UCTAT Newsletter n.90 – giugno 2026
di Luca Marescotti
I significati del patrimonio
Patrimonio richiama almeno un paio di concetti assai diversi: la ricchezza di una persona e la ricchezza di una comunità, magari dell’intera umanità, una dimensione patrimoniale privata e una dimensione civica culturale. Concetti contrapposti: da una parte il potere e la sua trasmissione (prima o poi diventerà eredità), ma che resta un fatto privato con riflessi più o meno forti sulle società; dall’altra parte un concetto astratto, spirituale appunto, un’idea tanto immaginifica quanto ingombrante di impegno sociale per un’eredità ricevuta e da tramandare: lo spazio urbano dove essere liberi e nello stesso tempo protetti.
Lo stesso patrimonio dell’architettura appartiene al secondo insieme; esso costituisce qualche cosa che va oltre al semplice edificio. Il volume edilizio architettonico, infatti, con il suo spazio interno solitamente privato, si mette in relazione con lo spazio esterno. Il vuoto tra gli edifici è reso significante dalle architetture che lo delimitano e che ne guidano prospettive profonde. Il patrimonio non consiste negli oggetti edilizi isolati, ma nelle relazioni spaziali che essi costruiscono; si creano spazi liberi di vita, spazi collettivi che circondano spazi chiusi dell’abitare individuale.
Tuttavia, lo stesso termine di patrimonio dell’architettura ha sempre portato in sé la questione della conservazione e dei vincoli. Dalle prime riflessioni moderne sulla conservazione, limitandoci dalle posizioni di John Ruskin e William Morris fino alle elaborazioni del Novecento, il patrimonio architettonico è stato associato al tema della tutela e dei vincoli. Con il tempo dalla segnalazione di un edificio monumentale ci si è spostati sul quadro d’insieme – i vincoli ambientali e paesaggistici – e sull’inventario.
Il termine patrimonio, d’altra parte, induce a valutarne la consistenza, da qui gli inventari; nella loro compilazione ci si accorge facilmente dell’insufficienza di una descrizione testuale, che andrebbe accompagnata da altri mezzi di comunicazione – disegni, fotografie e filmati, per esempio – capaci di descrivere sia i caratteri, sia le relazioni con altri beni. Nell’esprimere questa condizione si diviene consapevoli che la stessa conoscenza non è più sufficiente: la conoscenza è condizione necessaria della tutela, ma non è ancora un progetto desunto dalla società e per la società.
Fin da subito emerge il proposito di mettere il patrimonio in relazione con la sua conservazione e con le possibili trasformazioni, aprendo due percorsi complementari: quello della tutela[1] e quello della pianificazione. È lungo questa linea di confronto tra conoscenza, tutela e progetto che si sono sviluppate molte delle esperienze italiane ed europee sul patrimonio, un concetto tanto ampio da comprendere il piano per il centro storico di Bologna, le ricerche sul paesaggio promosse dalla Missione fotografica DATAR in Francia[2] e l’impegno dell’UNESCO per il Patrimonio dell’Umanità. In tutti questi casi l’architettura rimane al centro della riflessione, non come semplice manufatto, ma come fatto urbano, culturale e di civiltà.
Il patrimonio come civiltà
Negli ultimi anni questa interpretazione dell’architettura come civiltà è stata espressa con profondità da Cesare de Seta e ha trovato un rilancio non banale nelle parole del Presidente della Repubblica in occasione del suo recente incontro con Renzo Piano al Politecnico di Milano[3]. Afferma il Presidente che l’architettura riguarda la convivenza, le condizioni di vita, le regole e le prospettive del futuro, così sottraendo l’architettura alla sola dimensione estetica e restituendola al suo pieno significato civile poiché l’architettura raccoglie tutto. Poi aggiunge: <<Ho sempre pensato che la bellezza non sia un lusso, ma una necessità per la convivenza civile: è ciò che ci unisce, ci responsabilizza e ci rende capaci di rispetto reciproco>>. Idee non nuove come si può facilmente dimostrare riandando a quanto espresso in occasione della Festa della Repubblica nel 2020: <<la bellezza della convivenza civile non è un dono che si conserva senza cura: esige responsabilità, rispetto delle regole, attenzione ai più deboli, fiducia nella pluralità delle idee e nella democrazia.>>
Come non sentire riecheggiare quella consapevolezza sulla necessità di un continuo e difficile impegno espressa da René Char e ripresa da Hannah Arendt: <<La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento>>. La conquista deve essere continuamente reiterata, nulla è per sempre.
