La scena urbana

UCTAT Newsletter n.88 – aprile 2026

di Marino Ferrari

Gentile Fabrizio, riconosco che il “tema” che proponi, evinto da un’analisi su un edificio in viale Umbria in angolo a via Comelico, ha una certa fascinazione (spero di dire giusto): “la scena urbana”.

La scena propone sempre e comunque, un allestimento, la presenza di attori e in particolare di astanti pronti ad applaudire gioendo o diversamente rattristandosi. La città, l’urbe, è una scena perché noi desideriamo che essa lo sia, a meno di interpretarla sospinti dalle sollecitazioni, sole ma forti, che reagiscono a tutto ciò che in essa accade. Se così fosse dovremmo assistere non tanto alle modificazioni del paesaggio urbano (sul quale come immagini non mi intrattengo) ma alle reazioni collettive degli spettatori che partecipano in qualità di attori. Se fossi bravo andrei a prendere una tragedia greca, tanto per dare corpo colorato al mio pensiero. Una caratteristica della scena risiede nella osservazione, come si capisce dallo scritto dell’amico; aggiungo, osservare, notare ed annotare. Appunto, osservare ma con occhi critici o limitarsi alla natura ottica dei nostri occhi? Notare, ovvero osservare con gli occhiali critici, predisposti a quella determinata osservazione, aggiungo. Vero è che ognuno osserva il paesaggio inficiato da una molteplicità di stimoli esterni siano essi naturali o indotti per cui l’osservazione si riduce semplicemente ad uno sguardo istintivo; oggi lo sguardo viene supportato dalla fotografia telefonica e dunque surclassando un fondamentale passaggio sconfortante della Fotografia come conosciuta sino a qualche tempo addietro. Orbene la scena urbana dovrebbe ricondurci alla osservazione individuale, almeno per coloro che, educati scolasticamente ma anche culturalmente, si lasciano coinvolgere dai sentimenti impropri, non consueti; ma ti pare che il cittadino (urbana homo) annichilito dal frastuono cittadino, dalla inarrestabile sequenza di mutazioni materiali, si soffermi ad assistere scientemente alla scena urbana? Povero essere metropolitano!

L’osservazione va detto è una componente delle manifestazioni dell’arte, credo proprio sia un’arte; così come per costruire occorre munirsi di una specifica arte. I cambiamenti che appaiono alla osservazione sono fatti materiali che portano con sé tutto ciò che caratterizza la loro sostanza, come osservare il crescendo di un cantiere, la movimentazione dei materiali, l’utilizzo dei sistemi costruttivi. E non è da tutti, ovviamente, neppure, sotto alcuni aspetti per chi sta producendo quel cambiamento. Non so se nella Confederazione Elvetica si usi ancora abbozzare lo spazio che verrà occupato da un nuovo intervento con assiti all’uopo predisposti, ma se così fosse mi sembra ancora un ottimo sistema: partecipativo, certamente per i vicini ma per coloro tutti che vivono in quel contesto e dunque abituati a percorrerlo e praticarlo. Purtroppo, non ho in corso una realizzazione con la quale rendere più viva la mia considerazione, ma è risaputo che i miei modestissimi interventi sulla NL hanno coinvolto complessivamente l’urbanesimo e i suoi aspetti critici; avrei nulla da aggiungere se non un aspetto squisitamente esteriore nella scena metropolitana. Oltre i volumi della “materia”, la sua conformazione oggettiva e le collocazioni nell’ambito del territorio secondo presunti criteri urbanistici (dei quali ho già detto) e corrispondenti a precise esigenze di mercato (anche qui tralascio), lontane dalle risposte ai bisogni dei cittadini ma anche semplicemente culturali (dove la cultura non produce essendo un processo),orbene mi sento sollecitare a suggerire, giacché i miei strumenti e le mie volontà si stanno esaurendo, una osservazione (per me fondamentale se non unica) che colga tutte le trasformazioni urbane alla luce delle semplici merci: sì, produzione e vendita delle merci. Valutare le loro forme, le relazioni, le attenzioni ai presupposti promozionali, etc. L’equilibrio? Come si determina l’equilibrio, caro Fabrizio, se non è chiaro il motore dello squilibrio (sarebbe bello definirlo Kaos), forse chiedendone ragione prima a coloro che creano le “forme” e di seguito a coloro che le “vivono”; potrebbe esserci una ragione se la bellezza fosse solo una percezione e pure la qualità una corrispondenza pubblicitaria, non trovi?

Simmetria, curve, modulazioni, asimmetrie, proprio i presupposti interpretativi del disordine e quando questo si concretizza non ci rimane che contemplare il colore di una facciata, la posizione di una finestra ricordandoci che nelle pubblicità la finestra viene considerata un feticcio e quindi giustamente da accarezzare (ciò che faccio con il mio cane, ma almeno con lui dialogo). E sulle facciate mi sovviene una bella tesi di laurea di tre studentesse, le quali hanno affrontato il linguaggio delle facciate dal tempio greco alle curtain wall, con il ruolo delle bucature, la loro collocazione secondo criteri di funzionalità e di corrispondenza formale. Ad oggi le regole urbane definiscono le dimensioni degli edifici sia pure con le sciagurate deroghe che ci allontanano con una certa determinazione da ogni sacrificio intellettuale; ciononostante i progettisti tentano un divertimento squisitamente formale con la compiacenza degli organi di controllo; prevale l’immagine commerciale e speculativa, si sa. Una apertura vetrata posta accanto ad una folta vegetazione è corretto che rispetti i famosi rapporti aeroilluminanti? O l’immagine commerciale prevale sulla correttezza sia urbanistica che costruttiva? E che cosa sarà mai la correttezza architettonica confusa con la mappatura degli alloggi minimi (tanto varrebbe un bel campeggio) dove si enuncia il rapporto preciso tra qualità economica (qualità del profitto) e qualità commerciale (accattivante per gli acquirenti).

Quanti spunti di osservazione della scena urbana: ciascuno si porta appresso i codici della sua genesi.

“Fuori scala”, foto di INVICEM