1° gennaio 2024 rappresentano il 15,0% (487.100 persone) della popolazione residente. Un dato che dovrebbe richiedere grossi investimenti per la loro integrazione. Eppure sono temi sottotraccia, che non paiono emergere nei discorsi pubblici e nella pianificazione forse perché molto semplicemente l’urbanistica, nella prassi già assai poco considerata, lentamente scivola, scivola vai via. e lascia il posto più che all’architettura alle suggestioni narrative. Possiamo sperare in qualche alternativa? Qualche dubbio, suffragato da un paio di esempi di visioni metropolitane che non affrontano gli squilibri ma piuttosto li potrebbero accentuare: i Raggi Verdi e il Fiume Verde.

Per il primo è AIM Associazione Interessi Metropolitani e per il secondo è lo studio Stefano Boeri Architetti. AIM con lo studio LAND  proponeva vent’anni fa (2005) i Raggi Verdi per collegare il centro di Milano attraverso otto percorsi ecologici di circa 10 km alla cintura verde dei parchi metropolitani, un progetto inserito nel Piano di Governo del Territorio milanese, ma attuato solo parzialmente e in maniera discontinua. Nel 2023 lo studio Stefano Boeri Architetti progettava la riforestazione urbana inserita nelle proposte per gli “Scali Milano”. Se nelle ipotesi il Fiume Verde avrebbe dovuto svilupparsi lungo tutta la cintura ferroviaria, nella realtà si limita all’area dell’accordo di programma “Zona speciale Scalo Romana – Programma integrato d’intervento”[3] e cioè al lotto del Villaggio Olimpico progettato dal gruppo SOM – Skidmore, Owings & Merrill. Ciononostante la presentazione è ambiziosa e di grande respiro, ovviamente:

“Il tema rappresenta una delle più grandi occasioni di riqualificazione e rigenerazione urbana degli anni presenti in Europa. Su tali basi, Il Fiume Verde mira a realizzare sul 90% dei sette scali un sistema continuo di parchi, boschi, oasi, frutteti e giardini a uso pubblico – legati tra loro dai corridoi verdi e ciclabili realizzati sulle fasce di rispetto dei binari ferroviari. Nel rimanente 10% si potranno costruire bordi urbani ad alta densità, in grado di ospitare attività che oggi mancano nei quartieri di Milano: soprattutto residenze e spazi di studio/laboratori per i giovani (young professional housing e student hotels), ma anche servizi culturali e di assistenza al cittadino (biblioteche, ambulatori, asili), oltre che edilizia sociale e di mercato”[4].

Vorrei capire allora che spazio hanno simili progetti nell’attuazione del Piano di Governo del Territorio del Comune di Milano: si raggiungerà in pieno l’attuazione dei Raggi Verdi o del Fiume Verde o piuttosto tutto rimarrà frammentato e legato agli investimenti immobiliari privati o, in altre parole, alla rendita fondiaria differenziale, come si diceva una volta? Prevale la comunicazione o la costruzione? Un pezzo di pista ciclabile, un poco di residenze per studenti e poco o niente su una visione ampia dell’ambiente e della qualità della vita per le molte società che abitano la Città Metropolitana. Forse si vedrà. Poi.

Il discorso urbanistico appare e scompare secondo le occasioni. Disomogeneo. Il buio impedisce di vedere il territorio, la sordità impedisce di ascoltare le voci dell’hinterland. Non si ascolta, non si vede. Sappiamo che dal 2014 esistono le città metropolitane e sappiamo che la loro istituzione si è svolta in parallelo al limbo delle province. Tutto, lo sappiamo, accade senza una visione organica delle due istituzioni, delle competenze, dell’operatività. Per una dozzina d’anni si è rimasti in attesa di una qualche idea di rinnovamento, non per altro ma abbiamo veramente necessità di strategie territoriali, di realizzare una rete tra città e territori che non voglia dire concorrenza bellicosa, ma concorrenza per conseguire obiettivi condivisi.

Vasto programma per la politica.

