UCTAT Newsletter n.86 – FEBBRAIO 2026
di Carlo Lolla
Fin da adolescente, la mia attenzione per Milano è stata catturata non tanto dalle sue piazze o dai suoi monumenti più celebri, quanto dagli ingressi dei suoi palazzi. Non è una bellezza effervescente come quella di Parigi né antica e solenne come quella di Roma: Milano è una città che si svela lentamente, attraverso dettagli nascosti, materiali ricercati, cortili e androni che raccontano la vita dei suoi abitanti e la storia della città. Qui la soglia non è solo passaggio: è esperienza estetica, teatrale e sociale.
Passeggiando tra le sue vie, ho osservato come la città sia al tempo stesso intima e magniloquente, raffinata e riservata. È curioso come una metropoli che ha esportato il suo design in tutto il mondo abbia, al contempo, mantenuto una discrezione quasi ossessiva nei confronti dei suoi ingressi. La loro bellezza è silenziosa, nascosta, pronta a rivelarsi solo a chi sa osservarla. Gli ingressi dei palazzi residenziali, veri tesori urbani, offrono allo sguardo non solo degli abitanti ma di chiunque voglia percepirne la ricchezza, il rigore formale e la delicatezza progettuale. Ogni portone, ogni androne, ogni atrio racconta una storia di stratificazione culturale, estetica e sociale.
La storia ci insegna che Milano ha convissuto a lungo con lo stereotipo della città “brutta”, apparente e deludente. Da Montaigne al Morigia, dai Grand Tour ai biografi italiani del Cinquecento e Seicento, l’occhio del forestiero rimaneva colpito dalla sobrietà esteriore, mentre gli interni dei palazzi raccontavano un altro mondo: “paradisi in terra”, come li descrivevano i cronisti. Le corti e gli androni, nascosti alla vista del pubblico, erano i veri luoghi di rappresentanza, dove si manifestavano il potere, il prestigio e le ambizioni dei proprietari. La massima popolare “bella dentro, brutta fuori” sintetizza perfettamente questa tensione tra apparenza e interiorità, tra pubblico e privato.
In questo senso, gli ingressi milanesi non sono solo architettura, ma fenomeni sociali e culturali. Essi incarnano una dialettica tra visibile e nascosto, tra scenografia e funzione: la soglia diventa il primo atto di una rappresentazione urbana, un palcoscenico in miniatura dove si misura lo statuto sociale, il gusto estetico e la capacità di coniugare arte e vita quotidiana.
Con il Novecento, questa tradizione si rinnova e si trasforma. La Ca’ Brutta di Giovanni Muzio, con le sue facciate sobrie e i suoi androni riccamente decorati, ne è esempio paradigmatico. La dialettica tra esterno austero e interno sontuoso diventa elemento di riflessione sulla percezione dello spazio, sulla teatralità architettonica e sul rapporto tra architettura e psicologia del visitatore. La sequenza del portone, del cortile e della scala interna crea un percorso coreografico, dove ogni dettaglio — dai marmi policromi ai mosaici, dai trompe-l’œil ai giochi prospettici — partecipa a una narrazione estetica complessa.
Questa attenzione alla soglia non è episodica: si manifesta in tutte le opere di Muzio e dei suoi contemporanei, da via Giuriati (1930) a Palazzo Bonaiti (1935-36). In questi progetti, il contrasto tra facciate minimaliste e interni elaborati non è solo decorativo, ma indica un approccio consapevole alla percezione dello spazio, alla costruzione della città e alla definizione della socialità urbana.
Negli anni ’20 e ’30, gli ingressi continuano a incarnare la tensione tra tradizione e innovazione. La borghesia industriale, principale committenza, mantiene la ricerca di comfort e decoro, mentre gli architetti sperimentano nuove tipologie spaziali: ingressi asimmetrici, percorsi obliqui, spazi ibridi tra interno ed esterno. Giò Ponti, Asnago & Vender, BBPR e altri trasformano l’androne in laboratorio estetico, dove materiali locali e collaborazioni industriali (Abet Laminati, Richard Ginori, Azucena) diventano parte integrante del progetto. La soglia si fa così luogo di sintesi tra architettura, arte e design, dove la funzione di passaggio si trasforma in esperienza emotiva e visiva.
Questa complessità si arricchisce di riferimenti interdisciplinari: la profondità dell’androne, la modulazione della luce, la prospettiva e la geometria delle superfici evocano non solo la storia architettonica milanese, ma anche teorie della percezione e concetti psicologici della soglia. L’esperienza del visitatore diventa un dialogo tra spazio reale, spazio percepito e dimensione simbolica.
A Milano, la soglia non è semplicemente confine tra interno ed esterno: è zona liminale, luogo di mediazione e di trasformazione. Gli ingressi, con la loro complessità spaziale e scenografica, rappresentano uno dei segreti meglio custoditi della città. Essi esibiscono un equilibrio tra impulsi opposti — tradizione e innovazione, sobrietà e ricchezza, interno ed esterno — creando esperienze uniche di movimento, visione e socialità.
Nei diversi stili che attraversano il Novecento — Liberty, Art Déco, Novecento, Razionalismo, Funzionalismo, Empirismo scandinavo, Organicismo, Brutalismo — gli ingressi milanesi si evolvono senza mai perdere la loro funzione simbolica e scenografica. Ogni soglia diventa laboratorio, palestra di innovazione e memoria culturale, punto di articolazione della città e dispositivo di mediazione tra individuo e spazio urbano.
Passando attraverso le successive fasi prebelliche dello stile Liberty, Art Déco, Novecento, razionalismo, funzionalismo Bauhaus e quelle postbelliche dell’empirismo scandinavo, organicismo e brutalismo, l’ingresso milanese ha subito un doppio processo di espansione ed estetizzazione. Questa complessa evoluzione presenta affascinanti problemi di sintesi e di mediazione, che a loro volta presuppongono l’eliminazione di certi concetti formali e spaziali e l’elaborazione più comprensiva di altri. Se sono stati sintetizzati linguaggi e codici contrastanti e rivali, a essere mediata è stata la dicotomia fondamentale fra interni architettonici e spazio urbano. Infatti, ciò che colpisce di più quando si cammina nella trama fitta di strade, parchi, piazze e palazzi milanesi è la varietà sorprendente di idiomi architettonici che si intersecano nella città, generando e, in ultima analisi, lasciando aperta la possibilità di molteplici letture. Gli ingressi giocano un ruolo decisivo come punti chiave di articolazione nella rete urbana.

