UCTAT Newsletter n.85 – gennaio 2026
di Andrea Villani
In.un momento in cui in Milano- si sta svolgendo un radicale confronto politico, amministrativo giudiziario, e in qualche misura anche di teoria e prassi sul modo di essere della città – abbiamo pensato di presentare un racconto di una rilevante esperienza di elaborazione teorica e prassi sul tema Esperienza connessa a quello che fu la realtà di questa città n partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale:
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Milano dagli anni Cinquanta – L’ordine insediativo nel Capoluogo, e il disordine negli insediamenti nei Comuni esterni
‘Cos’era, e com’era Milano negli anni Cinquanta?
Una grande città industriale, con una rilevante presenza operaia, un ceto imprenditoriale di peso e significato corrispondente. Città ben definita sul territorio, con luoghi privilegiati e sottoprivilegiati.
Dagli anni Cinquanta in Milano ferve un’attività con effetti sulla realtà urbana, volta alla ricostruzione di quanto distrutto dai bombardamenti bellici. Ma la prima grande trasformazione parte alla fine degli anni Cinquanta, quando si verifica quello che allora venne definito ‘il miracolo economico’. Con la grande espansione industriale si costruirono nuove fabbriche e si ampliarono quelle esistenti; in connessione venne richiesta nuova mano d’opera che giunse qui dalle aree meno sviluppate del paese.
Milano rispose alle nuove esigenze in parte utilizzando le aree stabilite come edificabili nel piano regolatore vigente, in parte stabilendo come edificabili aree di fatto agricole, senza previa adozione di varianti nel piano, ma attraverso la concessione di ‘licenze in precario’. Modo di procedere – ideato da Domenico Rodella, alto funzionario dell’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Milano, sostenuto in termini politici dall’Assessore Filippo Hazon – su cui si scatenò un fortissimo confronto nell’ambito politico così come in quello civile.
Di fatto quel modo di procedere consentì di dare una rapida risposta a una esigenza urgente. Mettendo a disposizione aree fabbricabili – specie per residenze a fronte di un fortissimo aumento di domanda – anche con l’effetto di ridurre il prezzo dei terreni edificabili.
Nell’area metropolitana milanese soltanto il Comune di Milano (insieme con Monza) disponeva di un piano regolatore adottato nel 1948 e approvato nel 1953. Pure in presenza di quanto si attuò in difformità dal PRG con le ‘licenze in precario’, va enfatizzato che in Milano non venne attuata una caotica disseminazione di edifici sul territorio: residenze accanto a fabbriche accanto a terreni dalla destinazione indefinita accanto a magazzini accanto ad altre strutture civili, industriali, commerciali, o di altro tipo.
Abbiamo scritto: ‘caotica disseminazione degli insediamenti’. – Questa invece caratterizzava la maggior parte dei Comuni dell’area metropolitana milanese investiti dallo sviluppo industriale e residenziale. Vale a dire: mentre nel perimetro amministrativo di Milano era stabilito un ordine, e un governo del territorio era realizzato, ciò che si verificava appena al di fuori di quei confini – a iniziare dalla prima cintura – era la concretizzazione del disordine urbanistico.
La richiesta di Milano di realizzare un piano intercomunale, per dare ordine all’insieme dei comuni dell’area metropolitana e la realizzazione di una nuova istituzione, il Piano Intercomunale Milanese (PIM)
Questa situazione, e il timore che la tendenza avesse ulteriormente ad aggravarsi, indussero l’amministrazione comunale di Milano a chiedere
al Ministero dei Lavori Pubblici l’autorizzazione alla realizzazione di up Piano intercomunale, ai sensi dell’art. 12 della legge urbanistica n. 1140 del 1942.
Per attuare questo piano, che avrebbe dovuto coinvolgere 35 comuni esterni a Milano – individuati come maggiormente coinvolti nella dinamica dello sviluppo in atto – venne costituita una istituzione non prevista dalla legge urbanistica, frutto di un progetto politico tra i Comuni coinvolti.
