Lo spazio accogliente

UCTAT Newsletter n.63 – GENNAIO 2024

di Paolo Aina

Che cos’è lo spazio accogliente?

A cosa serve?

Cercare di rispondere a queste domande mi fa sentire nello stato d’animo di quando si cammina su una strada sterrata verso un posto sperduto.

La direzione non è indicata, non c’è campo, le indicazioni del navigatore e del GPS sono vaghe, le mappe sono scolorite e imprecise o come nei film di Indiana Jones della mappa non resta che un frammento.

So che cosa è, o meglio so che in alcune occasioni, in alcuni spazi mi sono trovato bene, mi sono sentito in qualche modo a casa. In un luogo scevro di pericoli e aspettative, non avevo nulla da capire se non il piacere di stare lì.

Riandando con la memoria ad immagini di stanze, di vie, di piazze, di giardini e di parchi mi accorgo che spesso questi luoghi hanno una qualche cifra di anonimato o meglio sono spazi di non rappresentanza in cui una poltrona sconosciuta e morbida è lì pronta a farmi sedere, i muri non sono così lisci e i colori delle pareti sono di una fantasia che mi piace.

Una via dove è facile camminare e dove posso pensare di fermarmi a guardare la vetrina di un negozio o dove parlare con chi mi accompagna non richiede di alzare la voce per superare il rumore del traffico.

Qualche città dove lo spazio vuoto di una piazza non ha il precipuo scopo di esaltare le costruzioni che lo delimitano ma si pone solo come sosta, riparo e riposo del camminare lungo la via che  mi ha portato lì.

Dei giardini con una bella recinzione dove un cancello aperto invita ad entrare, dove lo specchio d’acqua che di giorno pare essere stato messo proprio lì a caso è invece stato progettato nella posizione adatta a riflettere di notte la luce della Luna.

Colgo nei parchi l’accoglienza che generano le viste in cui posso spingere lo sguardo e immaginare un infinito dietro una siepe o celato da una foschia leggera dove forse si è nascosto l’elefante che ho visto e toccato al circo quando ero piccolo o si cela l’elefante “belluarum fortissima” che sorregge un obelisco collocato da Bernini nella piazza della Minerva a Roma.

Lo spazio accogliente è uno spazio costruito, anche quello composto da alberi e prati per essere accogliente deve essere costruito e quindi artificiale: la natura di per sé non è accogliente.

Lo sa bene il protagonista di Cuore di tenebra: “…The earth seemed unearthly. We are accostumed to look upon the shackled form of a conquered monster, but there — there you could look at a thing monstrous and free. It was unearthly,”

A questo punto credo di capire che nonostante la sua artificialità una delle caratteristiche dello spazio accogliente sia quella di non imporsi, di lasciare la libertà di immaginare e pensarsi, di lasciarci riflettere su altro da lui e non sulle sue caratteristiche formali e costruttive o sulla raffinatezza dei materiali benché sia la forma che l’aspetto materiale contribuiscano senza dubbio  alle sue qualità.

Con la testa da architetto, con tutto quello che mi hanno insegnato a scuola non posso però non pensare che il corpo docente della Bauhaus in coro mi chieda: “Qual è la funzione, a cosa serve uno spazio accogliente, qual è la sua verità?”.

Già, a che serve? Perché è importante? Da quando se ne parla? Perché non se ne parla? Perché parlarne?

Uno spazio accogliente ha una funzione indefinita, serve a consolidare un’atmosfera, a favorire  rapporti e dialogo, a mettere a punto pensieri e desideri, a concentrarsi senza distrazioni, a fermare lo scorrere incessante del tempo, a consolidare un ubi consistam.

In fondo vorrei proporre una concezione antica, anzi antichissima di uno spazio accogliente, i Campi Elisi, l’antico Paradiso, nella descrizione che Omero dà nell’Odissea (Canto IV,  561-570), lo spazio accogliente è quello …dove per gli uomini il vivere è agevole e senza fatica.
Non c’è mai neve né il crudo inverno né pioggia,
ma sempre l’Oceano manda soffi di Zefiro
dall’acuto sibilo per dare refrigerio agli uomini.

Fotografia di Paolo Aina, vietata riproduzione e diffusione non autorizzata.
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