Milano, la città che dobbiamo imparare a costruire

Dalla crescita urbana alla responsabilità collettiva: una nuova visione per abitare il futuro
UCTAT Newsletter n.93 – ottobre 2026

di Carlo Lolla

Quando si avvicina il momento di scegliere chi dovrà amministrare una città, il dibattito pubblico rischia spesso di ridursi a una successione di promesse, programmi e contrapposizioni politiche. Eppure, prima ancora di domandarci quali opere realizzare, quali servizi migliorare e quali risorse investire, dovremmo porci una domanda più fondamentale: quale idea di città vogliamo costruire e, soprattutto, quale idea di convivenza vogliamo affidare alla città del futuro? È da questa domanda che potrebbe prendere avvio una riflessione su Milano, una metropoli che rappresenta un importante motore economico e culturale del Paese, ma che deve misurarsi anche con le contraddizioni proprie delle grandi concentrazioni urbane: il costo della casa, le disuguaglianze territoriali, la pressione sul suolo, la qualità dell’aria, la mobilità, la condizione delle periferie e la necessità di ricostruire legami sociali. Questioni che non possono essere affrontate soltanto attraverso una maggiore efficienza amministrativa, per quanto indispensabile, perché investono il significato stesso del nostro abitare insieme.

Una riflessione particolarmente stimolante ci viene dall’architetto e teorico dell’urbanistica Marco Romano, quando osserva che i grandi temi collettivi maturano lentamente nella coscienza sociale, fino a trovare espressione in manufatti urbani di particolare rilievo artistico, tipologico e simbolico. L’architettura, in questa prospettiva, non è soltanto una disciplina che organizza lo spazio: è anche una testimonianza materiale dei bisogni, delle aspirazioni e dei valori attraverso i quali una società riconosce se stessa. Possiamo allora domandarci quali siano oggi i nuovi bisogni collettivi che attendono di trovare una forma nella città. Forse non abbiamo bisogno soltanto di nuovi edifici, di infrastrutture più efficienti o di interventi capaci di accrescere l’attrattività economica. Abbiamo bisogno anche di luoghi che restituiscano valore alla relazione umana, di spazi pubblici che favoriscano l’incontro, di quartieri nei quali la cultura non sia un privilegio, di reti verdi che riconnettano parti separate del territorio e di strutture collettive che rendano concreta l’idea di una comunità più inclusiva. È un’estensione contemporanea della riflessione di Romano, non una conclusione da attribuirgli direttamente: se i manufatti urbani esprimono i bisogni riconosciuti da una società, la sfida del nostro tempo consiste anche nel comprendere quali nuove forme debbano assumere la solidarietà, la sostenibilità e la responsabilità condivisa.

Questa sfida acquista un significato ancora più profondo se allarghiamo lo sguardo al rapporto fra l’umanità e il mondo naturale. L’umanità è un sottoinsieme della comunità biotica: siamo parte della natura, ma siamo anche esseri culturali, capaci di trasformare consapevolmente gli ambienti nei quali viviamo. La nostra intelligenza e la nostra capacità tecnica ci hanno permesso di realizzare opere straordinarie, ma ci hanno anche consegnato una responsabilità che non possiamo più ignorare. La deforestazione, la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, il consumo di suolo e l’espansione urbana incontrollata non sono questioni separate dalla nostra vita quotidiana. Possono influire sulla salute, sulla sicurezza, sulla disponibilità delle risorse e sulla qualità delle relazioni fra le comunità umane e gli ecosistemi. La pandemia di COVID-19 ha reso particolarmente evidente la vulnerabilità delle società contemporanee e l’importanza di considerare insieme salute pubblica, condizioni ambientali e organizzazione della vita collettiva. Sarebbe scientificamente scorretto affermare che il degrado ambientale provochi automaticamente una pandemia; è invece fondato riconoscere che alcune trasformazioni degli ecosistemi possono modificare il rischio di trasmissione di determinate malattie. La lezione è chiara: non possiamo continuare a pianificare le città come se la salute, l’ambiente, l’economia e la giustizia sociale appartenessero a mondi indipendenti. Sono dimensioni interconnesse della stessa realtà.

