UCTAT Newsletter n.56 – maggio 2023
di Paolo Aina
Di cosa parliamo quando parliamo di architettura?
Probabilmente, come Romeo dice a Mercuzio, parliamo di niente.
Ma il “niente” che ci affascina è tutto ciò che contribuisce alla costruzione del mondo fisico: case, palazzi, strade, piazze, parchi, giardini, alberi, prati, campi, vigne, filari, muri a secco…
In Europa tutto è costruito è da qui che nasce l’insoddisfazione verso l’architettura, perché ne vediamo gli esiti e quelli non ci comunicano né gioia né felicità.
Sentimenti di sicuro vaghi ma chiunque viva ne ha provato gli effetti, ne ricorda i momenti e lo spazio dove si sono manifestati.
Non spazi vaghi, non indefiniti ma spazi riparati e ben delineati; spazi neutrali, spazi in cui la presenza dei nostri sentimenti non era soggetta allo stupore e alla soggezione di costruzioni incombenti.
Se un tempo le costruzioni importanti, le architetture, magnificavano i poteri divini e del sangue con il loro fondamento nelle sfere celesti ora solo la ricchezza determina la costruzione che non avendo fondamenti al di fuori di sé può solo contare su acrobazie strutturali e tecniche che per stupirci generano uno spazio annichilente in cui transitare senza fermarsi, dove lo Zefiro si trasforma in Borea per l’accumulo del calore solare su un lato e la diminuzione dello stesso dall’altro.
Il selvaggio si insinua e allontanarlo richiede molta energia.
Il consumo forsennato di energia genera un benessere che alla lunga si trasforma nel malessere generale come conseguenza del cambiamento climatico, a questo problema si cerca di far fronte con la richiesta di una piantumazione intensiva che però pare non essere all’altezza del compito.
In Italia la superficie boschiva è aumentata di quasi il 20% nell’ultimo decennio.
Più verde, più verde è la richiesta che gli abitanti della città pongono con maggiore insistenza, ma a quale verde pensano?
Quel verde credo sia quello dei parchi e dei giardini, un verde addomesticato, un verde del tutto artificiale.
Non è certo la foresta che vede Marlowe mentre sulla nave va alla ricerca di Kurtz in Congo “laggiù ci si trovava alla presenza di qualcosa di mostruoso e libero”.
In realtà la Natura è mostruosa, pericolosa e infida. Le città sono state costruite appunto per tenerla lontana, per regolarla e renderla piacevole alla nostra vita.
Ora nel nuovo approccio alla progettazione degli spazi verdi si tende ad un approccio di naturalizzazione lasciando spazio alle piante spontanee e alla flora autoctona che si sviluppa da sola dopo l’avvio indotto.
La costruzione del verde e il paesaggio non sono frutto di una natura libera, sono il frutto del lavoro pesante e continuo applicato alla superficie terrestre: il bosco richiede manutenzione, così come le balze sostenute dai muretti a secco; in assenza del lavoro umano il selvatico presto ha la meglio.
Così come per formare un giardino occorre sapienza, una sapienza che per sua specificità è l’evocazione del giardino primigenio, dello spazio dove abitano le Ninfe e dove gli alberi, i prati e i cespugli sono disposti con una grazia che ci rappacifica.

