UCTAT Newsletter n.92 – settembre 2026
di Paolo Aina
La città è indomabile.
Si mostra dalle sue origini come lotta tra gli interessi soggettivi e quelli collettivi. Ci si va per essere liberi, ci si va per diventare un “uomo della folla” e agire sconosciuti nella moltitudine e nella giungla artificiale e ci si ritrova sottoposti e ammanettati a regole e norme sempre più stringenti e incomprensibili ma che si ha l’impressione valgano in modo diverso secondo chi agisce.
Sono nella cronaca i grattacieli nei cortili che probabilmente lì resteranno e gli ordini di demolizione per le verande sui balconi, queste sì che aumentano SU, SLP e poi, perbacco, rovinano l’armonia, l’ordine e l’uniformità di quelle meravigliose facciate.
Da architetto ho sempre schifato i condoni edilizi fino a quando un giorno mi sono chiesto perché fossero così numerose le richieste. La prima risposta che mi diedi fu: <<Non si vogliono pagare i professionisti>> ma poi mi parve riduttiva e mi venne in mente che dovrebbe valere la regola latina “de minimis non curat praetor” e invece le nostre città si impuntano tignosamente sullo spostamento di una parete o di una finestra, sulla chiusura di un balcone e su altre piccolezze per poi non vedere che sul bordo di una cava sono cresciuti 12 piani.
In realtà non c’è nulla di meno democratico dell’urbanistica che, alla sua nascita, passava come razionalizzazione degli spazi e nascondeva gli interessi economici. Oggi le cose sono più chiare e svelano che le destinazioni spaziali configurano gli interessi economici e rientrano nell’ambito degli “instrumenta regni” per controllare e selezionare gli abitanti. Con la modernità gli “instrumenta” sono diventati più sofisticati: non si allargano più le strade per impedire le barricate ma per favorire lo scorrimento del traffico, gli edifici più raffinati si raggruppano nel centro città o nei pressi di qualche luogo da dove è stata trasferita una importante funzione pubblica.
Di solito si prevede la partecipazione dei cittadini per raccoglierne le esigenze perché poi se ne tenga conto. Ho avuto esperienza di queste cose nella call per lo scalo Farini: grandi tavoli, architetti famosi (ero nel gruppo gestito da Benedetta Tagliabue) che ci chiese di esporre le nostre idee progettuali, lì per lì, senza nessuna informazione fu allora che mi apparve chiaramente l’inutilità e l’ipocrisia di una partecipazione democratica(?) alla riunione e nello stesso tempo colsi lo sbotto di rabbia di Emilio Battisti che ne aveva colto immediatamente l’inefficacia e la doppiezza.
Negli anni ’70 G. De Carlo organizzò la partecipazione dei lavoratori della Terni Acciaierie nell’elaborazione del progetto del Quartiere Matteotti per recepirne le esigenze l’esperienza si svolse dal 1969 al 1975 e non, come nella nostra città, nell’espace d’un matin dopo di che senza nessuna bellezza muore o per lo meno non se ne ha più notizia. In effetti la partecipazione democratica alle decisioni sull’uso dello spazio richiede molto tempo, pazienza e empatia cose che nella nostra città scarseggiano. All’esame “popolare” non vengono portate delle possibilità ma qualche decisione che si tenta di far passare come la migliore.
A questo proposito vi annoierò con un altro ricordo: mille e mille anni fa facevo parte della Commissione edilizia della (allora) Zona 1. Eravamo addetti all’esame delle pratiche edilizie che interessavano la zona e che arrivavano dalla Commissione edilizia centrale. A volte eravamo d’accordo, a volte obbiettavamo qualcosa e a volte eravamo in completo disaccordo. Redigevamo verbali con le nostre argomentazioni e le inviavamo, orgogliosi delle nostre strologazioni. Non successe mai che venissero prese in considerazione, forse ci eravamo scordati del “Domine non sum dignus”.
In realtà nessun potere ama essere sminuito o controllato meno che mai da qualcuno o qualcosa che abbia un potere minore del suo. Banalmente il potere, chiunque e qualunque sia, si esercita su coloro che sono troppo deboli per potervisi opporre. Il “pensiero calcolante” pervade il potere e la città cresce e si espande attraverso questa modalità, gli edifici rispondono solo per il loro possibile valore economico sia di vendita a terzi sia come asset da inserire nei bilanci. Questo approccio ha influenza anche sulla forma che caratterizza i nuovi edifici che rispondono, da una parte a un’astratta e autoreferenziale visione dell’architettura e dall’altra alla serialità della produzione industriale.
Il distacco delle nuove costruzioni dal corpo della città e l’indifferenza al luogo dove sorgono illustra anche l’equivalenza universale del denaro e la sua possibilità univoca in ogni luogo, purché la pressione fiscale non prema troppo. I grattacieli spuntati più o meno lecitamente qua e là ne sono l’esempio; a questo proposito non riesco a scordare quel pezzo di R. Carosone che dal 1956 recita così:
Tu vuo’ fa’ l’american’
‘Mericano, ‘mericano
Sient’a mme chi t’ ‘o ffa fa
Tu vuoi vivere alla moda
Ma se bevi whisky and soda
Po’ te siente ‘e disturbà
Ma veniamo al risveglio dei Municipi che hanno maggioranze analoghe a quella della Giunta in carica e di cui parlano le pagine de Il Corriere della Sera. Quale Principe li ha baciati? Sono successe tante cose negli anni scorsi di cui non paiono essersi accorti: la vendita dello stadio, la vendita degli scali ferroviari, la demolizione delle alberature, l’aumento dei costi delle case, l’espulsione dei ceti medi, l’invasione degli spazi pubblici da parte dei privati…
Ma il Principe è una Principessa: si tratta dell’elezione del nuovo Sindaco e della nuova Giunta l’anno prossimo. Tutti dicono che ci vuole “un cambio di passo” e questo bacio fa sì che improvvisamente il popolo dei Municipi “…repente si desta/intende l’orecchio, solleva la testa” per essere riconfermato e restare lì dove si trova.

