UCTAT Newsletter n.60 – OTTOBRE 2023
di Raffaella Riva
Per chi giunge a Milano da est, lungo la strada Paullese, l’arrivo in città avviene in prossimità dei quartieri Rogoredo, a sud, e Ponte Lambro, a nord. Pur nel disordine di spazi periferici di servizio alla città, mentre l’ingresso da Rogoredo, suggerisce tutto sommato l’accesso in un’area urbana, complici una migliore infrastrutturazione e la presenza della linea metropolitana M3, l’ingresso da Ponte Lambro appare piuttosto come l’arrivo in una enclave senza uscita, intercluso come è tra il tracciato della tangenziale a ovest, il fiume Lambro a est, e a nord il prolungamento di via Mecenate che collega l’abitato di Linate al quartiere Taliedo. Questa interclusione ne ha condizionato e ne condiziona pesantemente lo sviluppo, dirottando interessi e risorse ad esempio verso il più blasonato quartiere di Rogoredo-Santa Giulia.
Eppure Ponte Lambro da un punto di vista paesaggistico-ambientale e storico-culturale ha molti elementi meritevoli di valorizzazione, ma assurge periodicamente agli onori della cronaca solo per episodi di violenza, degrado fisico e disagio sociale, tanto da essere stato preso come emblema delle criticità e delle emergenze della periferia milanese nel 2000 in occasione degli Stati generali delle periferie[1]. In quel contesto Renzo Piano, nella sua veste di ambasciatore Unesco per le aree urbane, presentava infatti un progetto pilota per la riqualificazione del quartiere di Ponte Lambro, a partire dalla creazione di un Laboratorio di quartiere all’interno di due delle quattro stecche di edilizia residenziale pubblica realizzate con fondi Gescal negli anni Settanta in via Ucelli di Nemi e via Menotti Serrati. Edifici in linea lunghi fino a 250 metri, ben visibili dalla vicina tangenziale, tanto da identificare il quartiere con il loro rigore razionalista, spesso però considerate la causa del degrado del quartiere, decisamente fuori scala rispetto a un contesto all’epoca, e ancora oggi, legato alle sue origini di borgo contadino. La proposta di Piano era quella di far dichiarare le periferie “patrimonio dell’umanità” e, al di là della provocazione, invitava a guardare con occhi diversi quel patrimonio diffuso di edilizia residenziale pubblica, sorto principalmente dal secondo dopoguerra fino ai primi anni Ottanta che caratterizza gran parte delle periferie italiane. Un patrimonio oggi spesso associato a forme di degrado urbano e edilizio, oltre che a fenomeni di abusivismo, microcriminalità ed emarginazione, che però è anche espressione di ricerca progettuale e capacità tecniche, alla cui realizzazione hanno contribuito i Maestri dell’architettura italiana, in stretta sinergia con committenti, imprenditori, costruttori e utenti, in un’epoca di grande espansione edilizia e urbana. Un patrimonio di sicuro valore storico-culturale che necessita però di politiche di valorizzazione che guardino oltre la mera conservazione degli immobili, andando incontro al mutare delle esigenze degli utenti e del concetto stesso di qualità dell’abitare, oltre che all’adeguamento tecno-tipologico e impiantistico (Schiaffonati, 2014a).
Quella esperienza degli Stati generali delle periferie e del progetto Piano si è col tempo rivelata al di sotto delle aspettative, se non un vero e proprio fallimento, soprattutto per un approccio ancora troppo settoriale al problema e per la mancanza di una visione strategica pubblica di ampio respiro, che avrebbe potuto fare di Ponte Lambro un nodo del sistema metropolitano, valorizzandone le eccellenze. Mancando questa visione, il progetto si è risolto sostanzialmente con l’esaurirsi dei finanziamenti iniziali senza innescare un effetto volano e attivare ulteriori risorse e interessi pubblici e privati.
