L’architettura è anche lo spazio “tra” gli edifici

UCTAT Newsletter n.90 – giugno 2026

di Roberto Bolici

Lo spazio pubblico come patrimonio dinamico tra memoria, rigenerazione e qualità urbana

Quando si parla di patrimonio dell’architettura, il pensiero corre immediatamente ai monumenti, ai palazzi storici, alle architetture che il tempo ha consegnato alla memoria collettiva. È una visione corretta, ma oggi forse non più sufficiente.

Il patrimonio della città non è fatto soltanto di edifici. È costituito anche dagli spazi che li mettono in relazione, tra cui piazze, strade, giardini, cortili, percorsi pedonali, luoghi di incontro e tanti altri. È in questi spazi che la città prende forma come esperienza quotidiana e che il patrimonio architettonico acquista significato.

Per lungo tempo lo spazio pubblico è stato considerato come un semplice complemento dell’edificato, una sorta di sfondo neutro delle architetture. L’attenzione si è concentrata prevalentemente sugli edifici, sulla loro qualità formale, sul valore storico o sulle funzioni che ospitavano, mentre strade, piazze, giardini e luoghi di relazione venivano spesso interpretati come spazi residuali, destinati principalmente alla circolazione, alla sosta o alla separazione tra i manufatti. In questa visione, il patrimonio architettonico coincideva quasi esclusivamente con gli oggetti costruiti.

Eppure, la storia delle città dimostra che il valore di un’architettura non dipende soltanto dalle sue caratteristiche intrinseche, ma anche dal sistema di relazioni che essa instaura con il contesto urbano.

Le piazze rinascimentali, i boulevard della città moderna e i lungofiumi restituiti alla fruizione pubblica testimoniano come il patrimonio urbano non sia composto soltanto dagli edifici. Anche gli spazi aperti, infatti, contribuiscono a costruire l’identità della città, poiché danno forma alle relazioni sociali, alla vita quotidiana e al senso di appartenenza delle comunità.

Gli esempi nella storia urbana europea sono numerosi. Già nel Quattrocento, in Italia, la realizzazione di Piazza Pio II a Pienza rappresentò uno dei più significativi tentativi di tradurre in forma urbana l’ideale rinascimentale di armonia tra architettura e vita civile. La piazza, progettata attorno alla cattedrale e ai principali edifici pubblici, non era concepita come un semplice spazio vuoto, ma come il cuore della città, il luogo nel quale si organizzavano le relazioni tra istituzioni, comunità e spazio costruito.

Alcuni secoli più tardi, nel corso dell’Ottocento, i grandi boulevard parigini ridefinirono il volto della metropoli moderna, trasformando la strada da semplice infrastruttura di attraversamento a spazio di rappresentazione, incontro e vita urbana. La qualità della città non veniva più misurata soltanto attraverso i suoi edifici monumentali, ma anche attraverso la capacità degli spazi pubblici di accogliere e organizzare la vita collettiva.

Più recentemente, la riqualificazione dei lungofiumi in molte città europee ha dimostrato come la restituzione degli spazi aperti ai cittadini possa generare nuove forme di identità urbana e di appartenenza. Emblematico è il caso di Madrid Río, dove la copertura di un’importante arteria stradale lungo il fiume Manzanarre ha consentito la realizzazione di un grande parco lineare pubblico, restituendo continuità tra quartieri precedentemente separati e trasformando un margine urbano frammentato in uno dei principali luoghi di incontro, svago e vita collettiva della capitale spagnola.

Pur appartenendo a epoche e contesti differenti, tutte queste esperienze dimostrano che il valore patrimoniale di un luogo non risiede esclusivamente negli edifici che lo caratterizzano, ma nella capacità dello spazio pubblico di generare relazioni, favorire l’incontro e costruire nel tempo un senso condiviso di identità e appartenenza.

Le trasformazioni urbane degli ultimi decenni hanno però mostrato quanto questa visione sia limitata.

Non sorprende che proprio a partire dagli anni Sessanta alcuni urbanisti abbiano iniziato a mettere in discussione un modello di sviluppo urbano troppo concentrato sugli edifici e sulle infrastrutture per l’automobile. Tra questi, Jan Gehl, tra i maggiori studiosi dello spazio pubblico contemporaneo, sintetizzò il problema con una frase divenuta celebre: «Prima la vita delle persone, poi gli spazi pubblici, infine gli edifici; il contrario non funziona mai». Nel suo libro Life Between Buildings: Using Public Space, del 2011, Gehl sosteneva che la qualità della città doveva essere misurata non tanto dalla monumentalità delle sue architetture quanto dalla capacità degli spazi pubblici di accogliere la vita quotidiana delle persone. Le trasformazioni avviate a Copenaghen, con la progressiva riduzione del traffico automobilistico e la restituzione di strade e piazze ai cittadini, hanno contribuito a diffondere una nuova cultura urbana che ancora oggi ispira molte delle esperienze europee più innovative.