In questo spirito il patrimonio dell’architettura diviene portatore di valori; l’architettura ci conduce oltre il cemento e l’acciaio, oltre la materia, verso l’idea di una società capace di accogliere, proteggere e mettere in relazione le differenze. Si possono allora rileggere con una luce diversa le parole di Carlo Cattaneo ne La città considerata come principio ideale delle istorie italiane: la città diviene il luogo della convivenza. È proprio attraverso la convivenza che si compie il passaggio dai clan familistici alle società complesse fondate sulla cittadinanza, cioè sull’essere, tutti, cittadini. Se prima dominavano i temi della rappresentazione del potere, ora il tema centrale diviene quello della comune appartenenza.
Civis romanus sum.
Il primato sociale del patrimonio
Il patrimonio dell’architettura non ci viene affidato soltanto perché sia conservato. Ci viene affidato – o forse semplicemente ci è capitato addosso – senza alcun motivo. Se siamo capaci, lo accogliamo perché possa svolgere una sua funzione civile.
Le città, le piazze, le strade, i monumenti e gli spazi pubblici non sono semplicemente testimonianze del passato: sono luoghi vitali in cui ogni generazione apprende i significati della convivenza. Per questo la tutela del patrimonio non riguarda soltanto la conservazione della memoria, ma la costruzione del futuro.
È proprio in questa costruzione del futuro che il principio di convivenza, la libertà e la democrazia si intrecciano con il fenomeno urbano e architettonico, ove la bellezza diviene una sintesi qualitativa dello spazio urbano e delle architetture, elementi materiali di un paesaggio astratto, soggettivo, proprio di ciascun individuo, costruito nell’intreccio tra spazio e memoria.
In un primo tempo il suggerimento di scrivere sul e del patrimonio dell’architettura mi aveva fatto tornare in mente i miei lavori per un censimento dell’architettura sviluppati con la Provincia di Milano, la Provincia di Mantova e la Regione Lombardia per oltre un trentennio, occasioni per indagare il ruolo della fotografia come strumento di analisi del territorio. La logica del discorso era retta dalla volontà di rendersi conto, cioè di essere consapevoli, del patrimonio implicito nei fenomeni urbani, anzi – se ho ben compreso De Seta – della civiltà architettonica e urbana del passato e del presente, fino a coinvolgere nell’interezza il paesaggio agrario e naturale.
Ora quella logica mi porta a discutere dello spazio pubblico della città, uno spazio dove vivere, uno spazio aperto, confortevole, sicuro e accogliente. In altre parole, progettato per viverci, per essere attraversato lentamente, per facilitare incontri. A piedi, in bicicletta, sui mezzi collettivi. Una città sicura anche negli spostamenti, fatta di incontri, che sollecita incontri. Una città amichevole che si oppone all’anonimato urbano.
Uno spazio che è soprattutto costruito nel tempo.
E il tempo dialoga attraverso l’accostamento delle architetture.
Convivere è condividere
Una città mite, ho scritto in altri momenti, o meglio una città della mitezza adatta alla convivenza di molte società e di molte culture. Una città fondata sul mutuo sostegno per emanciparsi nella convivenza.
Ecco in sintonia un nuovo richiamo: è il rinvio alla lettera che Ursula von der Leyen nel 2019 scrisse ad alcuni giornali europei; una lettera che superava il particolare che l’originava e che assumeva una forma generale di ben più ampio respiro: la natura dell’Unione Europea sta nelle peculiarità dello stile di vita europea. C’è la consapevolezza di un qualche cosa di nuovo per le nazioni del vecchio continente, da sempre prese a scontrarsi, ad allacciare relazioni per infrangerle e scontrarsi in guerre fratricide. Un continuo mattatoio. Per la prima volte un processo di molti decenni senza guerre realizzava una comunanza di popoli, non più nazioni sovrane, generando un sentire e un vivere comune:
<<Lo stile di vita europeo si è affermato a caro prezzo e a fronte di grandi sacrifici. Non dovrebbe mai essere dato per scontato, perché non è né immutabile, né garantito per sempre. […] Lo stile di vita europeo è sinonimo di ascolto e confronto reciproco alla ricerca di soluzioni che rappresentino il bene comune. Ed è precisamente questo che vorrei che facessimo insieme.>>[4]
Lo stile di vita nasce quindi da quel progetto firmato sulle macerie.
Mi rendo conto che le mie riflessioni hanno seguito – o inseguito – domande affatto diverse, prima interrogandomi sulla natura del patrimonio dell’architettura e sulle motivazioni che presiedono alla sua tutela; poi, con un salto improvviso, guardo al senso del rapporto tra architettura e convivenza civile, e mi accosto all’educazione alla cittadinanza e alla democrazia. Sottotraccia seguo sempre quel filo rosso che è l’essenza dell’urbano, la miscela tra città e società, tra materiale e immateriale. In questa miscela il termine patrimonio diviene ambiguo, oscilla tra bene materiale, conteso tra proprietari e promotori immobiliari, e bene immateriale, fruito dalla comunità.