Ponte Lambro oggi è un quartiere ricompreso nel Municipio 4 di Milano, ma la sua storia è antica, e numerose sono le testimonianze di un territorio con una forte identità legata alla sua vocazione agricola e alla sua autonomia amministrativa. Già in epoca romana rivestiva una certa importanza, poiché in corrispondenza del quartiere era stato costruito un ponte sul Lambro per consentire il collegamento di Milano con Paullo. Successivamente il territorio è stato per secoli fondo agricolo, con un articolato sistema di canali di irrigazione inizialmente gestiti dai monaci dell’Ordine degli Umiliati di Brera, insediati nell’Abbazia di Monluè, poco più a nord.
Per diverso tempo Ponte Lambro è stato Comune indipendente con Monserchio, quartiere oggi a est della tangenziale. Solo nel 1925, a seguito degli espropri effettuati per la realizzazione del Porto di Mare e del canale navigabile Milano-Cremona-Po, con il conseguente mutare dei confini comunali, i due quartieri furono accorpati a Milano.
Nel secondo dopoguerra con l’espansione edilizia, pubblica e privata, Ponte Lambro ha progressivamente perso la sua immagine rurale e mutato il suo impianto, con l’introduzione di nuove strade con orientamento nord-sud, ed elementi morfo-tipologici mutuati dal Movimento moderno.
Nel 1961 veniva abbattuta la storica cascina Canova, centro amministrativo dei poderi ottocenteschi, sostituita dalla Casa di cura “Le quattro Marie”, che nel 1981 diventerà il Centro cardiologico Monzino, oggi eccellenza per la cura delle malattie cardio-vascolari, riconosciuta a livello europeo e sede dell’Istituto di Cardiologia dell’Università Statale. Eccellenza che però rispetto al quartiere si struttura come “isola autosufficiente”, senza cercare un dialogo con l’intorno.
Tra i pregevoli manufatti realizzati all’inizio degli anni Sessanta è da ricordare anche la chiesa del Sacro Cuore, opera di Guido Maffezzoli, all’epoca assistente di Vittoriano Viganò al Politecnico, che sarà insignita del Premio In/Arch.
Gli anni Settanta si caratterizzano per la costruzione della tangenziale Est, che con il suo tracciato accentuerà l’isolamento del quartiere rispetto al centro cittadino, e per l’importante realizzazione di un comparto di edilizia residenziale pubblica di 376 appartamenti che modifica definitivamente l’immagine del quartiere, imponendosi per la dimensione dei suoi edifici, rispetto a un contesto all’epoca costituito prevalentemente da casette unifamiliari miste a piccole attività produttive, parzialmente degradate.
L’intervento di edilizia residenziale pubblica è realizzato nel 1972, su progetto dello Studio Virginia Gangemi e Antonio Scoccimarro, con l’architetto Demetrio Costantino, e va a collocarsi in una porzione di campagna al margine occidentale dell’abitato di Ponte Lambro, nel lotto 25 del Piano di edilizia economico popolare Peep del Cimep[2]. La stazione appaltante è l’Istituto autonomo case popolari Iacp di Milano, per conto della Gescal[3]. Si tratta di quattro edifici in linea di sei piani fuori terra, lunghi circa 250 e 150 metri, contrapposti a due a due a formare nuove strade, concepite come spazi pertinenziali delle stecche, spostando il sistema di accessi e parcheggi verso l’esterno. Un impianto urbano aperto, che nelle intenzioni della stazione appaltante doveva rappresentare solo la prima fase di realizzazione di un intervento più ampio, che non verrà in realtà mai realizzato. Per andare incontro a queste esigenze gli architetti avevano quindi collocato gli edifici tra loro paralleli, in modo che altri simili potessero completare il comparto, anche disponendosi ortogonalmente a questi, a chiusura delle testate delle nuove vie, verso sud. Da un punto di vista funzionale era prevista solo residenza e, come accaduto anche ad altri interventi pubblici realizzati in questo periodo, questa scelta ha portato alla realizzazione di un complesso fuori scala rispetto all’ambito periferico nel quale si inserisce, ma al tempo stesso non di dimensioni tali da consentire una maggiore caratterizzazione urbanistica, che avrebbe potuto risolvere e qualificare situazioni di sprawl urbano.
