Lo specchio dell’architettura

UCTAT Newsletter n.78 – maggio 2025

di Fabrizio Schiaffonati

In un recente elzeviro, “La lingua perduta dei professionisti” (Corsera 6.5.2025), il critico letterario Paolo Di Stefano osserva che “testi privati scritti da alcuni professionisti (intendo avvocati, architetti, ingegneri, medici, gente che ha studiato in università per molti anni) paurosamente sgrammaticati, asintattici, privi di logica interna, ripetitivi e anacolutici denotano una clamorosa incapacità argomentativa”. Una constatazione che poi si allarga all’attuale apprendimento ed uso della lingua corrente. Problema su cui oggi ci si interroga, con l’ibridizzazione dei linguaggi, tra costumi, tradizioni e culture diverse di un mondo sempre più interrelato e globalizzato. Nuove forme di esperanto, dove i codici linguistici nelle loro ricche articolazioni semantiche soccombono a una schematica omologazione. La lingua parlata è comunque sempre stata diversa da quella scritta, due modi per comunicare con la scrittura a registrare il costrutto logico e conseguenziale del pensiero.

Intercorre un rapporto tra il linguaggio astratto di ogni disciplina e la sua pratica, con la differenza che un tempo la cultura materiale era importante per generalizzare regole e comportamenti, diversamente da oggi dove ogni processo e mansione produttiva sono predefiniti senza margini interpretativi. La rivoluzione industriale con l’organizzazione scientifica del lavoro avvia una progressiva separatezza dei luoghi della concezione dei prodotti – ideazione, progettazione, sperimentazione – da quelli della produzione, codificando norme e sequenze lavorative. Il rapporto è sempre più eterodiretto, col venir meno pertanto di margini interpretativi e libertà comportamentali predefiniti in luoghi esterni e remoti.

Venendo ora alla produzione edilizia, e più limitatamente alle prestazioni dell’architetto, è interessante osservare che la professione un tempo lo collocava ad un vertice di un triangolo, con agli altri due il committente e il costruttore. Un triangolo che da equilatero poteva subire deformazioni per il diverso peso che i tre attori potevano assumere nel processo produttivo, con l’architetto che, nell’esercizio della libera professione nella concezione delle arti liberali, manteneva comunque un ruolo determinante per l’ideazione, la progettazione e le scelte tecnologiche.

Un rapporto che è andato rapidamente mutando con l’evoluzione degli attori del processo edilizio che governano il mercato delle costruzioni e il sistema decisionale, economico e politico, degli insediamenti territoriali. Il ruolo quindi dell’architetto appare marginale, con le archistar però in primo piano a firmare le opere più eclatanti. Una funzione pubblicitaria che fa aggio su ogni valutazione critica che non sia quella della celebrazione dell’immagine dell’opera.

In quest’ottica l’architettura appare sempre più, nella percezione e conoscenza diffusa, come un ornamento e non un complesso sistema di relazione tra spazi interni ed esterni, ergonomici e funzionali per il benessere delle persone e della società. Un approccio autoreferenziale di opere sempre più avulse dal contesto, che spiega la progressiva assenza dell’urbanistica come disciplina del progetto spaziale delle infrastrutture e delle relazioni tra i diversi manufatti. Così la morfologia urbana risulta del tutto casuale, con uno spazio pubblico residuale tra edifici che appaiono contendersi ogni lembo di territorio edificabile, ignari del contesto ambientale e delle reciproche relazioni. Uno scenario di megalopoli con squilibri sociali eclatanti, tra downtown e miserevoli suburbi.  Tanto più oggi per la reddittività degli investimenti immobiliari, l’internazionalizzazione dei capitali finanziari e il ruolo monopolistico di alcuni operatori.

Uno scenario dove i politici si fanno spesso cassa di risonanza di una propagandata rigenerazione urbana che altro non è che pura speculazione. E le occasioni non mancano, per le dismissioni della città industriale, l’invecchiamento del patrimonio edilizio, il diradarsi degli interventi pubblici e la privatizzazione dei servizi con l’operatore immobiliare a proporsi in una malintesa funzione sociale, dove però gli alti utili non si traducono in un miglioramento diffuso della qualità urbana. Molte ormai le analisi e le conoscenze delle tecniche finanziarie, di marketing e management del mercato immobiliare.