Qui – in quel fruito non appartenente – sta il cambio radicale di prospettiva.
Dunque, questo patrimonio, in cui siamo tutti immersi, assume valori nuovi per ciascun individuo e per ciascuna generazione, valori non espliciti, ma emergenti dal grado di consapevolezza con cui sono accolti.
Significative deviazioni
Vorrei ora ancorare il mio filo rosso ad alcune lettura della mia formazione, riportandone brevi passaggi. Premetto: passaggi da maneggiare con cura, poiché il loro significato sta nel contesto più ampio costituito, oltre che dall’opera da cui sono tratte e dalla conoscenza dell’autore, dall’occasione, questa, in cui sono riportate.
Hanna Arendt[5] ci avverte del rischio di immobilizzarci in un eterno presente, un istante vischioso e paralizzante, mantenuto dall’ignoranza del passato e dall’incapacità di valutare il rischio di avventurarsi nel futuro con incoscienza:
<<Senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quale ne sia il valore), il tempo manca di una continuità tramandata, con un esplicito atto di volontà, e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi. […] Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo, lasciandoli in balia di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.>>
Come non sentire l’attualità di queste considerazioni? Ma non è solo questo che attrae l’attenzione quanto l’avvicinarsi alla tradizione attraverso l’etimologia, senza nostalgie identitarie. Nel termine tradizione, infatti, è contenuto il tràdere latino, quindi, il consegnare e il trasmettere. La forza del linguaggio si mostra nell’educazione, con cui appunto trasmettiamo le nostre esperienze e i nostri valori ad altri, che se ne appropriano, che li fanno propri, che li rielaborano rinnovandoli. La “tradizione” diviene sintesi di un’arena socioculturale, in cui partecipano diversi gruppi sociali. non certo un fermarsi in un passato inventato.
Antonio R. Damasio[6] osserva dal punto di vista della neurologia come si costruisce il sé autobiografico in relazione all’ambiente, tra passato e futuro, il vissuto e il progetto:
<<L’idea che ciascuno di noi costruisce di se stesso, l’immagine che via via formiamo di chi siamo fisicamente e mentalmente, della posizione sociale adatta a noi, si basa sulla memoria autobiografica di anni di esperienze ed è costantemente soggetta a rimodellamento. […]. Questi processi consci e inconsci […] sono influenzati da ogni genere di fattori: tratti della personalità innati e acquisiti, intelligenza, conoscenza, ambiente sociale e culturale. Il sé autobiografico che dispieghiamo nella mente, in questo momento, è il prodotto finale non soltanto delle nostre inclinazioni innate e delle nostre effettive esperienze di vita, ma anche del rimaneggiamento dei ricordi di tali esperienze sotto l’influenza di quei fattori. […] I cambiamenti che avvengono nel sé autobiografico nell’arco di una vita non sono dovuti soltanto al rimodellamento, conscio e inconscio, del passato che si è vissuto, ma anche alla determinazione e al rimodellamento del futuro che si prevede. […] Il significato della maturità personale è che i ricordi del futuro, previsti per un momento che potrebbe arrivare, hanno in ogni istante un grande peso nel sé autobiografico […] Senza dubbio partecipano anche al rimodellamento, conscio e inconscio, del passato vissuto e alla creazione della persona che immaginiamo di essere, momento per momento.>>
Hugues De Varine[7] –archeologo, storico e fondatore degli ecomusei– ci mostra il patrimonio culturale da un’altra prospettiva, non zavorra ma trampolino per il futuro; sostiene il diritto di ogni generazione ad usare il patrimonio secondo le proprie necessità; teorizza la partecipazione del censimento e della conservazione alla gestione del patrimonio. Dal suo punto di vista la conservazione assume un ruolo pedagogico di guida, non di comando:
“La conservazione del patrimonio non è una preoccupazione fondamentale del censimento del patrimonio ai fini dello sviluppo, ma diviene un fattore della sua gestione quando si tratta di attività fondate su quello stesso patrimonio. Si può anzi dire che la conservazione sia uno dei modi pedagogici di uso dei beni culturali per lo sviluppo. (…) Il patrimonio culturale (…) è il risultato, materiale e immateriale, dell’attività creativa continua e congiunta dell’uomo e della natura: in questo senso esso lega concretamente il passato al presente e al futuro. Fonte, espressione e base della cultura viva della società e della comunità, il patrimonio culturale è anche il trampolino da cui comincia e prende slancio il processo di sviluppo.”
Chiudo citando la Convenzione di Faro[8] in cui si dichiara che il patrimonio culturale supera il significato di mero bene materiale per acquistare il valore di risorsa condivisa e di strumento della coesione sociale; le fondamenta della convenzione stanno nei concetti di comunità patrimoniali e di diritto alla cultura di ogni individuo.
