UCTAT Newsletter n.90 – giugno 2026
di Fabrizio Schiaffonati
Questa newsletter sviluppa considerazioni sul concetto di patrimonio. Termine polisemico che si estende dai beni materiali a quelli immateriali, da aspetti concreti a concetti morali. I contributi riportati sono in prevalenza della cultura di architetti con fondamenti nel “Il territorio dell’architettura” (Vittorio Gregotti).
Una competenza interdisciplinare anche con rudimenti di economia edilizia e urbana. Di architetti, dico, e non di urbanisti perché non si può dire che la figura dell’urbanista si sia qualificata per più ampie competenze di Piani Regolatori e Particolareggiati; per usare una vecchia terminologia più chiara delle fantasiose definizioni di oggi. Gira e rigira, la città per poter funzionare da sempre ha bisogno di regole da tradursi in confini, tracciati, morfolologie edilizie, manufatti, quindi di progetti di edifici e di spazi infrastrutturati che li relazionano. Se non si ha quindi questa capacità di progettarne la configurazione non si è urbanisti ma tuttalpiù amministrativisti, o economisti o avvocati, o gestionali o sociologi. Mi pare che le Scuole di Architettura abbiano ben altro compito. Quello appunto di dover preparare figure in grado di governare le dimensioni e le logiche del progetto dei luoghi e degli ambienti alle diverse scale.
Nei lontani anni Sessanta, Giovanni Astengo tra i più importanti urbanisti di allora (ma anche ottimo architetto, citando solo La Cittadella della Pro Civitate Christiana ad Assisi, progettata con Pina Ciampani), fondò a Preganziol una Facoltà di Pianificazione Territoriale. Una coraggiosa iniziativa nell’ambito dell’IUAV, Istituito Universitario di Architettura di Venezia. Una iniziativa senza successo, dopo qualche anno sarebbe stata chiusa, perché rilasciava un titolo orfano dell’architettura, senza le adeguate competenze di discipline sopra richiamate. Così anche quella venuta a ruota di Reggio Calabria.
A distanza di anni, a cavallo del secolo, con i nuovi ordinamenti didattici, molte Scuole di Architettura sono tornate a riproporre uno specifico curriculum per formare un urbanista con lo sbocco nell’apposito Albo professionale di pianificatori territoriali. Iniziative che certamente non brillano per successo, opzionate da pochi e con bassi numeri coperti in gran parte da coloro che, come prima opzione, indicano Architettura. Quindi, sine iniuria, dai meno brillanti nei test d’ingresso.
D’altra parte, poi per la scarsa considerazione che sembrerebbe godere l’urbanistica presso amministratori e stakeholder, quali sbocchi lavorativi si prospettano per questi laureati? Direi nulli.
Ritornando agli articoli pubblicati l’attenzione è quindi prevalentemente rivolta al grande patrimonio della “Achitettura della città” (Aldo Rossi).
Una consapevolezza del suo grande valore che è andata via crescendo con il patrimonio demaniale, il più grande in assoluto. Un’istanza sociale affrontata con la presidenza di Alessandra dal Verme, che ha intrapreso numerose iniziative di valorizzazione.
Corre una differenza tra valorizzazione e alienazione del patrimonio pubblico, rimarcata da Giacomo Vaciago, economista e politico, quando a cavallo del secolo, il problema entrò nell’agenda politica. Vaciago evidenziava le difficoltà a mantenere in carico il vastissimo patrimonio immobiliare pubblico, sottoutilizzato o inutilizzato, per problemi di risorse pubbliche e per privati limitatamente interessati all’acquisto in un diffuso mercato delle dismissioni. Una situazione di stallo che si è protratta per due decenni fino alla presidenza della dal Verme che ha promosso analisi e articolato iniziative sia per l’alienazione che la valorizzazione.
Poco tempo fa nell’ambito delle conferenze promosse da UCTAT e da Envi-Reg al Politecnico di Milano, Maurizio De Caro ha tenuto una lectio che mi ha particolarmente colpito per profondità. Detta senza passaggi, come capita, per accattivarsi l’uditorio e che in altre occasioni a lui non mancano, perché brillante e colto oratore.
Mi è tornato alla mente un suo passaggio in cui definiva “L’architettura patrimonio di una eredità alta. Una presenza silenziosa”. In questo passaggio spiegava, e cito pescando nella suggestione di tanti suoi concetti, che l’architettura di valore va alla caccia dell’arte perché stanca dalla narcotizzazione delle provocazioni dell’avanguardia. Il costrutto è mio ma i termini sono suoi. Aggiungeva inoltre che “L’architettura è il mondo come lo vorremmo, e ogni suo spazio e luogo è anche simbolico. Andò anche a Francesco d’Assisi con “farete l’impossibile”, come la carica teleologica dell’architettura.
Il patrimonio dell’architettura è quindi un bene collettivo, prezioso, la cui salvaguardia necessita di una sensibilità diffusa. Che non è semplice, perché entrano in campo tanti aspetti culturali e sociologici, dove spesso diversi punti di vista non riescono a convergere in una sintesi condivisa.
Non c’è dubbio che in questo processo ha un importante ruolo – ritornando a de Caro – se consapevole di quanto si possa far danno senza un’adeguata competenza. La caduta di credibilità del suo ruolo è dovuta anche alle tante compromissioni che è dato vedere.

