L’edificio e la città

UCTAT Newsletter n.88 – aprile 2026

di Fabrizio Schiaffonati

La narrazione della città è stata caratterizzata da una gerarchia degli edifici e dei manufatti. L’aspetto monumentale e simbolico era la chiave di lettura preminente, con le altre opere in secondo o terz’ordine viste come temporanee.

Una distinzione idealistica tra architettura ed edilizia, come teorizzato da Benedetto Croce. Se ben ricordo anche Guido Canella, pur così attento alla dimensione magmatica della città, parlava di “Invarianti” rispetto alla contingenza di tutto il resto.

Questo modo di vedere e pensare è andato di recente rapidamente mutando. Non mi dilungo sulle ragioni, ma certamente l’architettura è entrata in ciclo di vita ben diverso da quelli del passato. Non solo dell’uso ma anche per la durata della costruzione. Una accelerazione che incalza i tempi di realizzazione e di esercizio degli edifici, per il mutare dei consumi, dei costumi, degli stili di vita. Le analisi si sprecano e molti finiscono per accomodarvisi pensando che la sua effimerità possa essere un valore del continuo cambiamento. Quindi iconica come un messaggio pubblicitario. Una palese contraddizione con l’auspicata e sbandierata sostenibilità ambientale di edifici certificati oro o argento, dimenticando la criticità del ciclo complessivo della produzione edilizia che utilizza e consuma molti altri beni.

Il discorso è quindi più complesso per chi non voglia trastullarsi la visione dell’urbanistica e dell’architettura delle vulgate propagandistiche del Real Estate.

Coi piedi per terra, tra tante contraddizioni, non rimane che la realtà di un processo continuo di trasformazione del territorio e della città, con cui misurarsi con consapevolezza. Una miriade di interventi, perlopiù di contenute dimensioni, complessivamente con un peso rilevantissimo sulla forma e l’ambiente.

Sarebbe quindi auspicabile per questa galassia una maggiore attenzione per innalzarne la qualità, e di cui invece quasi non ci accorgiamo col naso all’insù a scrutare storti grattacieli. La Torre di Babele sembra non avere insegnato niente.

La città si trasforma, è stato più volte detto, come un organismo, cresce, si ammala, guarisce, invecchia, deperisce. Lewis Mumford ammoniva che senza una coscienza umanistica il tragitto è segnato: città-megalopoli-necropoli.

Ecco allora l’importanza che ogni tassello può avere, come il dito del fanciullo della favola olandese che chiude la falla della diga scongiurando la catastrofe. Una metafora, detta in altro modo, d’un mosaico che deve comporre armoniosamente tutte le sue tessere.

Un problema quindi che dovrebbe comportare l’attenzione già nella fase preliminare dei progetti portandoli alla conoscenza della popolazione, non in termini meramente burocratici con la possibilità d’accesso agli atti, ma di una loro presentazione, in particolare nei luoghi decentrati come i Municipi. Senza allungarne l’iter d’approvazione, ma con l’intento anche di prevenire critiche e contenziosi, a interventi avviati, da parte dei cittadini, come oggi frequentemente capita.

Mi rendo conto che nel gorgo burocratico in cui siamo risucchiati questa proposta potrebbe apparire non così semplice da mettere in pratica e si potrebbe rispondere che le pratiche edilizie già prevendono un passaggio nei Municipi; ma il nodo sta nel far sì che tutto ciò non sia un puro atto formale ma un momento di informazione allargata. Una presentazione dove il progettista abbia modo di spiegare le sue scelte, rispondere a quesiti e tener conto anche di eventuali osservazioni. Uno spirito partecipativo di condivisione, per un allargamento della cultura urbanistica e architettonica. Per altro passato Chiasso, e non solo, questo clima da tempo è presente e non a caso l’architettura svizzera è largamente apprezzata.

Si può aggiungere, nello spirito di una “democrazia deliberativa”, come qualche anno fa l’Europa invitava i Paesi ad operare.

Negli anni Ottanta la Commissione edilizia di Milano, di concerto con la Commissione scientifica, investita nel ruolo di far proposte di revisione del regolamento edilizio e di come innalzare la qualità degli interventi, promosse una pubblicazione annuale coi progetti valutati particolarmente meritevoli, non di grandi opere già pubblicizzate ma di opere minori con qualità e attenzione al contesto.

