Partecipazione: regola categorica

UCTAT Newsletter n.92 – settembre 2026

di Stefano Pareti

Le piazze e i luoghi di ritrovo (bar compresi) un tempo, nemmeno troppo lontano, alimentavano discussioni non banali. C’erano personalità che sapevano uscire dal “ma mi conviene?” per elaborare messaggi, proposte, critiche. S’innescava un circuito virtuoso che faceva bene alla comunità. La gente teneva le antenne dritte. E Piacenza se ne avvantaggiava in bellezza e avanzava socialmente, culturalmente, economicamente. Ora ci si incolonna come automi in centri commerciali tutti uguali e i neuroni scattano solo di fronte alle offerte commerciali.

Ecco perché il desiderio di partecipazione deve essere incoraggiato e ricercato dai poteri amministrativi locali, se hanno a cuore un confronto con la città e se intendono rifuggire da una gestione chiusa e autoreferenziale.

Anche per un pubblico amministratore è faticoso creare strumenti e momenti di partecipazione. Perché deve trovare i modi per suscitare l’interesse e intercettare l’attenzione del cittadino, spingendolo ad occuparsi della cosa pubblica. Anche superando quel suo ritenere che il principio della delega sia onnicomprensivo e per sempre. Salvo poi scoprire che spesso la delega è stata mal esercitata e che è necessario dare vita a comitati spontanei di quartiere, di via, di zona, per rivendicare controllo e cambiamento di rotta

Molti Comuni, a partire da Bologna dal 2014, hanno approvato, ad esempio, un regolamento molto innovativo: quello per la collaborazione tra Comune e cittadini per la gestione, cura condivisione dei beni comuni urbani.

Il regolamento sulla collaborazione tra Comuni e cittadini, invece, si comporta diversamente: apre l’amministrazione pubblica ai cittadini. Chi abbia un’idea, un progetto per migliorare le condizioni di un determinato contesto di vita (un parco, una scuola, un edificio abbandonato, eccetera) può presentare una richiesta per stipulare un patto con i Comuni e, attraverso questo, svolgere un’azione che porti beneficio alla collettività con il supporto del Comune. Solitamente questi patti sono chiamati “patti di collaborazione”. Per quanto possa sembrare semplice, questo modo di procedere è un’assoluta novità. Questo modo di amministrare la cosa pubblica è ora riconosciuto come modello dell’amministrazione condivisa: ciò che si condivide, cioè, è l’amministrare. I vantaggi dell’amministrazione condivisa sono tanti.

Innanzitutto valorizza la capacità dei cittadini di offrire un contributo per risolvere problemi che riguardano tutti. In questo senso libera le energie presenti nella società e dà forza ad esse. In secondo luogo, sono interventi che risolvono problemi concreti e quindi le persone sono solitamente molto motivate. In terzo luogo, l’amministrazione condivisa è capace di rimediare alla difficoltà delle amministrazioni pubbliche di dare risposte ai cittadini, perché la sua rigidità spesso impedisce di dare una risposta giusta.

Un’altra forma importante di partecipazione al momento decisionale, che
ha conosciuto larga sperimentazione a livello locale, è quella dei bilanci partecipati. Tra le principali decisioni che solitamente un organo collegiale assume è l’approvazione del bilancio. Con il bilancio qualunque organo di gestione di un’istituzione o di un ente pubblico stabilisce quante risorse economiche ricavare nell’anno successivo e dove spendere le risorse a disposizione. Si tratta di una decisione molto importante perché decidere, per esempio, se spendere di più sull’istruzione o sulla sicurezza significa indirizzare la vita pubblica in modo diverso. Con la formula dei bilanci partecipati s’intende che in alcuni casi gli enti pubblici, soprattutto i Comuni, stabiliscono che una quota delle risorse da destinare sia rimessa alla decisione dei cittadini. Si svolgono, cioè, assemblee pubbliche in cui funzionari dell’amministrazione chiedono ai cittadini dove investire alcune risorse e quanto. In questo modo questi possono determinare la destinazione delle risorse pubbliche, partecipando a una delle decisioni più importanti nella vita di un’istituzione o un ente pubblico. Le decisioni assunte nelle assemblee non sono immediatamente vincolanti, perché il potere di approvazione spetta comunque agli organi competenti degli enti pubblici; tuttavia, esiste un forte condizionamento politico tale da orientare questo tipo di decisioni in senso conforme a quanto stabilito dalle assemblee.