In effetti ero molto incerto sul titolo e sull’argomento; non ero sicuro di riuscire a dipanare le idee che si inseguivano, sparivano e si ripresentavano, con un disordine che mi sembrava irresolvibile. Al centro dovevo porre il fare urbanistica, l’inventare strategie territoriali a servizio … già a servizio di chi? A servizio della civiltà e della popolazione o a servizio della rendita e del mito della celebrità internazionale?

Dunque, torno ad allora quando tutto non funzionava perché non c’era un piano intercomunale e questo mancava perché, senza osare dirlo ad alta voce, nessuno lo voleva. Bisognava ripartire da capo: eliminare le province impossibilitate, chissà poi perché, a pianificare. Decenni di riflessioni, un po’ a singhiozzo in verità, per giungere a quel 2014 con la Legge Delrio istitutiva delle Città Metropolitane[5]. Simili nelle funzioni alle province e con lo stesso territorio, dovevano sviluppare la pianificazione strategica, la pianificazione della mobilità e dei trasporti, lo sviluppo economico e coordinare i servizi tra comuni. Tuttavia sin da subito assistiamo all’influenza di quella realtà da tempo leggermente schizoide per via degli statuti regionali, diviso tra Città Metropolitane[6] ex lege 56/2014 in dieci Regioni a statuto ordinario (RSO) e Città Metropolitane in cinque Regioni a statuto speciale (RSS) quindi rette secondo le interpretazioni autonome delle singole Regioni[7]. Nelle prime il sindaco della città principale assume il doppio incarico di sindaco del Comune principale e sindaco della Città Metropolitana, non eletto e con il potere di nomina dei componenti il consiglio metropolitano. Senza dimenticare un piccolo neo: nonostante tutta la buona volontà sulla loro istituzione pesava ancora una volta una questione di costituzionalità. Sulla questione cadde il governo Renzi con la bocciatura del Referendum del 2016.

Il tempo passa e nel 2023, in un breve sussulto, fu presentato un testo unificante diverse proposte allo scopo di definire una volta per tutte i compiti delle Province e delle Città Metropolitane. Nello stesso anno (2023) l’Inu annota:

“L’ultima questione è di carattere generale. Apprendendo delle potenzialità e dell’importanza dello strumento dei Piani territoriali metropolitani viene da chiedersi come mai solo due Città su quattordici siano giunte all’approvazione, peraltro prevista dalla legge. Pogliani a questo proposito fa notare che l’istituzione metropolitana, essendo di secondo livello, è scarsamente considerata da amministratori e cittadini. Questo status produce e si riflette nella debolezza dell’ente, che generalmente dispone di poche risorse sia economiche che dal punto di vista del personale e delle competenze. Ecco quindi che portare a compimento il percorso dei Ptm diventa complicato, sia per ragioni di volontà politica che di effettive possibilità tecniche. Un’evidente miopia visto che il livello di governo delle Città Metropolitane risulta fondamentale dal punto di vista della pianificazione. Sempre più le trasformazioni territoriali e le questioni ambientali devono essere governate in una dimensione che non può essere limitata al singolo Comune.[8]

Ancora una volta tutto si ferma[9].

Dunque, siamo ancora a chiederci non solo che cosa sia nel concreto una Città Metropolitana e nello specifico la  Città Metropolitana di Milano, ma anche se il territorio circostante Milano, ferito da pregiudizi, sia ancora un ignoto oggetto da gestire di malavoglia e da liquidare con poche parole. E allora proviamo ad addentrarci tra le pagine di internet costruite per la Città Metropolitana di Milano. Qui si trovano riunite anche le attività ‘storiche’ della Provincia di Milano, dal PTCP piano territoriale di coordinamento provinciale (2013-2021) ai Quaderni del piano pubblicati fino al 2009. Al Piano Territoriale Metropolitano si accede quindi tramite un applicativo del sistema informativo territoriale PTM Explorer, per leggere le dieci tavole in formato pdf e i quattro documenti testuali: Norme di attuazione (ottobre 2023), Rete Verde Metropolitana, Relazione (maggio 2021), Ricognizione degli ambiti e aree di degrado (luglio 2020), Repertorio dei vincoli e delle tutele (maggio 2021)[10]. Nella pagina iniziale (home) si trova, però, il link a Prospettive metropolitane. Città Metropolitana di Milano. Piano strategico triennale del territorio metropolitano 2025-2027, un documento in forma discorsiva, pensata più come divulgazione che come strumento di pianificazione e programmazione.