La Commissione scientifica presieduta di Gio Vercelloni, un intellettuale con una visione ante litteram della questione ambientale e delle nuove problematiche dell’edilizia, promosse di concerto con quella edilizia due convegni: uno sulla riforma del regolamento edilizio; l’altro sul ruolo del decentramento amministrativo, allora le 22  Zone, nel processo autorizzativo per il rilascio delle licenze edilizie. Era appena uscito Le otto Italie di Giampaolo Fabris a cui Vercelloni faceva riferimento, uno spaccato su quanto andava accadendo senza il taglio moralistico di chi additava “la Milano da bere”, ma con l’acume dell’inchiesta del sociologo senza pregiudizi ideologici. Così era anche Vercelloni. I due convegni videro la presenza di molte persone, di professionisti e tecnici comunali.

La Commissione edilizia aveva anche predisposto un documento sull’arredo urbano, con l’intento di salvaguardare l’identità dei diversi contesti urbani. La proposta fu presentata in commissione urbanistica alla presenza del sindaco Pillitteri. Un progetto, definito nei suoi obbiettivi e per quali categorie di opere, quarant’anni prima dei Nuclei d’Identità Locale, i NIL, identificati nel vigente Piano del Governo del Territorio senza che ne sia conseguita una qualche significativa azione. Sempre che non si pensi che colorare i marciapiedi significhi valorizzare l’identità locale.

La Commissione edilizia, inoltre, era disponibile a conferimenti, come vengono chiamati gli incontri coi progettisti, richiesti dai progettisti o dalla Commissione stessa per avere chiarimenti e spiegare le proprie perplessità, con uno spirito dialogante e non di censura. Questi incontri non erano mai occasione di scontro, ma di un aperto confronto che portava a miglioramenti del progetto. Anche la procedura, che poteva essere richiesta dal progettista, di un parere preventivo all’inoltro della richiesta di licenza edilizia, era ben accetta.

Fu proprio quella Commissione edilizia che indicò di evidenziare la “contestualizzazione” dell’opera, nella relazione di presentazione e con anche eventuali elaborati per rendere chiaro il suo inserimento nel contesto urbano. Criterio oggi spesso acquisito solo a parole, se non stravolto nelle tante contestate vicende per l’insofferenza di norme e vincoli visti come un ostacolo alla libertà creativa e agli interessi economici, invece che necessarie per contemperare diversificate aspettative, non ultime quelle dei cittadini. Alcuni architetti, poi, incapaci di “trasformare i vincoli in opportunità”, come diceva un maestro come Roberto Gabetti.

Allora l’assessore presiedeva la Commissione edilizia, le pratiche arrivavano in Commissione con una trattazione esaustiva degli uffici senza margini interpretativi su aspetti che riguardassero l’ammissibilità urbanistica. Rari quindi i casi in cui gli uffici chiedessero un parere preventivo, e pertanto la Commissione era investita del suo ruolo proprio e non di supplenza di scelte che appartengono alla politica della amministrazione.

Con gli anni Novanta, nonostante la volontà con due leggi di riformare l’ordinamento delle autonomie locali e i procedimenti amministrativi, per meglio chiarire ruoli e responsabilità e agevolare l’accesso agi atti nel principio di trasparenza, il processo si è bruscamente interrotto. Le inchieste giudiziarie hanno finito per travolgere partiti, mettendo sotto inchiesta la gestione di molti enti e amministrazioni. È iniziato quindi un farraginoso percorso di provvedimenti congiunturali, frammentari e contradditori, talvolta in buona fede altre per artati interessi, che hanno portato in un ginepraio da cui è difficile districarsi.

Questioni che nella newsletter di UCTAT sono state più volte analizzate, non tanto con un intento giuridico e di diritto amministrativo, ma con finalità disciplinari dell’urbanistica e dell’architettura che dovrebbero basarsi su una visione di come si organizza razionalmente lo spazio del territorio, della città, delle infrastrutture e degli edifici. Una priorità sociale e culturale, di cui poi dovrebbe farsi carico la politica per tradurla in leggi e norme adeguate a metterla in atto. Oggi sembra invece di assistere a un ribaltamento, con la politica che si muove confusamente, e molti urbanisti e architetti a seguirne subalternamene l’onda.

Anche questa newsletter, “L’edificio e la città”, ribatte il chiodo su un tema tutt’altro che marginale. Uno sguardo ravvicinato per una lettura critica. Non un presuntuoso giudizio, ma una attenta osservazione come dovrebbe essere di una lezione di architettura.