UCTAT Newsletter n.87 – Marzo 2026
di Fabrizio Schiaffonati
Parafrasando il Nobel Alexis Carrel potremmo dire “La Città Metropolitana questa sconosciuta”. In un periodo critico per il destino delle città, il problema di nuove modalità di governo della pianificazione urbanistica non sembra nelle corde di politici e amministratori. Tra due decenni la maggior parte della popolazione mondiale abiterà in città e megalopoli, ipotesi un tempo futuribile e fantascientifica che sta diventando realtà. Questioni al centro delle politiche insediative del Novecento, per far fronte alle condizioni demografiche e produttive del momento: quartieri di edilizia popolare, new towns, villes nouvelles, sono stata le risposte di differenti regimi politici, con un dibattito sempre vivo.
L’Italia non era da meno, con rinnovato vigore nel dopoguerra e negli anni sessanta con i governi di centro-sinistra. Un confronto che metteva in campo la proposta di una nuova legge urbanistica per calmierare la rendita e la pianificazione del territorio a scala sovracomunale, superando l’interpretazione restrittiva data alla legge del 1942 del Piano intercomunale con lo stesso dettaglio del Piano Regolatore comunale e senza possibilità di cogenza per infrastrutture e insediamenti insediamenti di rilevanza sovracomunale.
Gli anni sessanta sono stati quindi un periodo in cui le più importanti città si sono mosse per promuovere un coordinamento dei Piani dei comuni del loro hinterland. Esemplare Milano con il PIM, Piano Intercomunale Milanese, che consorziava 92 comuni. Alla base gli studi dell’ILSES, Istituto Lombardo di Studi Economici e Sociali, sulle dinamiche dell’area metropolitana. Rilevante, nel 1962, il Convegno di Stresa su La citta regione, come pure altre ricerche sulla pianificazione di area vasta, la riorganizzazione degli enti territoriali e il decentramento amministrativo comunale. Un percorso che porterà nel 1970 alla istituzione delle Regioni per la spinta in Lombardia del CRPE, Comitato Regionale per la Programmazione Economica, e di Piero Bassetti poi primo presidente.
Tempi di grandi aspettative dove la programmazione economica veniva vista in stretta coniugazione con quella territoriale, per un equilibrato sviluppo dopo la tumultuosa ricostruzione del dopoguerra e per superare le arretratezze del Meridione e delle aree depresse.
L’urbanistica quindi al centro, anche nelle Facoltà di Architettura dove la gran parte dei docenti e degli studenti ne sentivano la vocazione. Autorevoli urbanisti venivano incaricati della redazione dei Piani, si istituivano uffici tecnici, si promuovevano ricerche e analisi a supporto, in un confronto culturale e disciplinare che ha segnato un periodo riformatore. Numerose le leggi nei due decenni successivi, con Piani di edilizia residenziale pubblica, degli insediamenti produttivi, delle opere pubbliche. Norme e leggi coerenti bussola di quella fase, su cui ancor oggi si regge la contradditoria politica urbanistica a cavallo del secolo. Il tema del governo di realtà sovracomunali accumunate da omogeneità permane quindi centrale. Già negli anni sessanta le Province apparivano superate e se ne ipotizzava la soppressione. In quest’ottica la Regione Lombardia nella prima legislatura approvò l’istituzione dei Comprensori, di scala più ridotta rispetto alle Provincie. Una scelta affrettata che sollevava conflitti di competenze e che avrebbe dovuto inquadrarsi in una riforma organica degli enti locali, per cui venne ritirata a fronte di un referendum abrogativo.
Il tema della Città metropolitana si inquadra nel contesto di una dimensione strategica, come sono le esperienze e i modelli europei. Negli anni ottanta il governo Craxi si adoperò per portare a compimento una riforma in tale direzione, con l’intento anche di promuovere l’Unione di comuni di dimensioni non più conformi a una efficiente gestione dei servizi. Quando dal 1967 al 1970 lavorai al Piano della legge 167 dei 62 comuni del CIMEP, Consorzio Intercomunale Milanese di Edilizia Popolare presso il PIM, si citava il paradosso di Maccastorna con i suoi 210 abitanti. Oggi Maccastorna è ancora un comune con 70 abitanti.
Nonostante dibattiti e ricerche la legge sulla istituzione della Città metropolitana nel programma del governo Craxi non andò a buon fine, intrecciandosi anche con l’ennesimo rilancio della riforma della legge urbanistica del 1942. Una resistenza al cambiamento che trovò ostacoli in un coniugato disposto di veti politici e impliciti interessi immobiliari. Una china che avvierà una sorta di disarmo dell’urbanistica, al punto che è ormai invalsa l’opinione che l’urbanistica non serva più, affidandosi a capitali finanziari e operatori della nuova economia in grado di promuovere trasformazioni di rinnovo urbano e interventi sulle tante aree disponibili per la dismissione industriale.
Milano è in questa linea, incartata nel suo autocelebrato Modello che ha mostrato invece le sue crepe e da cui non sa come uscirne, con inchieste, cantieri bloccati, disuguaglianze e crescenti disagi. Nonostante ciò si continua nell’enfasi della sua internazionalizzazione dai palesi caratteri di sudditanza ai poteri economici con “Le mani sulla Città”. Citazione scontata ma che ben esprime una inquietante regressione.
Cosi il PGT, Piano del Governo del Territorio, è stato bistrattato con azzardate interpretazioni. La sua revisione avanzata nel 2025 come un ritorno a regole certe, dopo gli interventi della Magistratura, poi ridotta a qualche ritocco, lontana quindi dai problemi evidenziatisi e da un rinnovato rigore disciplinare. La Città metropolitana cenerentola, mentre dovrebbe essere l’orizzonte strategico di un territorio di comuni integrati per vocazione economica, infrastrutture, servizi e problematiche ambientali.
I processi insediativi di più d’un decennio mostrano il continuo paradossale addensamento d’ogni interstizio, la crescita in altezza senza rispetto della morfologia dei luoghi, palesi impatti ambientali. Dell’igiene edilizia d’orientamenti e riscontri d’aria, di equilibrate volumetrie, dei servizi di vicinato, sembra essersene persa traccia; con il mantra del green in vasi di facciata e coperture verdi tra gli sfoghi dei condizionatori per un clima tropicale, pannicelli senza cognizione di causa.
Ma la Città metropolitana, non par vero, esiste! La legge Dal Rio del 2014 ne ha istituite 10 istituite, sostituzione in quell’ambito le Province, col sindaco del Comune capoluogo pure sindaco della Città metropolitana. Un Superman in grado d’assommare le due incombenze, e con una nomina indiretta che non può far altro che aumentare la disaffezione dei cittadini. Una legge affrettata, che anche a detta dei suoi estensori avrebbe dovuto essere modificata, come però non è avvenuto a distanza di più di un decennio. Nuova legge urbanistica, testo unico dell’edilizia, legge nazionale sul consumo di suolo, rimangono anche loro nel limbo, in un Paese col bisogno di cambiare ma dove invece ciò non sembra possibile.
Basterebbe fare qualche viaggio all’estero e prenderne atto. Ma è “Il Paese della politica”, come ammoniva Goffredo Parise in L’eleganza è frigida, in una accezione sempre più lontana del pragmatismo della realtà in una nuvola ideologica.
Ma dalla Citta metropolitana è indispensabile e urgente ripartire, per cercare di cambiare modalità di governo del territorio non in grado di dare risposte a un problematico futuro.