Da un punto di vista tipologico gli edifici accolgono 376 appartamenti, per complessivi 2.000 vani, suddivisi in 175 alloggi da quattro vani più accessori, 182 alloggi da cinque vani più accessori, 19 alloggi da sei vani più accessori. Tagli grandi, così come richiesto e definito nei quaderni di progettazione Gescal, per rispondere alla domanda dell’epoca, fatta prevalentemente di famiglie numerose. L’edificio è costituito dalla reiterazione di un blocco con vano scala e ascensore che distribuisce due alloggi al piano. Tale modularità è evidenziata nelle facciate esterne, con l’arretramento dei corpi scala e con il taglio della copertura a falda unica in corrispondenza di essi. La facciata interna è invece scandita dalla sporgenza delle logge e la modularità risulta meno accentuata. Il piano terra è porticato, con porzioni aperte passanti alternate agli spazi chiusi degli accessi, evidenziati con vetrocemento, dei locali di servizio e dei ripostigli.
Viste le condizioni del terreno gli edifici non hanno parti interrate, hanno una struttura puntiforme in calcestruzzo armato, irrigidita dai corpi scala e da alcuni setti posti al piano terra e in copertura.
La finitura è a intonaco colorato di bianco, con serramenti in legno e parti metalliche verniciate di giallo.
Il vincolo del regolamento edilizio di avere il bagno aerato naturalmente e la scelta da parte della stazione appaltante di imprese non attrezzate per utilizzare sistemi prefabbricati, ha impedito la sperimentazione di soluzioni architettoniche più ardite, con corpi di fabbrica più profondi, sistemi costruttivi industrializzati ed elementi di unificazione edilizia, che avrebbero consentito anche maggiori risparmi sui costi di costruzione. Solo per la realizzazione dei rivestimenti delle scale e dei vani per le canalizzazioni verticali sono stati impiegati elementi prefabbricati componibili.
Lo stesso architetto Antonio Scoccimarro nel commentare il progetto a posteriori, lo descrive come una “occasione mancata”, soprattutto per l’assenza di una organica connessione fisica con il più ampio sistema di servizi alla scala urbana e metropolitana (Daglio, 2021).
I primi problemi sociali iniziano a manifestarsi poco dopo il completamento dei lavori nel 1975 con occupazioni abusive degli alloggi e per la carenza di servizi, non più adeguati a soddisfare le esigenze di un numero di abitanti notevolmente incrementato.
In seguito, grazie al lavoro del Consiglio di zona e alla collaborazione della comunità, si è almeno in parte risposto a questa carenza con la costruzione di una nuova scuola elementare, una scuola materna e un asilo nido, un mercato comunale e un centro sociale, oltre che con la copertura della roggia Certosa lungo via Camaldoli, che poneva problemi ambientali dovuti a degrado e inquinamento, il recupero di alcune case del borgo storico e l’abbattimento di quelle più fatiscenti (Redaz., 2021).
Ma non sono mancate anche scelte che hanno portato nuove criticità nel quartiere. Nel 1984 ad esempio a Ponte Lambro viene chiusa la scuola media per collocarvi l’aula bunker, destinata a ospitare i processi di mafia del Tribunale di Milano. Una funzione delicata che di fatto ha sottratto un servizio essenziale e un’area alla fruizione pubblica, contribuendo ulteriormente a disgregare un territorio già notevolmente frammentato.
Scelta probabilmente poco ponderata anche quella di realizzare a nord del quartiere quello che doveva essere uno degli alberghi per i Mondiali di calcio di Italia 90. L’edificio, mai terminato e collocato in un’area difficilmente accessibile, è rimasto per oltre vent’anni incompiuto e in completo stato di abbandono, per essere finalmente abbattuto solo nel 2012, realizzando al suo posto un parco e restituendo l’area alla fruizione pubblica.