Tornando al ruolo degli architetti in questo contesto il loro lavoro è sempre subalterno e marginale, come peraltro di altri lavori intellettuali. Tuttavia questa condizione risente anche di un comportamento prono alla committenza, senza una critica e un’etica che dovrebbe contraddistinguere una professione con lo scopo di migliorare la qualità funzionale ed estetica dell’ambiente costruito. Una missione che nel ventesimo secolo era della loro deontologia. Il divieto di pubblicità, ora obrogato, stava a indicare un loro rigore comportamentale. Con l’architettura non si fa la rivoluzione ma certamente si può contribuire al miglioramento della società, e il Razionalismo ne ha dato innumerevoli dimostrazioni.

Gli architetti riscuotevano quindi ben altra considerazione, rappresentando valori culturali e competenze, partecipando criticamente al dibattito urbanistico e dell’edilizia. La storia dei Piani Regolatori, dei quartieri e delle opere pubbliche della seconda metà del secolo scorso, è di urbanisti e architetti che hanno contribuito ad orientare decisioni, per capacità e rigore. Nella loro formazione solide conoscenze tecniche si coniugavano con la cultura umanistica della storia dell’architettura, in un contesto militante con dibattiti e partecipazione.

Materie, l’architettura e l’urbanistica, con regole e conoscenze codificate, come di ogni disciplina con basi sperimentali e applicative. Non di oggi invece quando l’attenzione appare spostata su una accentuazione della componente figurativa, contrastando la logica che “La forma segue la funzione”. Una presunzione perché ogni manufatto architettonico nasce da una necessità, cosa ben diversa dalla pura espressione artistica. “E’ del poeta il fin la meraviglia” sembra essere lo scopo di molti architetti che per la rilevanza dei loro incarichi fanno tendenza, nella scia dell’aforisma di Peter Blake “La forma segue il fiasco” che tanto peso ha avuto nella stagione del Postmodernismo. Una critica, la sua, ai “Dogmi del Movimento Moderno” visti come una sorta di proibizionismo alla libera capacità creativa.

A distanza di qualche decennio il risultato non sembra aver sortito gli effetti desiderati e si potrebbe dire, ribaltando l’aforisma di Peter Blake, “Il fiasco segue la forma” se all’ordine razionalista è subentrato un diffuso disordine urbano. Un modo che dal punto di vista del Real Estate funziona molto bene, con un diseducato consumatore e l’architetto ormai lontano dall’utente in una funzione ormai del tutto marginale come un medico a scrivere ricette delle case farmaceutiche senza mai visitare il paziente.

Tornando all’elzeviro di Paolo Di Stefano sulla sgrammaticatura nello scrivere anche di architetti, possiamo osservare che intercorre un nesso tra struttura logico-formale del linguaggio scritto con quello dei loro progetti. Il progetto è una forma di linguaggio con una sua grammatica e sintassi, come di ogni disciplina. Così a una diversa scala anche per l’urbanistica. Un sistema di segni che comunicano relazioni, dimensionali e geometrie che possono essere più o meno appropriate. Come in ogni forma espressiva e comunicativa.

L’architettura del passato e la forma urbis richiamano radici archetipe della tradizione, connotati di luoghi rispetto all’anonimia di uno spazio senza gerarchie e punti di riferimento. Lo spazio dei “non luoghi”, ossimoro ad indicare uno spazio indifferenziato ad ogni latitudine e contesto. Questa condizione straniante è accentuata da un linguaggio architettonico improprio rispetto all’uso, alla funzionalità e all’ergonomia delle tipologie edilizie e urbanistiche.

La narrazione dell’architettura è sempre più presente nei media, con la stessa impostazione di un marketing pubblicitario. Una vulgata che espunge ogni rilievo su valori e limiti delle opere, e del loro rapporto contestuale. L’assenza di una critica appiattisce e omologa a logiche mercantili. Una osservazione che può essere estesa alla più parte ai narratori dell’architettura contemporanea, alle aule universitarie affollate da aspiranti architetti e alle molte riviste proliferate con la bulimia di una informazione, cartacea e on line, senza alcun rigore, vaglio e storicizzazione. Si potrebbe dire anche di altri campi, con la differenza che l’architettura è un bene durevole che stratifica tracce e si coniuga con l’antropologia.

Una condizione odierna che sembrerebbe essere destinata a prolungarsi in una surmodernità che vorrebbe cancellare la storia in un eterno presente ed eccesso di ego. Ma così non può essere nella realtà delle cose e del pensiero. Regressi che appaiono progressi che già ora presentano un amaro conto, e l’architettura ne è uno specchio.

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