È proprio in questa consapevolezza che gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite acquistano un significato che va oltre la dimensione programmatica. Rendere le città inclusive, sicure, resilienti e sostenibili significa riconoscere che il benessere urbano non coincide esclusivamente con la crescita economica, con il valore degli immobili o con la capacità di attrarre investimenti. Una città può essere ricca e dinamica, e tuttavia diventare sempre meno accessibile a chi vi lavora; può moltiplicare le infrastrutture e lasciare interi quartieri privi di servizi adeguati; può essere celebrata per la sua modernità e consumare, nello stesso tempo, le risorse naturali dalle quali dipende la qualità della vita dei suoi abitanti. Il problema non è scegliere fra sviluppo e tutela ambientale, fra modernità e cultura, fra innovazione e solidarietà. Il problema è capire come integrarli in una visione capace di orientare le decisioni pubbliche nel lungo periodo.

A questo proposito, guardare alle esperienze di altre città può essere particolarmente utile, purché non si trasformi il confronto internazionale in una classifica o nella ricerca di un modello da copiare. Singapore offre spunti importanti per riflettere sul ruolo della pianificazione pubblica nell’accesso alla casa e nell’organizzazione dei quartieri. Basilea suggerisce di osservare con attenzione il rapporto fra mobilità, spazio pubblico e qualità della vita. Melbourne ha sviluppato il concetto di quartieri nei quali i principali servizi quotidiani siano raggiungibili attraverso spostamenti relativamente brevi. San Francisco mostra quanto sia necessario collegare le politiche climatiche alle questioni dell’abitazione e dell’equità sociale; San Paulo, con la complessità delle sue disuguaglianze territoriali, richiama l’importanza di integrare pianificazione, reti ecologiche e accessibilità. Nessuna di queste esperienze è priva di limiti, e le differenze istituzionali, economiche e geografiche impediscono trasferimenti automatici. Tuttavia, ciascuna può aiutarci a formulare domande migliori per Milano: come rendere più accessibile la casa? Come ridurre la dipendenza dagli spostamenti obbligati? Come distribuire più equamente i servizi? Come connettere la natura agli spazi della vita quotidiana? E come misurare i risultati delle politiche, senza fermarsi alle dichiarazioni d’intenti?

Fra le questioni che meritano particolare attenzione vi è la trasformazione del paesaggio industriale. Per lungo tempo, la città produttiva è stata interpretata soprattutto attraverso le fabbriche, le infrastrutture, i luoghi del lavoro e le grandi trasformazioni economiche che hanno segnato la storia urbana. Oggi, molte aree devono essere ripensate, ma sarebbe un errore considerarle soltanto terreni disponibili per nuove costruzioni o occasioni di valorizzazione immobiliare. Questi luoghi conservano memorie, competenze, relazioni e tracce della storia collettiva. La sfida consiste nel trasformarli senza cancellarne il significato, riconnettendo produzione, natura, spazio pubblico e vita comunitaria. Si potrebbe passare, in questo senso, dal «paesaggio-officina» all’«officina del paesaggio»: non più soltanto un territorio organizzato intorno alla produzione industriale, ma un laboratorio nel quale sperimentare nuove forme di lavoro, cultura, socialità e rigenerazione ecologica. Il recupero di edifici industriali di valore, la creazione di percorsi verdi, la restituzione di spazi accessibili ai cittadini, l’insediamento di laboratori e attività innovative potrebbero contribuire a costruire nuove relazioni fra quartieri oggi separati. Naturalmente, ogni progetto dovrebbe partire da una conoscenza approfondita del territorio, dalla verifica delle condizioni ambientali e urbanistiche e da un confronto autentico con gli abitanti. Non basta cambiare la destinazione di un’area per rigenerarla: occorre capire quali funzioni siano necessarie, chi potrà beneficiarne e come evitare che la trasformazione produca nuove esclusioni.

