UCTAT Newsletter n.93 – ottobre 2026
di Goffredo Marziale
A Milano si affacciano, in ordine sparso, i candidati che ambiscono alla carica di futuro sindaco e, contemporaneamente, di sindaco metropolitano. Almeno tre da una parte e tre dall’altra. È come una corsa ciclistica nella quale una squadra non ha ancora deciso chi sia il proprio capitano, quello a cui tirare la volata. Quel che è certo è che le squadre che possono vincere sono solo due perché non c’è un outsider, e le altre formazioni minori con un loro candidato di bandiera che affolleranno la scheda elettorale sanno bene che non c’è storia. Ma allora perché entrare in lizza? Per raccogliere un pacchettino di voti, percentualmente si direbbe da prefisso telefonico, utile al secondo turno per far prevalere uno dei due contendenti e ottenere poi, in cambio, qualche riconoscimento nella formazione della Giunta o scendendo per i rami in qualche altra collocazione nell’articolata presenza del Comune in strutture ed enti partecipati. E a Milano non parliamo di bocciofile.
Quindi votare significa che la delega non si limita solo al Consiglio comunale. Ma di tutto ciò in campagna elettorale non se ne fa neanche lontanamente cenno. La questione è troppo complessa perché i votanti la possano capire, e quindi è meglio non disturbare il manovratore che ci penserà poi lui a scegliere la strada al momento opportuno. Come quando impostiamo il navigatore che, in caso di intoppo, ci indica come modificare il percorso. Un navigare a vista utilissimo per un automobilista, un po’ meno per le persone che vogliano essere cittadini e non sudditi. Un gioco di società, ma non in senso metaforico, perché in questo caso la società è reale, non virtuale.
Puntando ora la telecamera sul campo di gioco vediamo a sinistra una squadra e a destra l’altra. Sempre ben inteso a sinistra o a destra del cameraman. Allora possiamo capire in che cosa si differenzino le due tattiche di gioco. Nella metà campo di sinistra ci sono tre punte che si contendono la palla per andare in gol; dall’altra, lo schema prevede una punta e due mezze ali, ma non è detto che, nel corso della partita, una di queste possa scambiarsi di posizione con il centravanti, modificando la tattica di gioco.
Veniamo ora alle due squadre, che per comodità definiremo quella a sinistra rossonera quella di destra nerazzurra. Guarda caso un’analogia con le due titolate milanesi, che la percezione popolare vedeva, ai tempi di Rivera e Mazzola, nella prima una formazione popolare per un maggior numero di tifosi rispetto a quella di destra nerazzurra con un numero decisamente minore. Ma i tifosi non possono scendere in campo e pertanto vince chi gioca meglio le sue carte. E il risultato del derby non è mai scontato. Come il voto nelle urne.
Vediamo ora i tre attaccanti della squadra rossonera, senza fare nomi e cognomi. Il primo ha avanzato la sua candidatura al Circolo di una benemerita “associazione ricreativa” di spiccata origine operaia, in un’affollata presenza non di operai ma di “ceto medio riflessivo” e della Z30. Dopo le generiche buone intenzioni per contrastare squilibri, per l’equità sociale, ecc. ecc., che non si può non condividere, ha ringraziato il sindaco uscente senza fornire alcuna motivazione. Neppure una critica, sia pure velata, al fallimento del PGT, al potere delle lobby dei costruttori, alla gentrificazione e alla crisi del “Modello Milano”. Tutto va bene, madama la marchesa, purché porti voti. Poi, non so perché, si è lanciato a dire che il Ponte sullo Stretto non è tra la Calabria e la Sicilia ma tra due cosche. Non so se qualche suo elettore o potenziale sostenitore del Ponte non se ne sia risentito, considerando che sarebbe uno sprovveduto che, senza rendersene conto, finisce per fare il gioco delle cosche. Ma penso che anche chi non lo vota possa esserci rimasto male, perché in buona compagnia di un folto gruppo trasversale che la pensa diversamente.
Guarda caso, tre giorni dopo sul Corriere della Sera è comparsa una lunga intervista a Renzo Piano che sposava l’idea del Ponte, e certamente il suo cuore non batte a destra. Aggiungo che l’ipotesi del Ponte non diventa strampalata perché sostenuta da un guru dell’architettura, così come non diventa necessariamente condivisibile perché sostenuta da tanti esperti senza ombra e senza macchia. È una posizione legittima, al pari di quella contraria. Quindi altrettanto legittima come quella non favorevole.