Un invito alla riflessione
Al filo rosso si sono aggiunti altri colori che ricongiungono l’approccio teorico al patrimonio (patrimonio, tutela, censimento e pianificazione) con quello alla città in quanto luogo per eccellenza della convivenza, dove la cittadinanza si coniuga con la bellezza civile. L’accenno ai censimenti dei beni culturali in Lombardia e al ruolo della fotografia rinvia alle esperienze di ricerca e alle memorie personali, mentre Arendt, Damasio, De Varine e la stessa convenzione Faro rimandano a una fondazione direi quasi filosofica della questione del patrimonio.
Le conclusioni sono a questo punto molto chiare: la bellezza sta anche nell’armonia che lega edificio e contesto, spazio privato e spazio pubblico, in una sorta di trama dialogante fatta di rimandi, assonanze e dissonanze. Il dialogo del costruito è metafora del dialogo tra le società. Entrambi non seguono schemi precisi o modelli omologati, ma si reinventano continuatamente. Proprio questo sta alla base della spettacolare diversità delle città europee, libri scritti nella pietra, patrimonio dell’architettura come eredità culturale lasciata da progettisti ingegneri e architetti. Strutture forme e spazi dialoganti: questo è il patrimonio che bisogna saper leggere per condividerlo e tramandarlo. Un patrimonio che accetta l’innovazione, che ingloba l’innovazione, che costruisce spazi che riflettono le società che li abitano.
Il patrimonio dell’architettura non è allora soltanto ciò che ereditiamo dal passato, ma ciò che rende possibile un futuro condiviso tra le molte società che abitano la stessa Terra.”
Bibliografia
- Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1999 (1961).
- Antonio R. Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000.
- Hugues de Varine, Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al sevizio dello sviluppo locale, CLUEB, Bologna, 2005 (2002).
- Nota sulle attività di censimento dei beni architettonici e ambientali promosse dalla Provincia di Milano e dalla Regione Lombardia
- Luca Marescotti, “Conoscenza e divulgazione per la tutela del patrimonio culturale. Metodologia di ricerca”, pp. 189-198 in Provincia di Milano, CBCA, Beni ambientali e culturali della provincia di Milano, TCI, Milano, 1985
- Luca Marescotti, “La fotografia nell’esplorazione e nella progettazione territoriale e urbanistica”, pp. 71-80 in: Achille Sacconi (a cura di), Beni architettonici e ambientali: l’immagine fotografica, Provincia di Milano/Edizioni Unicopli, Milano, 1991
- Amedeo Bellini, Annapaola Canevari, Luca Marescotti/ Maria Cristina Giambruno, Maria Mascione (a cura di), Territorio, beni culturali, piano. Un esperimento in Lombardia, Alinea, Firenze, 1995
- Valtorta Roberta (a cura di), 1987-1997 Archivio dello spazio. Dieci anni di fotografia italiana sul territorio della Provincia di Milano, Provincia di Milano, Milano, 1997[9].
- Luca Marescotti (a cura di), Beni architettonici e ambientali: dalle indagini alla pianificazione territoriale provinciale. Quaderno n. 3, Franco Angeli, Milano, 1999.
- Luca Marescotti, “Luoghi e identità: bene pubblico, patrimonio culturale, memoria e identità sociale”, in Territorio, n. 42, 2007, pp. 71-81

[1]Con riferimento al progetto Vincoli in Rete avviato con il Piano eGov 2012 dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione.
[2]La Mission photographique de la DATAR (Délégation à l’aménagement du territoire et à l’action régionale) 1984–1989.
[3]Il Capo dello Stato ha partecipato come ospite d’onore al “Laboratorio didattico Arte del costruire”, tenuto dal senatore a vita e architetto Renzo Piano il giorno 11 maggio 2026. Il filmato dell’incontro al Quirinale è al link: https://www.youtube.com/watch?v=vWgXY5kjO_4 [ultimo accesso: 3 giugno 2026].
[4]Ursula van der Leyen, Lettera a Lena, Leading European Newspaper Alliance, 15 settembre 2019.
[5]Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1999 (1961).
[6]Antonio R. Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000.
[7]Hugues de Varine, Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, CLUEB, Bologna, 2005 (2002).
[8] Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società”, sottoscritta nel 2005 e ratificata dall’Italia nel 2020.
[9]Sintesi del progetto di censimento dei beni architettonici e ambientali promosso dalla Provincia di Milano nel 1983, anche se focalizzato sull’immagine fotografica. Le schede di inventario sono state prodotte dal CBCA Centro per i Beni architettonici e ambientali della Lombardia, dal CedAr Centro di Documentazione di Architettura del Politecnico di Milano, dall’ISAL Istituto per la storia dell’arte Lombarda e dal Centro studi PIM Piano intercomunale milanese.