Sulla rigenerazione urbana, per esempio, nel sito della Città Metropolitana di Milano trovo una prima traccia, ma è scritta al futuro con una prima data di creazione che risale al 22 April 2020 aggiornata al 28 January 2021 (sic). Cinque anni fa. Tuttavia, seguendo un altro criterio di accesso si giunge a Re–Mix che riporta due classi di informazioni web-sit (o web-gis): la prima con la mappatura delle opportunità relativa all’offerta di ambiti su cui proporre iniziative di rigenerazione urbana[11]; la seconda con la mappatura delle realizzazioni riguardante opere o azioni di rigenerazione urbana già attive sul territorio. Le informazioni ci sono, dunque, ma raggiungerle non è sempre immediato. Un altro esempio: nella zona tra via Bisceglie e via Calchi Taeggi, nelle aree della cava attraverso un click si apre una finestra specifica relativa all’area interrogata da puntatore che contiene anche il link alla scheda complessiva del Programma integrato di intervento PII Calchi Taeggi Bisceglie (SeiMilano). Fuori da questo contesto è invece immediato trovare il Masterplan SeiMilano dello studio Mario Cucinella Architects, illustrato ampiamente da disegni e immagini.

Per trarre un bilancio conclusivo sulla base delle informazioni e dei documenti disponibili occorrerebbe più tempo, ma quello che mi sembra evidente è soprattutto la difficoltà di offrire una comunicazione continua ai cittadini al di fuori del circuito istituzionale di internet, come se non esistesse alcun digital divide. Il discorso, anzi le ‘narrazioni’ sulla città di Milano sembrano dominare le comunicazioni, lasciando ai margini, se non proprio nell’ombra più oscura, il territorio metropolitano. Non è una questione di elezioni dirette del Sindaco della Città Metropolitana, quanto di visibilità, di mostrarsi in questo ruolo istituzionale e di battersi attivamente e pubblicamente per dare risorse al territorio. Ricordo l’empatia sociale di Tognoli. Era ed è necessario rendere evidente l’interesse al territorio.

Un problema di comunicazione. O forse sottende altro?

Le carenza di una guida e di una sintesi quantitativa del piano e dei programmi integrati di intervento trova una corrispondenza nella scarsa attenzione alla partecipazione, di cui restano rare tracce: sull’adeguamento del PTCP alla LR 12/05 sono indicati due incontri pubblici presso il Nuovo Spazio Guicciardini il 27 aprile e 1 dicembre 2011 (Forum VAS PTCP)[12]; per il PTM si trova invece un modulo per iscriversi al dibattito pubblico, che purtroppo risale al lontano 2011; due resoconti degli incontri del Gruppo TAM TAM promossi dall’Ordine degli Architetti sui temi “Territori extralarge. Il sud-ovest milanese alla prova del tempo” (12/02/2025) e “I parchi del sud–ovest e le grandi trasformazioni territoriali” (18/02/2025); e per ultimo un questionario sul gradimento degli applicativi cartografici del SIT (11 jul 2025, sic!). Non altro.

Riserbo milanese?

Per evitare di perdersi nello sfogliare il sito sarebbe necessario offrire una sintesi introduttiva ma complessiva della documentazione e delle relazioni tra i documenti, come in molti rapporti scientifici internazionali preceduti da un riassunto puntuale destinato ai decisori politici. Si potrebbe allora immaginare e realizzare una guida alla consultazione per i decisori politici (penso in prima battuta ai sindaci e ai consiglieri comunali) e per i cittadini con cui spiegare gli obiettivi principali che si vogliono conseguire e di conseguenza la struttura del sito, i contenuti dei documenti e i legami tra i documenti con gli indirizzi e le eventuali scorciatoie per passare da un tema all’altro. Lo scopo è rafforzare trasparenza e partecipazione attraverso una guida chiara alla navigazione. Infine, non c’è bisogno di dirlo, la scrittura del testo deve rispettare le buone regole per la comprensione dei testi.