Partendo da queste situazioni di criticità, negli ultimi decenni su Ponte Lambro si sono susseguiti diversi interventi e proposte progettuali per una complessiva riqualificazione e rigenerazione urbana.
L’intervento che senza dubbio ha avuto maggior risalto è stato nel 2000 il già citato progetto di Renzo Piano per la realizzazione del Laboratorio di quartiere Unesco all’interno del comparto Gescal. Il progetto prevedeva la realizzazione di due strutture vetrate di collegamento a ponte tra le stecche più lunghe, con lo svuotamento di parte degli edifici in corrispondenza degli attacchi, perdendo alcuni alloggi centrali, per collocarvi funzioni per la collettività e un incubatore di impresa. In sostanza il progetto cercava di rimediare almeno in parte alla monofunzionalità del comparto, che già all’epoca della sua realizzazione aveva rappresentato una criticità, interrompendo gli edifici nella loro lunghezza, cercando di ricondurli a dimensioni maggiormente controllabili, e riconnettendo lo spazio pubblico. L’incubatore doveva poi essere l’elemento attorno al quale ricostruire anche il tessuto sociale del quartiere.
Anche questo intervento però non è mai stato ultimato, principalmente per una mancanza di fondi e per l’incapacità di attrarre altri interessi e risorse, anche private, che avrebbero potuto affiancare l’intervento pubblico.
All’inaugurazione degli Stati generali delle periferie nel 2000 veniva dichiarato uno stanziamento di 7 miliardi di lire per la riqualificazione degli edifici di edilizia residenziale pubblica di Ponte Lambro, dei quali 2 esclusivamente dedicati alla realizzazione del Laboratorio di quartiere. Il finanziamento ha però subito un forte ridimensionamento e di conseguenza anche il progetto Piano ha subito modifiche e ritardi. I lavori sono quindi partiti solo nel 2011 e sono rimasti incompiuti per il fallimento dell’impresa appaltatrice, creando nei fatti una situazione di ulteriore degrado, con l’inagibilità di parte dei due edifici principali, la presenza delle strutture a ponte mai utilizzate e il progressivo deterioramento delle loro parti.
Un’altra proposta dunque rimasta incompiuta, lasciando sul territorio ferite ancora aperte, con edifici abbandonati, spesso pericolanti, che per le caratteristiche tipologiche e tecnologiche, poco o nulla si prestano a un riuso, quand’anche ci fosse una volontà pubblica chiara di recupero di questi paesaggi degradati.
E così nel dicembre 2018 il Comune di Milano ha messo a bando il completamento dei lavori e la riassegnazione degli spazi del Laboratorio di quartiere per scopi sociali, ma il bando è andato sostanzialmente deserto, mancando l’interesse da parte degli operatori.
La pandemia ha ulteriormente rallentato il processo di rigenerazione del comparto Gescal, quando sembrava potesse esserci l’interesse da parte della Fondazione garagErasmus a una partecipazione pubblico-privata per realizzare posti letto per studenti Erasmus e servizi di affiancamento allo studio e orientamento al lavoro. Solo nel marzo 2021 la proposta è stata presentata agli uffici tecnici, ma nuovamente non se ne è saputo più nulla (Redaz., 2021).
La situazione di degrado si è quindi ulteriormente aggravata e l’area all’intorno è resa inaccessibile per problemi di sicurezza.
Nel frattempo si sono intraprese anche altre strade per la rigenerazione del quartiere, che guardassero oltre la riqualificazione del comparto Gescal di edilizia residenziale pubblica.