Vediamo ora il secondo candidato della squadra rossonera. Un professionista della politica di lungo corso, senza dubbio con esperienza, già assessore, già deputato europeo, ora capogruppo in Consiglio regionale. Ha aspettato un po’ prima di dichiararsi candidato. Prudente e navigato, sa che una sconfitta può essere pericolosa, perché il partito non fa prigionieri e che a volte muoversi troppo presto può essere controproducente. Si dice appunto entrato in conclave come papa uscitone come cardinale.
C’è però una sua dichiarazione secondo cui, dopo le inchieste della magistratura, occorre prendere le distanze dalla lobby dei costruttori. Inchieste che avevano costretto, obtorto collo, il suo partito ad affermare la necessità di cambiare linea. Poi passata la buriana nulla è cambiato. Una dichiarazione che è andata storta al sindaco uscente che ha replicato indispettito sbrigativamente senza alcuna controargomentazione.
Sulle pagine dei quotidiani sono ricorrenti gli articoli sulla problematica gestione urbanistica e le condizioni sociali. Sarà un caso, ma nell’inserto milanese del Corriere, in prima pagina, compare un titolo a sei colonne: “Sicurezza, Sesto ora è un caso”. In seconda pagina, il titolo viene precisato: “Rapine, spaccio, regolamenti di conti, risse, bande: tra la paura dei residenti”. Senza soluzione di continuità da Milano si passa a Sesto, siamo cioè nella Città metropolitana con a capo sempre il sindaco di Milano. Ma sulla città metropolitana per ora nessuno dei candidati, rossoneri o nerazzurri, ha detto una parola.
Proseguendo nella lettura dell’inserto del Corriere troviamo in quarta pagina un articolo in cui un professionista della politica, milanese, oggi senatore, dichiara che il candidato avverso al Ponte sullo Stretto è una “opportunità”. L’articolo è corredato da una foto del senatore con a fianco l’altro candidato. Ma poi aggiunge “Primarie la strada maestra”. Come la si può leggere? Sbrigatevela tra di voi, io non dirò chi preferisco perché il voto è segreto.
Viene poi la terza candidata, in quota rosa, appiattita sulla linea del sindaco uscente. Esperta un po’ di tutto, ora è all’Urbanistica, non si sa con quali competenze specifiche. Evidente nella linea che un politico può passare indifferentemente in qualsiasi ministero o assessorato. Quello che conta è la politica delle “convergenze parallele” o del “due più due non fa quattro”.
Passando ora all’attacco dei nerazzurri, come si è detto a una punta con due mezze ali, (ma lo schema potrebbe cambiare come nel calcio moderno). Per ora il centravanti sembrerebbe un milanese oggi viceministro. Una delle mezze ali è un onorevole, già ministro e assessore all’Urbanistica, oggi alla guida di un partito con numeri da prefisso telefonico. Non manca certo d’esperienza ma in questo caso i numeri contano e due più due fa quattro. Poi dalla sua c’è che è credente, e questo non gli giova perché non più di moda col compatimento laicista.
La seconda mezza ala, in quota rosa, fa anche da battitore libero: ha difficoltà a giocare secondo uno schema predefinito e ad accettare di passare la palla, mantenendosi sempre sopra le righe.
Ma comunque la metà campo dei nerazzurri è perimetrata sui lati e dalla riga di fondo; mentre quella dei rossoneri non ha le righe ben definite e il campo è largo e ogni giocatore gioca come meglio crede.
Ma così accade anche nelle competizioni nazionali, con partiti che sembrano contare sempre meno, privi ormai di sezioni e cellule, e con posizionamenti politici che si possono soltanto tentare di comprendere navigando sui social, con continue roboanti dichiarazioni per intimorire i nemici alle porte. È la società della rete, del virtuale, della fake news, dove la comunicazione crea anche l’evento che non c’è.
Così si va a votare più o meno se c’è il sole o la pioggia, anche con l’uzzolo del momento per cui dal nulla può sbocciare un partito che vince le elezioni per poi alla tornata successiva andare in seconda fila se non scomparire.
Una politica che fluttua in un mare in tempesta, senza un faro. Che Dio ce la mandi buona e non ci faccia schiantare.