Questa nuova istituzione, denominata Piano Intercomunale Milanese – (PIM), al cui fondamento era posto un organo denominato ’Assemblea dei Sindaci, , avrebbe dovuto costituire la struttura pubblica per lo sviluppo e il governo del territorio. Struttura all’interno della quale ciascun Comune compreso Milano, avrebbe dovuto contare nel processo. decisionale in modo uguale a ciascun altro..
Ritengo peraltro di sot0ineare che secondo la struttura tecnico-urbanistica del Comune di Milano avrebbe dovuto essere questa a realizzare il piano regolatore dell’insieme di tutti Comuni coinvolti.
Tensione e orientamento che non procedettero in questo modo, perché l’Assemblea dei Sindaci – quindi il PIM nel suo complesso – decise che fosse questo a elaborare criteri generali di piano urbanistico cui si dovesse attenere per governare lo tutto il territorio. E questo venne sviluppato in una prima fase rivolgendosi all’ILSES, (Istituto Lombardo per gli Studi Economici e Sociali) che riuniva l’intellighenzia lombarda del tempo in questo campo.
Sottolineo poi che tutta l’operazione ‘Piano Intercomunale Milanese’ era frutto di un progetto non solo di cultura urbanistica e in generale di pianificazione, ma anche di un accordo politico tra DC, PCI, PSI, a iniziare alla scala dal Comune di Milano, ma certamente con un accordo istituzionale a ogni livello.
L’elaborazione e le proposte relative all’essere e al divenire del PIM furono discusse ampiamente all’interno delle Segreterie Provinciali di questi Partiti, con la partecipazione di tutte le realtà locali, maggioranza o minoranza, a seconda dei casi; ed esisteva anche una continua azione, cioè un rapporto di elaborazione e discussione, tra il momento della direzione politica e tecnica del PIM e amministrazioni e comunità locali. Con incontri, convegni, dibattiti, aperti al pubblico, con amplissima partecipazione e ampia diffusione sulla stampa nazionale e locale.
La prima proposta di piano
Il Modello dellaTurbina
Ho davanti agli occhi una mappa che esprime un progetto urbanistico. Si tratta della rappresentazione grafica di un modello urbanistico di sviluppo di Milano e dei 35 Comuni, presentato il 25 luglio 1963 all’XI Assemblea dei Sindaci.
Questo modello indicava quale avrebbe dovuto essere in termini dimensionali e formali lo sviluppo fisico di Milano e di tutti i comuni del territorio milanese allora inclusi nel PIM; le modalità di pianificazione dei singoli comuni; il ruolo dei grandi poli esterni rispetto a Milano, in vista di una crescita ordinata e ben organizzata.
Questo modello – Modello della turbina’ per la forma disegnata del peculiare sviluppo del capoluogo – costituiva l’esito di un lavoro di elaborazione compiuto per incarico PIM del da un gruppo di ricercatori dell’ILSES (Istituto Lombardo per gli Studi Economici e Sociali), guidato da Giancarlo De Carlo.
Questo piano era caratterizzato oltre che dal disegno di sviluppo di Milano, con le pale ai cui apici si sarebbero dovute concentrare funzioni particolarmente qualificanti, e con modalità architettoniche corrispondenti, mentre il verde che lambisce le pale, sarebbe giunto fino al cuore della città.
Insieme con questa parte, la definizione di un ‘tessuto oscillante’ e una sequenza di Comuni nell’area immediatamente esterna al capoluogo, indicati con un bollino bianco, che non avrebbero dovuto svilupparsi.
Questa proposta venne respinta dall’Assemblea dei Sindaci, soprattutto a causa del vincolo stabilito sui comuni periurbani che avrebbe impedito di svilupparsi seguendo orientamenti emergenti in conformità alla propria concezione di cosa fosse bene alla scala locale.
Il problema che si aprì, fu di trovare una soluzione di piano complessivo che rendesse compatibile ciò che fosse valido alla scala metropolitana, con ciò che poteva essere gradito e positivo alla scala di ogni specifico Comune..
Ma per giungere questo esito, si dovette percorrere un complicato tribolato cammino, dal 1964 a1 1967.
Dopo la Turbina. La creazione di un Comitato
Tecnico-Direttivo e il confronto tra diversi orientamenti di politica urbanistica
Lo sviluppo successivo della storia fu nella rimessa in gioco degli attori.