Nel 2002 è stato finanziato uno studio di fattibilità per la costituzione di una Società di trasformazione urbana tra Comune di Milano, Aler (che oggi gestisce il patrimonio Iacp), Comune di Peschiera Borromeo e Comune di San Donato Milanese. Il progetto presentato per certi versi riprendeva l’idea iniziale del Piano Peep, prevedendo un ampliamento dell’edificato verso sud-ovest, per riconnetterlo con Santa Giulia. La previsione era di insediare 6-7.000 nuovi abitanti, andando più che a raddoppiare gli abitanti insediati all’epoca a Ponte Lambro. Lo studio di fattibilità, come del resto è accaduto per la gran parte delle Società di trasformazione urbana in Italia, non ha avuto seguito.
Nel 2005 si è avuto un ulteriore finanziamento con il Contratto di quartiere “Muovere Ponte Lambro”, per la riqualificazione urbana e sociale dell’area, con l’attivazione di laboratori di quartiere al fine di accompagnare la popolazione durante i lavori, interventi di adeguamento degli edifici di edilizia residenziale pubblica, azioni rivolte alle fasce deboli della popolazione, sicurezza, formazione, integrazione, occupazione lavorativa. Gli interventi di riqualificazione edilizia proposti riguardavano, oltre al comparto Gescal in gestione a Aler, altri edifici di edilizia residenziale pubblica in via Rilke e via Ucelli di Nemi di proprietà comunale, quest’ultimo in particolare è uno dei 25 interventi denominati “case minime” presenti nel Comune di Milano. Sugli edifici comunali gli interventi hanno riguardato adeguamenti impiantistici, ridefinizione e miglior organizzazione degli spazi comuni e recupero dei sottotetti nel caso delle Case minime, con la realizzazione di alloggi duplex. Le stecche residenziali Gescal appaiono oggi ritinteggiate, con porzioni gialle, e in parte sistemate al loro interno, anche con il frazionamento di alcuni alloggi per rispondere alle mutate esigenze dell’utenza. Complessivamente però le proposte non hanno trovato una piena attuazione e non hanno portato ai risultati sperati, al contrario interventi di malintesa “personalizzazione” delle facciate hanno cancellato quel rigore razionalista e quella chiarezza volumetrica che l’intonaco bianco nobilitava (Belotti, 2010).
Si tratta nuovamente di occasioni mancate per Ponte Lambro, che pure dal punto di vista sociale può contare su diverse associazioni da tempo attive nel quartiere, anche con il finanziamento di progetti mirati. Il più recente è probabilmente “Ponti per Ponte”, la rete di quartiere attivata nel 2018 nell’ambito del progetto Ricetta QuBì[4] per sostenere le famiglie con minori in situazioni di povertà.
Il caso di Ponte Lambro è forse tra i più emblematici nell’ambito dell’area metropolitana di Milano, ma non è certo un caso isolato. Qui il problema della gestione delle periferie è stato acuito dalla scarsa attenzione dell’Amministrazione nell’individuare e risolvere quelle criticità soprattutto infrastrutturali che hanno relegato e relegano il quartiere in una enclave separata fisicamente e funzionalmente dal resto della città.
D’altra parte lo sviluppo verso sud-est di Milano come Città metropolitana non può permettersi di “dimenticare” l’identità delle sue periferie, deve al contrario saperne valorizzare le eccellenze che comunque sono presenti, costruendo un reale sistema a rete che connetta fisicamente e funzionalmente parti di città, anche a vocazione diversa, tra loro complementari.
Ponte Lambro, con i vicini quartieri Forlanini, Taliedo, Monserchio e Santa Giulia, separati dalla città dalla linea ferroviaria, rappresenta dunque ancora oggi una risorsa strategica per lo sviluppo della Città metropolitana, un territorio che dal punto di vista ambientale può vantare ancora la presenza di estese aree inedificate, oltre che del corridoio ecologico rappresentato dal fiume Lambro (Riva, 2021).
Riferimenti bibliografici
Belotti, M. (2010), Riqualificazione ambientale e urbana del quartiere Ponte Lambro in Milano, tesi di laurea in Progettazione Architettonica e Urbana, relatore Schiaffonati, F., correlatore Riva, R., Facoltà di Architettura e Società, Politecnico di Milano, aa 2009/10, sessione di luglio.
