UCTAT Newsletter n.90 – giugno 2026
di Raffaella Riva
Spesso si parla di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, dell’identità locale, del paesaggio, dei patrimoni di prossimità.
Ma cos’è oggi il “patrimonio”? Chi è titolato ad attribuirgli valore? Come questo può modificare il progetto? Si tratta di temi di grande attualità, che si intrecciano con quelli della rigenerazione urbana, della sostenibilità e della resilienza dei territori.
Il concetto di patrimonio culturale si è progressivamente ampliato, includendo nel tempo la produzione artistica propriamente detta, i beni materiali e immateriali, ma anche i valori culturali stratificati nella storia e nelle comunità che li custodiscono. Un ampliamento di senso che sottende a una produzione collettiva e diffusa, rappresentando da un lato la memoria e l’identità di un territorio, e dall’altro esprimendone il potenziale di sviluppo. Diversi sono i riferimenti legislativi che evidenziano questi passaggi. Tra i principali è da ricordare senza dubbio la Convenzione del Paesaggio del Consiglio d’Europa del 2000 (ratificata dall’Italia nel 2006) della quale lo scorso anno si è festeggiato il 25° anniversario, ribadendone l’importanza come strumento per promuovere una progettazione adattiva dei territori e la progressiva trasformazione del modo di vivere delle comunità. Fondamentale anche la Convenzione di Faro del 2005 sul valore dell’eredità culturale per la società (ratificata dall’Italia nel 2020) che introduce il concetto di “eredità culturale”, ovvero dell’«insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione», nonché il principio della responsabilità individuale e collettiva nei confronti dell’eredità culturale, invitando a una sinergia di competenze e azioni tra gli attori pubblici e privati per arricchire i processi di sviluppo socioeconomico e di trasformazione del territorio, cercando un equilibrio tra diversità culturale, biologica, geologica e paesaggistica.
Ne emerge un patrimonio che non è statico, ma che costantemente si trasforma in risposta ai cambiamenti che intervengono nell’ambiente, nell’interazione tra uomo e natura e nella società stessa.
Alla base di questo ampliamento di senso si pone la comunità, in quanto soggetto che rappresenta gli interessi collettivi, e in quanto tale l’unico titolato a individuare gli elementi del patrimonio, ad attribuire loro un valore e a operare scelte in merito alla loro gestione e trasformazione. Così inteso il patrimonio culturale è un bene sociale, che interagisce sia con gli aspetti ambientali sia con gli aspetti socioculturali del territorio.
Se il patrimonio culturale è un bene sociale, collettivo, è dunque la comunità che può individuarlo, valutarlo e valorizzarlo, attraverso una partecipazione reale e informata ai processi di trasformazione del territorio e di sviluppo locale. Si tratta però di un passaggio, anche e soprattutto culturale, che pone diverse criticità poiché richiede non scontate capacità di ascolto, dialogo e ricerca di compromessi, condivisione di obiettivi, strumenti operativi che consentano l’azione congiunta di soggetti pubblici e privati, un quadro finanziario adeguato. Tali capacità spesso mancano, in particolare laddove è più debole la regia pubblica e gli interessi dei singoli sovrastano quelli collettivi.
Alla luce di queste considerazioni, il progetto che interessa un patrimonio collettivo non può che partire dal creare le condizioni affinché alla comunità siano dati gli strumenti per poter intervenire con un ruolo forte nei processi. È dunque necessario valorizzare in primo luogo saperi, esperienze e memorie, educando e promuovendo un uso consapevole delle risorse e delle tecnologie a disposizione. Le istituzioni culturali possono contribuire al raggiungimento di questi obiettivi, attraverso la narrazione del patrimonio culturale, la realizzazione di percorsi didattici e formativi, lo sviluppo di studi e ricerche di carattere interdisciplinare. Esse, attraverso la cultura possono promuovere il dialogo, il confronto e la capacità creativa delle comunità, diffondendo la “cultura della sostenibilità”. E tra le diverse istituzioni culturali, gli ecomusei offrono interessanti spunti di riflessione per le pratiche che da anni promuovono all’interno delle comunità d’origine, nell’impegno per l’attuazione dell’Agenda 2030 dell’ONU sullo sviluppo sostenibile, per la lotta al cambiamento climatico, per l’implementazione della biodiversità, per la valorizzazione del paesaggio e del patrimonio culturale, attraverso pratiche che attivano la partecipazione delle comunità.
Il modello dell’ecomuseo creato in Francia negli anni Settanta, da George Henri Rivière e Hugues de Varine, si è progressivamente evoluto, ottenendo anche importanti riconoscimenti internazionali. Oggi gli ecomusei, in particolare nell’ambito di aree al centro di conflittualità sociali e degrado, sono un supporto per i progetti di riappropriazione dei luoghi, di cura del bene comune, di sensibilizzazione e risposta alle emergenze ambientali. In questi contesti promuovono la ricerca di sinergie tra le diverse progettualità in corso e la convergenza verso obiettivi di sviluppo nei quali tutti si possano riconoscere. Lo fanno declinando in modo originale strumenti operativi quali mappe di comunità, contratti di lago e di fiume, inventari partecipativi, statuti dei luoghi, filiere corte, programmi e iniziative finalizzate alla formazione degli operatori, sentieristica partecipata, facilitazione, capacitazione, interpretazione e narrazione. Analizzare come questi strumenti sono utilizzati e reinterpretati dagli ecomusei, consente di individuare metodologie di intervento utilmente replicabili all’interno di più ampi e generali processi di governo del territorio, anche in ambiti metropolitani complessi (ne sono interessanti esempi l’Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros nel Municipio V di Roma, o l’Ecomuseo del Paesaggio di Parabiago a nord di Milano).
In particolare, le pratiche sviluppate dagli ecomusei evidenziano una sequenzialità delle azioni sul territorio: riconoscimento partecipato del patrimonio, costruzione di “comunità di cura” stabili, costruzione di strategie condivise di trasformazione urbana e ambientale, attivazione di infrastrutture ecologiche e culturali, consolidamento delle pratiche nel lungo periodo, valutazione degli esiti. Si tratta di un modello di “buon senso”, che si presta alla trasferibilità in contesti locali esterni agli specifici territori dove operano ecomusei. L’efficacia di questa trasferibilità è però subordinata ad alcune condizioni di base che devono essere garantite, ovvero occorrono adeguati strumenti per la partecipazione della comunità e l’integrazione tra competenze tecniche e conoscenze locali, garanzie di continuità operativa nel tempo date dalle istituzioni locali, la presenza di un tessuto associativo e civico attivo.
Quello promosso dagli ecomusei è un modello fortemente incentrato sulle relazioni sociali, sulla sperimentazione della democrazia di prossimità e del decentramento.
Se ne parlerà in modo approfondito nell’articolo “Ecomusei e comunità patrimoniali: buone pratiche di rigenerazione dei patrimoni di prossimità” in uscita a fine ottobre su Techne. Journal of Technology for Architecture and Environment.

