UCTAT Newsletter n.91 – luglio 2026
di Ettore Pasculli
Un film da vedere! L’Odisseo di Nolan ci ammonisce sul potere distruttivo della guerra, che rappresenta sempre un arretramento della civiltà, ieri come oggi.
Ieri sera ho visto L’Odissea di Christopher Nolan. È un film destinato a dividere, ma proprio per questo merita di essere discusso. A mio giudizio, Nolan supera i limiti tradizionali del cinema epico grazie a soluzioni drammaturgiche, visive e di montaggio che conferiscono all’opera un’identità autonoma, ben oltre ogni preoccupazione di fedeltà filologica al poema omerico.
Non realizza una semplice trasposizione dell’Odissea: la reinventa. Il testo di Omero diventa materia viva, un punto di partenza per una riflessione contemporanea sull’uomo, sulla memoria e sulla responsabilità.
Naturalmente non tutto convince. Alcuni passaggi fondamentali del poema risultano sacrificati, probabilmente per esigenze di ritmo e montaggio. Manca, ad esempio, il profondo dialogo tra Odisseo e la madre nell’Ade, momento essenziale per comprendere il dolore della lontananza e il valore della memoria. Anche il celebre «Io sono Nessuno» pronunciato davanti a Polifemo perde la sua centralità simbolica, privando il protagonista di uno degli emblemi più alti della sua intelligenza strategica.
Sorprendente è poi la scelta di rappresentare il canto delle Sirene attraverso un silenzio quasi assoluto: un’intuizione cinematografica di straordinaria forza, nella quale l’assenza del suono diventa essa stessa seduzione, vertigine e minaccia. Ancora più radicale è l’episodio di Circe, trasformato in una sequenza disturbante, prossima al body horror, in cui la maga modella fisicamente i compagni di Odisseo fino a deformarli in maiali. È una scena che abbandona ogni suggestione favolistica per trasformare la metamorfosi in un’esperienza di degradazione della carne e dell’identità.
Anche Calipso viene completamente ripensata. Non più la figura sensuale della tradizione, ma una presenza fredda, distante, quasi clinica. L’isola di Ogigia assume i tratti di una distopia dell’immobilità, dove la promessa dell’immortalità si rivela una forma di annientamento della libertà.
Sul piano formale, Nolan costruisce uno dei dispositivi narrativi più radicali della sua filmografia. Il tempo viene frantumato in una miriade di segmenti: flashback continui, salti cronologici, fuori campo affidati a voci narranti che si sovrappongono alle immagini, inquadrature che interrompono costantemente la linearità del racconto. Lo spazio stesso sembra contrarsi, come se la geografia del Mediterraneo fosse ormai una geografia della memoria. Non esiste più un viaggio lineare: esiste il continuo riaffiorare del passato nella coscienza del protagonista.
È il tempo psicologico a dominare quello storico.
Questa costruzione narrativa produce un effetto preciso: Nolan rinuncia deliberatamente ai luoghi comuni dell’immaginario occidentale. L’Odisseo dell’astuzia proverbiale, dell’eroe capace di salvarsi grazie all’ingegno, passa in secondo piano. Al suo posto emerge un uomo profondamente ferito, più spregiudicato che realmente furbo, continuamente costretto a interrogarsi sulle conseguenze morali delle proprie scelte.
Qui il regista compie il suo gesto più audace. Non si limita a rileggere il mito: lo demitizza.
L’eroe omerico viene sottratto alla sua dimensione monumentale per diventare un individuo contemporaneo, schiacciato dal peso delle proprie responsabilità. I dialoghi, intensi e psicologicamente raffinati, scavano nei conflitti tra bene e male, destino e libertà, gloria e colpa. Ogni vittoria appare contaminata dal rimorso; ogni scelta lascia una ferita.
Il momento più alto del film è probabilmente il dialogo finale tra Odisseo e Penelope, continuamente intrecciato, attraverso il montaggio, alle immagini della caduta di Troia. È qui che il protagonista mette definitivamente in discussione se stesso. Comprende che quella guerra non è stata una conquista, ma una distruzione. La vittoria militare coincide con il fallimento morale. Non è nata una civiltà migliore: è stata cancellata una civiltà.
È un passaggio di enorme forza filosofica.
Nolan trasforma così l’Odissea in una riflessione sul significato della guerra, sottraendola alla retorica dell’eroismo. La guerra appare per ciò che realmente è: distruzione della civiltà, perdita dell’umano, incapacità di apprendere dalla storia. È impossibile non cogliere, dietro queste immagini, un riferimento alle tragedie del presente. Il film parla del mondo antico, ma interroga direttamente il nostro tempo.
Ed è forse questa la sua conquista più importante.
Le spettacolari scene di battaglia non indulgono mai nel compiacimento della violenza. Sono adrenaliniche, potenti, ma prive di trionfalismo. Ogni combattimento lascia dietro di sé un senso di vuoto, di perdita irreparabile. Anche sotto questo profilo Nolan evita lo stereotipo del kolossal contemporaneo, sostituendo allo spettacolo della vittoria il peso della responsabilità.
Ogni sequenza sorprende per la capacità di reinventare un immaginario che sembrava ormai cristallizzato da secoli di rappresentazioni artistiche e cinematografiche. La sua Odissea non cerca di rassicurare lo spettatore attraverso immagini familiari: lo costringe invece a riconsiderare il significato stesso del mito.
In definitiva, Christopher Nolan firma un’opera che supera i confini del cinema epico e si avvicina al cinema filosofico. Più che raccontare il ritorno di Odisseo a Itaca, racconta il difficile ritorno dell’uomo alla propria coscienza. L’eroe non è più colui che vince, ma colui che trova il coraggio di giudicare se stesso.
Non è poco per un film.
In un panorama cinematografico spesso dominato dalla ripetizione di formule consolidate e dalla nostalgia del già visto, questa Odissea dimostra che i grandi miti possono ancora essere riscritti senza tradirne lo spirito, liberandone nuove possibilità di significato. È un’opera destinata a suscitare dibattiti e rappresenta uno degli esempi più interessanti di come il cinema contemporaneo possa riflettere criticamente su sé stesso e, attraverso una storia remota, interrogare il presente.
Il messaggio che Nolan affida al suo Odisseo è di straordinaria attualità: nessuna guerra produce un’autentica vittoria. Ogni guerra, anche quando viene celebrata come trionfo, lascia dietro di sé città distrutte, civiltà cancellate e coscienze ferite. È questo il nucleo etico del film. Il mito, liberato dalla retorica eroica, si trasforma in una meditazione universale sulla responsabilità dell’uomo di fronte alla storia. Per questo L’Odissea di Nolan non parla soltanto dell’antichità, ma del nostro presente. E ci ricorda, con una forza rara nel cinema contemporaneo, che la guerra rappresenta sempre un arretramento della civiltà, ieri come oggi.