Daglio, L. (a cura di) (2021), Virginia Galimberti Antonio Scoccimarro Architetti, Maggioli, Santarcangelo di Romagna.
Redaz. (2021), “Milano | Ponte Lambro – Il piccolo borgo oltre la tangenziale”, Urbanfile. La voce delle città, blog online, 21 novembre, https://blog.urbanfile.org/2021/11/19/milano-ponte-lambro-il-piccolo-borgo-oltre-la-tangenziale/ (accesso 15 settembre 2022).
Riva, R. (2021), “Ponte Lambro e l’identità perduta”, in Castaldo, G., (a cura di), Idee per Milano, Urban Curator TAT, Milano, pp. 168-171.
Schiaffonati, F. (2014a), Il progetto della residenza sociale, a cura di Riva, R., Maggioli, Santarcangelo di Romagna.
Schiaffonati, F. (a cura di) (2014b), Renato Calamida, Marco Lucchini, Fabrizio Schiaffonati Architetti, Maggioli, Santarcangelo di Romagna.
(Estratto da: F. Schiaffonati, E. Mussinelli, a cura di, Dall’Ina-Casa alla Gescal. 15 quartieri milanesi, Maggioli Editore, 2023)

[1] Gli Stati generali sono stati inaugurati il 25 maggio 2000, con l’obiettivo di fare il punto sullo stato delle periferie milanesi, mettendo in luce i bisogni dell’utenza e le priorità di intervento per ciascuna area. L’organizzazione degli Stati generali ha visto la partecipazione dell’assessore alle Periferie Paolo Del Debbio (coordinatore), il vicesindaco Riccardo De Corato, gli assessori Salvatore Carrubba (Cultura), Maurizio Lupi (Sviluppo del territorio), Sergio Scalpelli (Sport), Girolamo Sirchia (Servizi sociali), Domenico Zampaglione (Ambiente), il presidente del Consiglio comunale Giovanni Marra e il direttore generale Stefano Parisi.
[2] Il Piano viene redatto ai sensi della legge 18 aprile 1962, n. 167, “Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree per l’edilizia economica e popolare”, per conto del Consorzio intercomunale milanese per l’edilizia popolare (Cimep). Il Consorzio era stato costituito allo scopo di coordinare le politiche insediative sul territorio di Milano e di 62 Comuni dell’hinterland. Si è trattato di un’esperienza unica in Italia per dimensione, complessità e anticipazione, che ha consentito di pianificare gli interventi, assegnare le risorse e le aree agli operatori, in un territorio vasto costituito da conurbazioni frazionate in piccole unità amministrative comunali, inadeguate, se prese singolarmente, a rispondere a una domanda di nuovi alloggi a scala metropolitana. Al Piano lavorarono sei giovani professionisti, tra cui Fabrizio Schiaffonati, che sarà poi professore ordinario di Tecnologia dell’architettura al Politecnico di Milano, e oggi è presidente dell’Associazione culturale Urban Curator TAT (Schiaffonati, 2014b).
[3] La Gescal, Gestione case lavoratori, caratterizza il secondo ciclo edilizio in Italia. Il fondo Gescal viene istituito con la legge 14 febbraio 1963, n. 60, “Liquidazione del patrimonio edilizio della Gestione Ina-Casa e istituzione di un programma decennale di costruzione di alloggi per lavoratori”.
[4] Ricetta QuBì è un progetto avviato nel 2018 da Fondazione Cariplo con il sostegno di Fondazione Vismara, Intesa Sanpaolo, Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, Fondazione Fiera Milano e Fondazione Snam. L’obiettivo del progetto è promuovere la costituzione di “reti di quartiere” tra parrocchie, cooperative sociali, associazioni del territorio e assistenti sociali del Comune di Milano, con l’obiettivo di contrastare la povertà infantile. Ad oggi sono attive 23 realtà in altrettanti quartieri della città.