Nell’individualità degli approcci alla progettazione dei siti web comunali e metropolitani si leggono i diversi modi di intendere il processo di pianificazione come costruzione collettiva nella rilevanza attribuita all’accesso alle informazioni, innegabile strumento di partecipazione e di trasparenza, dove si combina più o meno implicitamente la volontà di educare all’essenza e alla struttura del piano e ai suoi obiettivi. Per chiudere, consapevole che i confronti sono sempre odiosi, cito quindi i siti web del piano urbanistico comunale di Bologna e quello del Piano Territoriale Metropolitano della Città Metropolitana di Bologna. Pur progettati in maniera diversa, di entrambi mi attrae un’interfaccia che promette e permette semplicità e amichevolezza, elementi tutt’altro che marginali.

Il piano è processo collettivo, essenziale per mantiene alta la qualità del rapporto con la popolazione in un circuito virtuoso teso sia a conformare la progettazione degli applicativi del sistema informativo territoriale al Piano urbanistico Comunale e al Piano territoriale Metropolitano, sia a guidare i progetti nel rispetto degli obiettivi. Lo scopo dovrebbe essere quello di offrire uno strumento anche esteticamente vicino al cittadino, il quale viene guidato con estrema chiarezza e facilità alla consultazione e alle attuazioni. Con un click, direi.

In questo senso il livello di coinvolgimento delle società civili e produttive nel pianificare appartiene in pieno ai processi di educazione alla democrazia e serve a consolidare il rapporto con l’amministrazione, costituendo un capitale sociale attivo e consapevole. Una questione di lealtà, di fedeltà al patto che dovrebbe legare gli eletti a tutta la cittadinanza.

Questo non è poco.


[1]Inu Lombardia, “Premessa: il PTM di Milano per gli anni ’20 del XXI secolo” s.d. (23/06/20, 10:29:12 nelle proprietà del documento). Il comunicato cita più avanti un altro documento dell’INU intitolato “Considerazioni e suggerimenti sulla bozza di Piano Territoriale Metropolitano”, che però non sono riuscito a rintracciare.

[2]Sostituita nel 2000 dal progetto di Studio Isolarchitetti per passare alla recente rigenerazione tramite Il Prisma, società internazionale di architettura e design.

[3]Il Piano rientra tra le sette aree disciplinate dall’Accordo di Programma per la trasformazione urbanistica degli scali ferroviari dismessi, ratificato dal Consiglio Comunale e approvato dalla Regione Lombardia nell’agosto 2017.

[4]Si veda: https://www.stefanoboeriarchitetti.net/project/un-fiume-verde-per-milano/ [consultato 15 marzo 2026]

[5]Legge 7 aprile 2014, n. 56 “Disposizioni sulle citta’ metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, Gazzetta Ufficiale, n. 81, 7 aprile 2014.

[6]Le Città Metropolitane CM con più di un milione di abitanti sono Roma, Milano, Napoli, Torino, Bari. Le altre 5 sono  Bologna, Firenze, Venezia, Genova, Reggio Calabria.

[7]CM Palermo, CM  Catania, CM Messina, CM Cagliari

[8]Inu Comunica, Il Piano territoriale metropolitano di Milano, obiettivi e innovazioni. Parla Laura Pogliani, 09/02/2023. https://inu.it/leggi/14853/documenti.html [ultima consultazione: 17 marzo 2026].

[9]1° commissione Affari Costituzionali del Senato, Nuova disciplina in materia di funzioni fondamentali, organi di governo e sistema elettorale delle Province e delle Città metropolitane e altre disposizione relative agli Enti Locali. Testo unificato sui disegni di legge n. 57, 203, 313, 367, 417, 443, 459, 490, 556”, 6 giugno 2023.

[10]https://sit2.cittametropolitana.mi.it/portal/apps/experiencebuilder/experience/?id=578a0d77a62c4183b5197752928a3ec1 [ultima consultazione: 16 marzo 2026].

[11]Si accede a due versioni: una light libera e una pro con autenticazione.

[12]https://www.cittametropolitana.mi.it/pianificazione_territoriale/PTCP/spazio_partecipazione/forum_VAS_PTCP.html.