Le questioni ambientali, il cambiamento climatico, l’invecchiamento della popolazione, le nuove forme di fragilità sociale e la crescente domanda di sicurezza hanno riportato al centro dell’attenzione proprio quei luoghi che stanno “tra” gli edifici. È infatti nello spazio pubblico che si manifestano più chiaramente le disuguaglianze urbane, ma è anche nello spazio pubblico che possono essere costruite nuove condizioni di inclusione, benessere e convivenza.

Oggi appare sempre più evidente che la qualità di una città non dipende soltanto dal valore dei suoi manufatti, ma anche dalla qualità degli spazi collettivi che li connettono. Una piazza ben progettata, un parco accessibile, una strada sicura e piacevole da percorrere possono incidere sulla qualità della vita tanto quanto un edificio di pregio.

Considerato in questa prospettiva, lo spazio pubblico non è soltanto il contesto nel quale si collocano gli edifici, ma un “patrimonio dinamico” a tutti gli effetti. Il suo valore non risiede esclusivamente nella forma o nella memoria che conserva, bensì nella capacità di evolvere nel tempo, contribuendo alla qualità della vita urbana, alla coesione sociale e alla resilienza delle città.

Molte delle più interessanti esperienze europee di rigenerazione urbana si muovono proprio in questa direzione, dimostrando come il patrimonio della città non sia qualcosa di immobile da conservare passivamente, ma una risorsa viva da reinterpretare alla luce delle sfide contemporanee.

A Barcellona, il programma delle Superilles (superisolati) ha progressivamente sottratto spazio alle automobili per restituirlo ai cittadini. Strade un tempo dominate dal traffico sono diventate luoghi di incontro, gioco, socialità e commercio di prossimità. Non si è trattato soltanto di una diversa organizzazione della mobilità, ma di una nuova concezione dello spazio pubblico come infrastruttura della vita quotidiana e della qualità urbana, capace di favorire anche una maggiore percezione di sicurezza attraverso la presenza continua delle persone nello spazio pubblico.

A Rotterdam, città da sempre impegnata nella gestione del rapporto con l’acqua, alcune piazze sono state progettate per svolgere una doppia funzione, in condizioni ordinarie ospitano attività sportive, ricreative e sociali, mentre durante eventi meteorologici intensi si trasformano temporaneamente in bacini di raccolta delle acque piovane. In questo modo un’infrastruttura tecnica diventa anche uno spazio di relazione e un elemento identitario del quartiere, dimostrando come le esigenze della resilienza climatica possano generare nuovi valori urbani anziché semplici opere di difesa.

A Parigi, invece, il programma Oasis ha promosso la trasformazione di numerosi cortili scolastici in spazi verdi, permeabili e ombreggiati. Questi luoghi, progettati per migliorare il comfort ambientale e contrastare gli effetti delle isole di calore urbane, vengono spesso aperti alla cittadinanza al di fuori dell’orario scolastico, ampliando la rete degli spazi pubblici disponibili nei quartieri più densamente edificati. Il cortile scolastico cessa così di essere uno spazio chiuso e specialistico per diventare una piccola infrastruttura civica a servizio della comunità.

Pur nella diversità dei contesti e delle soluzioni adottate, queste esperienze condividono una medesima visione, lo spazio pubblico non è considerato un semplice “vuoto” tra gli edifici, ma una componente essenziale del patrimonio urbano, capace di rispondere contemporaneamente a esigenze ambientali, sociali e culturali. In tutti questi casi, la rigenerazione non si limita a migliorare la qualità fisica dei luoghi, ma contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza, la coesione sociale e l’identità stessa della città. Proprio per questo tali interventi rappresentano un riferimento importante per ripensare il patrimonio dell’architettura non solo come eredità del passato, ma anche come progetto per il futuro.

Ciò che accomuna queste esperienze è che il patrimonio urbano non viene semplicemente tutelato o recuperato, ma reinterpretato per rispondere alle sfide contemporanee, mantenendo e rafforzando il proprio valore collettivo.

Questa prospettiva suggerisce anche una riflessione sul ruolo delle politiche urbane. Piani, regolamenti, procedure autorizzative e programmi di valorizzazione immobiliare non dovrebbero essere valutati soltanto in termini economici o amministrativi. Dovrebbero essere giudicati anche per la loro capacità di generare spazi pubblici accessibili, inclusivi, sicuri e ambientalmente sostenibili, capaci di offrire pari opportunità di utilizzo e di partecipazione alla vita urbana.

Forse è proprio qui che si misura oggi la qualità dello spazio pubblico come “patrimonio dinamico”, non solo nella conservazione di ciò che abbiamo ereditato, ma nella capacità di trasformarlo senza smarrirne il valore civile, ossia la sua funzione di bene collettivo, luogo di incontro e strumento di costruzione della vita comunitaria.

Verde condominiale a Santa Giulia, foto di INVICEM