Una simile prospettiva richiede anche una diversa concezione della responsabilità pubblica. Nel suo messaggio in occasione della conclusione di Expo Milano 2015, il presidente Sergio Mattarella richiamò l’esigenza di legare sviluppo, cooperazione, modernità e cultura, indicando nella lotta alla fame e alla sete questioni fondamentali per una governance globale fondata sulla collaborazione e sui diritti. Quell’appello conserva un valore che va oltre l’evento che lo ha ispirato: le grandi manifestazioni, le dichiarazioni solenni e i progetti simbolici acquistano significato duraturo soltanto quando riescono a tradursi in impegni concreti. La cultura, in questo senso, non è un ornamento della politica e neppure un patrimonio da celebrare occasionalmente. È uno strumento attraverso il quale una comunità comprende le proprie responsabilità, riconosce i problemi e immagina soluzioni nuove. Anche la bellezza può svolgere un ruolo civile, quando non si limita alla spettacolarità di un’opera, ma contribuisce a rendere i luoghi più accessibili, accoglienti e capaci di generare relazioni.

Tutto questo, tuttavia, non deve rimanere sul piano delle aspirazioni. Se vogliamo che una riflessione sulla città sia utile anche a chi sarà chiamato ad amministrarla, dobbiamo tradurre la visione in un metodo di lavoro. Il primo passo consiste in una lettura approfondita del territorio, capace di individuare le carenze dei servizi, le aree più fragili, gli spazi pubblici sottoutilizzati, le opportunità di rigenerazione e le connessioni ecologiche da ricostruire. Il secondo consiste nel coinvolgimento dei cittadini, non come semplice adempimento formale, ma come parte effettiva del processo decisionale. Il terzo richiede la definizione di priorità verificabili, con obiettivi, tempi, costi e responsabilità chiaramente identificati. Il quarto consiste nel coordinare quattro grandi direttrici: i luoghi dell’interazione sociale, il rapporto fra città e natura, la nuova città produttiva e la mobilità con l’accessibilità. Infine, occorre rendere pubblici i risultati, verificare gli effetti degli interventi e correggere le politiche quando non raggiungono gli obiettivi stabiliti. Una buona amministrazione non si giudica soltanto dalla capacità di annunciare progetti o inaugurare opere, ma anche dalla disponibilità a misurare ciò che ha realizzato e a rispondere delle proprie scelte.

La responsabilità, peraltro, non appartiene soltanto a chi ricopre incarichi istituzionali. Coinvolge progettisti, imprese, università, associazioni, organizzazioni culturali e cittadini, ciascuno secondo le proprie competenze e possibilità. Nei momenti decisivi della storia, la qualità della vita collettiva dipende anche dalla capacità delle persone di non sottrarsi alle proprie responsabilità, mettendo le proprie conoscenze e il proprio impegno al servizio di un obiettivo comune. Non occorrono eroi solitari, ma istituzioni capaci di ascoltare, competenze capaci di collaborare e comunità capaci di riconoscersi in un progetto condiviso.

Milano potrebbe allora diventare il terreno sul quale sperimentare una visione urbana che non contrapponga crescita economica e qualità della vita, trasformazione e memoria, innovazione e tutela della natura. Una città che sappia rigenerare le proprie aree produttive senza smarrirne la storia, migliorare la mobilità senza dimenticare le persone, distribuire più equamente servizi e opportunità, restituire valore ai quartieri e considerare lo spazio pubblico come un bene essenziale della convivenza. Non si tratta di inseguire un modello ideale, né di promettere una città priva di conflitti e contraddizioni. Si tratta di stabilire una direzione, individuare priorità e costruire strumenti capaci di trasformare progressivamente le condizioni della vita urbana.

La domanda da rivolgere a chi si candida ad amministrare Milano, dunque, non dovrebbe limitarsi a chiedere quali opere intenda realizzare o quanto prometta di investire. Dovrebbe chiedere quale idea di comunità orienterà le sue decisioni, quali bisogni collettivi saprà riconoscere e come intenderà misurare il miglioramento della vita dei cittadini. Perché una città non è soltanto un territorio da organizzare, un’economia da far crescere o un’immagine da promuovere. È il luogo nel quale si incontrano le nostre aspirazioni, le nostre fragilità e le nostre responsabilità. E forse la vera modernità consiste proprio nel comprendere che il futuro urbano non si costruisce soltanto edificando nuove forme, ma imparando a vivere diversamente dentro quelle che già abbiamo.

La città del futuro non sarà migliore soltanto perché avrà costruito di più, ma perché avrà saputo riconoscere meglio ciò che conta davvero per la vita collettiva.

Fondazione (Anonimo)