I Comuni del PIM volevano realizzare un piano territoriale di area vasta, del quale non si avevano altre elaborazioni teoriche né esperienze concrete.
D’altra part — a che ci risulti – non era che all’interno dell’ILSES ci fosse sostegno al ’modello della turbina’ di De Carlo.
Che piano avrebbero voluto gli altri studiosi dell’ILSES non posso dire di preciso. Non dispongo di testimonianze scritte in proposito. Per quello che mi è dato da inferire, non volevano una prefigurazione dell’assetto urbano e del territorio, ma invece probabilmente un’elaborazione che mettesse in gioco simultaneamente tutti i fattori che determinano la realtà urbana, in vista degli obiettivi stabiliti da raggiungere dalla medesima Assemblea dei Sindaci.
Di fatto, nello sviluppo del lavoro venne creato dall’Assemblea dei Sindaci –un Comitato Tecnico Direttivo, presieduto da Mario Talamona economista, sempre dell’ILSES, di cui facevano parte Marco Bacigalupo, architetto; Giancarlo De Carlo architetto, Giacomo Corna Pellegrini geografo, Giancarlo Mazzocchi, economista; Giancarlo Tintori, architetto, Alessandro Tutino architetto-urbanista. Questo Comitato avrebbe dovuto elaborare un piano capace di superare l’impasse della proposta precedente.
Questo Comitato si spaccò immediatamente. Bacigalupo, Corna Pellegrini e Mazzocchi avanzarono una proposta di sviluppo urbano esplicitamente prefigurata. Per intendersi, analoga a quella di Giancarlo De Carlo col’ Modello della turbina’ ma con una forma diversa, vale a dire una ‘proposta di sviluppo lineare’ della prevalenza degli insediamenti previsti.
Invece De Carlo, Tintori e Tutino – con un rilevante contributo dell’architetto – urbanista Giani Beltrame, dell’Ufficio tecnico del PIM -elaborarono una posizione che si esprimeva in un metodo progettuale, che venne definito ‘‘piano-processo’. Ovvero un metodo, un modo di procedere che definisse man mano le azioni da svolgere sul territorio, senza una prefigurazione complessiva. Il che significa, ovvero avrebbe significato, che anche la posizione di De Carlo era all’opposto di quella assunta precedentemente.
La soluzione finale approvata nel 1967. col ‘Progetto generale di piano e linee di attuazione prioritaria’
Le due posizioni s confrontarono in modo fortissimo non solo in sede PIM, ma anche nel dibattito pubblico. Per cercare una via d’uscita Filippo Hazon elaborò – col supporto dell’Ufficio Tecnico – un rapporto dal titolo ‘Orientamenti operativì’, che costituì una proposta di mediazione, e base per uno sviluppo della riflessione tecnica e politica. Questa si sviluppò, attraverso un serrato dibattito tecnico e politico, in connessione , con una elaborazione sviluppata in sede di Giunta e ovviamente con connessioni esterne che si tradusse in un documento definitivo, approvato dall’Assemblea dei all’inizio del 1967, dla titolo Progetto generale di Piano e linee di attuazione prioritaria.
Elaborazione nella quale erano espresse in modo preciso le funzioni e le decisioni di competenza a livello metropolitano, e gli orientamenti da seguire dai singoli Comuni per le de4ciioni al loro specifico livello
Tutto questo, come già sottolineato, in un rapporto dialettico id est processuale tra e centrale-locale. Tra Giunta esecutiva e Ufficio tecnico da una parte, e sindaci e tecnici locali, in posizione dialogica, fino a giungere a soluzioni condivise coerenti con l’orientamento politico-tecnico a livello di Giunta
Accanto a questo, e come sviluppo a questo, il rapporto tra PIM e istituzioni elaboranti infrastrutture e strutture pubbliche rilevanti.
Va sottolineato, per concludere, la rilevante elaborazione teorica e applicata su temi relativi alle strutture artistiche e culturali dalla scala comunale a quella delle subaree e insieme, l’elaborazione della concezione dei ‘Centri scolastici onnicomprensivi’, come esempio rilevante in termini culturali, urbanistici architettonici, didattico-pedagogici, della capacità creativa, propositiva e attuativa del PIM.