La cittadinanza attiva è dunque attore politico, oggi anche soggetto costituzionale e contropotere diffuso che lotta per l’attuazione della Costituzione, che chiede di essere sostenuto e non osteggiato nella attuazione dell’interesse generale e che mette in pratica l’idea di un dialogo “aperto, informato, ragionevole e acceso” con le istituzioni, le imprese e le amministrazioni pubbliche. Ma questo non basta, occorre lavorare per qualificare sempre di più la partecipazione e renderla effettiva ed efficace in termini di cambiamento della realtà. Per esempio, quando il coinvolgimento di cittadini avviene per iniziativa delle istituzioni, si dovrebbero tenere in considerazione almeno quattro elementi: la capacità delle istituzioni di coinvolgere tutte le persone interessate; il grado di potere, cioè la capacità di riconoscere e attribuire potere a cittadine e cittadini sulle questioni oggetto della partecipazione; l’esito, cioè la capacità di garantire risultati di tutto il processo partecipato.

Per questa ragione era indispensabile che, vista l’emanazione del più imponente piano di spesa pubblica e privata sostenuto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), venissero realizzate misure per prevenire l’insorgere di conflitti con i cittadini, causati da una scarsa informazione e da un loro mancato coinvolgimento, nella realizzazione dei progetti di sviluppo e di ammodernamento del Paese o di una città. Vi chiedo: siamo sicuri che gli investimenti pubblici del PNRR siano stati tutti pubblicamente dibattuti? O ci siamo rimasti con un palmo di naso rispetto alla Curia e ai privati? E i cittadini sono stati coinvolti o bypassati? Come? Quando? Con che strumenti? O bellamente ignorati?!

Gran parte della discussione sulla cittadinanza è centrata sul problema di come migliorare l’impegno dei cittadini e la loro partecipazione nei processi della società democratica. E’ sempre più evidente che il voto periodico dei cittadini è insufficiente, sia che si vogliano rendere coloro che governano pienamente responsabili, nel periodo di transizione, sia nel promuovere sentimenti di responsabilità tra i semplici cittadini. Peraltro la bassa affluenza alle urne, da parte della popolazione, indica livelli di apatia politica che pregiudicano seriamente il funzionamento effettivo della democrazia.

Non basta allora fare delibere che prevedano la partecipazione, occorre crederci, promuoverla, incrementarla, farla diventare una prassi normale e consapevole dell’Amministrazione.

Esiste perennemente il rischio che la partecipazione sia considerata una cosa bella, ma di scarso rilievo, quasi un sovrappiù, qualcosa di superfluo, una sperimentazione un po’ artificiale, che serve più all’apparenza che alla sostanza. La partecipazione invece è un fatto costitutivo della nostra repubblica, esprime e realizza la forma di governo che è stata prevista dalla nostra Costituzione. Passi avanti, indubbiamente, ne sono stati fatti e ormai la strada è aperta, ma certamente l’approccio rimane timido e limitato; soprattutto non ha ancora portato la partecipazione a diventare una forma organica del modo di governare.

La Pubblica Amministrazione ha bisogno della partecipazione per avere consenso e legittimazione, anche perché la partecipazione costituisce un processo essenziale di democratizzazione. Questo porta a una considerazione fondamentale: non basta fare delibere che prevedano la partecipazione, occorre crederci, promuoverla, incrementarla, farla diventare una prassi normale e consapevole dell’Amministrazione.

Esiste perennemente il rischio che la partecipazione sia considerata una cosa bella, ma di scarso rilievo, quasi un sovrappiù, qualcosa di superfluo, una sperimentazione un po’ artificiale, che serve più all’apparenza che alla sostanza. Spetta innanzitutto ai Comuni, le amministrazioni più vicine e più sentite dai cittadini, compiere un passo decisivo in questa direzione, dimostrando di credere effettivamente ai cittadini come a una ricchezza sociale.

Costruire consenso intorno a una decisione già presa non è affatto semplice e può anzi generare conflitti ancora più accesi di quelli che si volevano evitare. Ciò perché i cittadini vengono coinvolti senza una piena comprensione di cosa sia già stato deciso e cosa sia effettivamente modificabile. Significa accettare che il sapere tecnico non sia sufficiente e che la complessità dei problemi urbani e urbanistici richieda l’integrazione di saperi diversi.