UCTAT Newsletter n.77 – aprile 2025
di Andrea Tartaglia e Pierluigi Salvadeo
Si è appena conclusa la Design Week 2025. La nuova denominazione che ha soppiantato quella di settimana del Salone del Mobile esprime una vera trasformazione rispetto a come la città di Milano ospita, gestisce e anche sopporta questi giorni intensi in cui eventi, happening, mostre, incontri, esposizioni e feste prendono il sopravvento sulla quotidianità dei milanesi. Tuttavia, questo momento che alcuni percepiscono quasi come di follia collettiva può anche diventare occasione di momenti inaspettati e importanti di formazione e apprendimento. A breve uscirà un libro intitolato “Materia e Progetto” (a cura degli autori di questo articolo) che racconterà proprio una interessante attività formativa “ospitata” nella precedente Design Week 2024 e che aveva coinvolto un numero significativo di studenti della Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni del Politecnico di Milano, guidato da una altrettanto numeroso gruppo di professori della stessa Scuola.
Tutto è partito dalla convinzione che l’università, per svolgere pienamente la sua funzione educativa, deve continuamente relazionarsi e confrontarsi con la realtà e la pratica operativa. Ancor di più quando la formazione riguarda campi come quello dell’architettura dove la visione teorica e l’astrazione di modelli evolutivi trovano il vero e unico momento di verifica e riscontro esclusivamente nella sperimentazione pratica e nell’uso da parte degli utenti finali. Come scrive Fabrizio Schiaffonati “L’insegnamento e l’apprendimento dell’architettura non sono riconducibili a sussidiari di una didattica consolidata da una specifica pedagogia. Come invece per altre discipline che possono avvalersi di metodi a lungo provati e codificati. Un problema per tutte le discipline che assommano necessità di conoscenze tecniche e capacità inventive. Ma rispetto alla produzione artistica l’architettura non può agire con la stessa libertà, le componenti di necessità, funzionalità, economicità ne caratterizzano la natura, scostandola pertanto dall’atto puramente artistico pur non potendo prescindere dalla componente creativa. Paul Valéry in Eupalinos (1921) un secolo fa coglieva appieno questo doppio registro, nella dialettica intrinseca del progettare da cui si evince la capacità dell’architetto nel ricercare un equilibrio tra aspetti strutturali e sovrastrutturali, funzionali e iconici, dei manufatti sia architettonici che degli oggetti necessari alla sua funzionalità”.
Una riflessione che ben chiarisce le motivazioni che, un anno fa, ci hanno spinto ad accogliere con entusiasmo una proposta fatta dall’azienda veronese Agglotech. Questa azienda produce con contenuti e modalità innovative un materiale le cui origini rimandano all’epoca romana, il cosiddetto Terrazzo, conglomerato cementizio ottenuto con l’aggiunta di graniglie di varia natura, dal marmo allo stesso cemento, senza mai utilizzare resine o additivi inquinanti o non ecologici. Ne derivano grandi blocchi tridimensionali, le cui mescolanze di colori dei frammenti all’interno dell’impasto, descrivono filigrane che affiorano sulle superfici esterne variamente levigate. Blocchi che sembrano estratti da una cava virtuale e che normalmente vengono tagliati per produrre lastre e marmette di vario spessore o dimensione ma che, in realtà, possono anche essere considerati come elementi unitari in cui si nascondono opportunità infinite. Questa è stata proprio la sfida lanciata agli studenti: ricercare la vera natura del materiale per estrarne oggetti, elementi di attrezzamento urbano o domestico, rivestimenti e pavimentazioni innovative, finalizzati non solo a identificare nuove opportunità di utilizzo del materiale, ma ad impattare, migliorandola, sulla qualità degli spazi pubblici e domestici. Sono nati così 9 progetti che si sono confrontati con le questioni dell’appropriatezza, della sostenibilità ma anche della fattibilità poiché l’Azienda si era impegnata alla realizzazione dei prototipi delle proposte. I progetti e i relativi prototipi in scala reale sono poi stati poi presentati ed esposti presso i chiostri di San Marco ponendo quindi gli studenti su un palcoscenico unico e provante. Una sfida impegnativa per giovani in formazione che però ha prodotto una forte accelerazione nella crescita delle loro capacità e competenze. Operare in contesti in cui non vi sia una semplificazione della realtà, in cui il confronto si configura senza filtri, obbliga i giovani ad assumere importanti livelli di responsabilità rispetto alla reale qualità della proposta. Li spinge ad avere una visione e un controllo complessivo del processo e dei suoi possibili esiti non solo con riferimento agli aspetti tecnici ma anche e soprattutto culturali e metodologici. Il successo dell’iniziativa, ma soprattutto il riscontro più che positivo da parte degli studenti coinvolti, ha ancora una volta confermato la necessità di sviluppare nuove forme esperienziali tra l’università, il mondo imprenditoriale e professionale, ma anche le amministrazioni pubbliche e le comunità più in generale quali referenti in grado di indirizzare i processi in coerenza con le esigenze di una società i cui elementi di crisi rappresentano le priorità di azione per un progettista.

