UCTAT Newsletter n.91 – luglio 2026
di Angelo Rabuffetti
Rimasta fiorente e intatta per secoli, Le Havre viene distrutta rapidamente nel 1944 a seguito dei bombardamenti aerei anglo americani. Viene distrutta perché la sua ubicazione strategica era al centro di operazioni militari come punto importante di connessione tra la Manica e la via verso Parigi. Conquistare il suo porto è di vitale importanza per sconfiggere i tedeschi e poter rifornire in maniera continua e costante le forze alleate.
Ma dopo un successo iniziale i tedeschi riescono a resistere e da qui la necessità di intensificare i bombardamenti sulla città con il risultato di una colossale distruzione completa e assoluta della città. È stata la medesima strategia usata per Cassino. Sono stati usati bombardieri e migliaia di tonnellate di bombe per distruggere senza bersagli precisi e chirurgici e costringere così i tedeschi a uscire e indietreggiare. Il risultato è una città completamente distrutta. Il 95% delle case è a terra con montagne di macerie e detriti e la popolazione è ridotta allo stremo. Nell’arco di pochi giorni si è attuata la “tabula rasa” di antica concezione.
Da qui la scelta di rigenerare l’intera città con un nuovo e moderno modello e senza ricostruire riproducendo quello che c’era prima sia architettonicamente che urbanisticamente. Una Le Havre nuova, razionale con vie tracciate ortogonalmente ampie e alberate che ricordano l’antico decumano e cardo di romana memoria. Tre arterie principali perimetrali a delimitare il nucleo cittadino quasi una sorta di circonvallazione. L’aspetto di Le Havre oggi è unico al mondo. In nessun altro luogo si riscontrano una tale uniformità e coerenza architettonica in una area così vasta. Ma ecco il primo paradosso: una città in cui i cittadini non si riconoscono perché considerata “senza anima” proprio perché mancano loro dei riferimenti antichi e solidi e non solo riferimenti geografici ma anche riferimenti morali, tradizionali, storici e di valore. È un paradosso! Una nuova città razionale, funzionale e moderna non è accettata dalla popolazione perché considerata “senz’anima”. Solo una minima parte di edifici rimasti miracolosamente intatti viene salvato e preservato dalla rigenerazione. La Le Havre di oggi è considerata come due città in una: pochissimi edifici storici che risaltano in una città essenzialmente moderna.
Dopo la distruzione, Le Havre rinasce dalle sue ceneri come una moderna araba fenice e diventa fonte di ispirazione di architetti e urbanisti che ripuliscono, risistemano, reinventano e rigenerano il tessuto antico. Ma come ridare vita ad una città considerata morta con la popolazione sofferente, arrabbiata, piena di amarezza e triste?
August Perret, uno dei più grandi architetti francesi dell’epoca con la collaborazione di Fernand Pouillon, è incaricato dal Governo provvisorio francese di reinventare la città. Egli afferma subito di voler fare di Le Havre il simbolo della ricostruzione. Progetta la città non più come era prima della distruzione: la soluzione che adotta è radicale: “Quello che voglio è fare qualcosa di nuovo. Visto che ripartiamo da zero ripartiamo su basi nuove!”.
August Perret rileva il cantiere nel 1946: vuole ricostruire in modo rapido, economico ma soprattutto nuovo. Disegna un nuovo Piano Regolatore: divide il tessuto urbano con linee rette ortogonali quasi a formare una enorme scacchiera modificando completamente il vecchio tracciato e mantenendo i tre assi perimetrali: il BD Francois 1er, l’AV. Foche e il QUAI de Southampton.
Accese discussioni si svilupparono contro questa proposta di modernità, tra cui l’Amministrazione Comunale stessa e molti residenti legati alla loro tradizione ma alla fine emerse la linea di Perret.
Il porto, elemento fondamentale, costitutivo e rappresentativo è ricostruito a partire dal 1946 dagli americani. Nel giro di due anni vengono riparati circa 17 chilometri di banchine, magazzini e impianti oltre alla bonifica della costa dalle bombe alleate inesplose e alla eliminazione dei relitti nella baia, rimettendo in moto, da subito, il lavoro che sarà fonte di sopravvivenza degli abitanti di Le Havre.
Inoltre gli americani prima di ritornare in patria lasciano accampamenti molto grandi in legno che serviranno da alloggio temporaneo per i residenti. Ospiteranno circa 20.000 persone e saranno abitati per più di dieci anni fino al 1960 quando verranno disponibili le nuove case.
Gli abitanti degli accampamenti ricorderanno sempre che, benché questi manufatti sono paragonati a rifugi precari, avevano però al loro interno vita, fratellanza e solidarietà: “vivo in una casa di legno che è spartana, senza riscaldamento e acqua corrente e bagno, tuttavia conservo la mia dignità!” Ecco il secondo paradosso!
Oltre che rivoluzionata e ribaltata con i concetti del Movimento Moderno, Perret introduce nuovi sistemi costruttivi. Introduce l’uso estensivo del calcestruzzo armato invece del tradizionale uso di murature in mattoni portanti. Lo usa per fondazioni, pilastri, travi e grandi lastre che costituiscono i solai rendendo l’edificio più leggero, più snello e con la possibilità di finestrare maggiormente le facciate esterne.
Questo sistema permette di costruire edifici più alti e gli spazi interni sono più ampi e modulari con la possibilità di posizionare le partizioni interne dove meglio si desidera senza vincoli di sorta. Inoltre, le singole unità immobiliari sono provviste di cucina, bagno, soggiorno, camere da letto e studio. Riscaldamento centralizzato e impianto elettrico riorganizzando gli spazi in una visione più moderna e, eziandio, progressista. Era una qualità di vita mai avuta in passato.
In facciata, Perret lascia in vista gli elementi strutturali. Travi e pilastri sono un elemento fondamentale della forma architettonica del palazzo. I muri perimetrali sono arretrati di qualche centimetro e le finestre sono “alla francese” cioè sono a tutta altezza. La conseguenza naturale è stata la possibilità di prefabbricazione al di fuori del cantiere in officine specializzate in grado di ridurre tempi e costi e aumentare la qualità del prodotto finito.
Le Havre continua così la sua ricostruzione fino all’inizio degli anni ’60. Ma l’impressione dei suoi abitanti è diversa. Essi rifiutano categoricamente questo progetto. La città è diventata senza anima, non apprezzano i nuovi edifici giudicati troppo moderni e monumentali, il passato, i ricordi e gli affetti sono stati cancellati.
Una buona parte della popolazione vive la ricostruzione come un nuovo trauma al pari dei bombardamenti, le sue strade restano vuote e non vissute, la città è paragonata ad una moderna Stalingrado. Perfino il nuovo edificio dell’”hotel de ville” quale nuova sede dell’Amministrazione Pubblica è mal sopportato: non reca gioia e conforto, al contrario dà una pessima impressione.

Bisogna superare il trauma e il paradosso. La città va vissuta nuovamente. Vivere nel senso di abitare, condividere, partecipare, essere parte attiva di un sistema, di un organismo. Le ferite psicologiche hanno bisogno di molto tempo per guarire ed essere cancellate. Solo i figli della generazione che ha vissuto questi anni tragici sono riusciti a riscattare il loro tempo e a sentirsi parte attiva della loro città.
E nel 2005 è arrivato un risultato positivo: la città è stata proclamata patrimonio mondiale dall’UNESCO. Oggi Le Havre è una città viva, seducente, attrattiva ed ha ritrovato vita. Ha avuto necessità di tempo per metabolizzare la sua storia ed ha dimostrato di essere a tutti gli effetti una città resiliente come dovrebbero essere tutte le città.
Ha ritrovato l’anima, si è formata la “patina del tempo”. Ma che cosa è la patina del tempo? È quel velo, sia fisico che spirituale che avvolge e ricopre qualsiasi superficie, anzi, entra perfino all’interno della materia e del cervello. Fisico perché attenua i colori, li uniformizza, li rende caldi e vissuti, rende gli spigoli meno appuntiti. Spirituale perché smorza gli stress, i rimpianti, le forti emozioni negative e rende il tutto più accettabile e positivo. Fa cambiare punto di vista e prospettiva rendendo tutto più affascinante.
È il paradosso del tempo e dello spazio, è un percorso che finalmente giunge alla meta. A quale prezzo?
