Progetti contrastati o asimmetria dell’effetto cricchetto?

UCTAT Newsletter n.92 – settembre 2026

di Daniele Fanzini

Dalla SS45 a Piazza Cittadella di Piacenza, dal Monte Crociglia a Costa Chiappona e alla diga del Brugneto, casi apparentemente diversi mostrano una sorprendente somiglianza con quanto accade a Roma, Milano, sull’Appennino e in Sardegna. Non esiste una particolare sfortuna piacentina nell’intercettare progetti discutibili, ma un meccanismo ormai ricorrente e diffuso su scala nazionale nel quale gli interessi dell’ambiente e del territorio entrano in gioco quando le decisioni sono già prese e solo come elementi sacrificabili e negoziabili.

Osservando quanto sta accadendo nella provincia di Piacenza, verrebbe quasi da pensare a una particolare forma di sfortuna nell’intercettare progetti discutibili. Tra questi una strada statale che deve certamente essere resa più sicura, ma il cui progetto di ammodernamento assume in diversi tratti caratteristiche ben più invasive di una semplice sistemazione dell’esistente, con traslazioni del tracciato, nuove viabilità, rotatorie, viadotti, opere di sostegno, consumo di suolo ed espropri. C’è poi la vicenda di Piazza Cittadella, con l’abbattimento di quindici alberi maturi nell’ambito del progetto di un parcheggio interrato naufragato e la contestazione di una sistemazione superficiale giudicata poco coerente con le esigenze climatiche contemporanee. Ci sono sette aerogeneratori alti circa 180 metri progettati sul crinale del Monte Crociglia. C’è una grande residenza privata in costruzione sulle colline di Gazzola, la cui autorizzazione nasce dal trasferimento e l’accorpamento di volumetrie rurali in un ambito di rilievo paesaggistico. C’è infine il Trebbia, che in estate soffre, mentre da decenni Liguria ed Emilia-Romagna discutono sull’acqua trattenuta dalla diga del Brugneto. A forza di sommare casi diversi si rischia di produrre soltanto un elenco di problemi locali, ma quando vicende lontane per natura, scala e protagonisti cominciano a ripetersi secondo uno schema ricorrente, allora l’elenco smette di essere tale e diventa una diagnosi.

E’ quindi possibile parlare di una maledizione piacentina per il proprio territorio? Basta allargare lo sguardo per accorgersi che Piacenza non fa eccezione, trovando vicende sorprendentemente simili. A Roma, il progetto vincitore per Piazza dei Cinquecento viene modificato durante la sua realizzazione, al punto che uno degli studi che lo aveva concepito decide di disconoscerlo. A Milano le piazze fortemente mineralizzate e prive di ombra diventano un problema discusso anche nell’ambito delle politiche climatiche comunali. Sull’Appennino parmense il progetto di decine di aerogeneratori alti oltre duecento metri mobilita l’opinione pubblica e non solo. In Sardegna il conflitto intorno ai grandi impianti energetici assume dimensioni regionali, mentre trasformazioni immobiliari in aree di enorme valore paesaggistico continuano a produrre controversie amministrative e giudiziarie.

Cambiano i luoghi, le finalità e i protagonisti (a volte il soggetto promotore è pubblico, altre volte privato), cambiano perfino le giustificazioni (sicurezza, mobilità, rigenerazione urbana, transizione energetica, recupero edilizio, approvvigionamento idrico), ma il meccanismo tende a ripetersi. Un meccanismo che potremmo ricondurre all’asimmetria dell’effetto cricchetto[1].

Asimmetria, perché da una parte troviamo interessi concentrati, immediatamente quantificabili e sostenuti da risorse economiche, tecniche, amministrative e giuridiche. Dall’altra, interessi diffusi come paesaggio, biodiversità, suolo, acqua, qualità climatica e qualità dell’abitare, ovvero beni di enorme valore collettivo che, proprio perché appartengono a tutti, dispongono spesso di una capacità negoziale sorprendentemente debole.

Effetto cricchetto, perché un progetto, una volta avviato, procede per scatti successivi. Prima viene studiato, poi finanziato, progettato, autorizzato, appaltato e infine cantierizzato. Ogni avanzamento rende più difficile quello che dovrebbe essere normale in qualsiasi processo razionale: fermarsi, verificare e, se necessario, cambiare strada.

Le piazze contro il clima: Piacenza, Roma, Milano

Piazza Cittadella costituisce un buon punto di partenza per spiegare l’asimmetria dell’effetto cricchetto, proprio perché la vicenda ha avuto un esito inatteso. Nel 2024 l’avvio del progetto del parcheggio sotterraneo comportò l’abbattimento di quindici alberi maturi e provocò una mobilitazione molto ampia. La contestazione non riguardava soltanto la perdita degli alberi, ma una concezione dello spazio pubblico nella quale verde, ombra e adattamento climatico sembravano assumere un peso subordinato rispetto alle altre esigenze del progetto.

In seguito, il quadro è cambiato radicalmente. Dopo la crisi della precedente concessione, il Comune ha ripensato la sistemazione superficiale e il progetto Arcadis, presentato il 25 giugno 2026, parla oggi esplicitamente di “foresta urbana”: trenta alberi, circa cento arbusti, oltre duemila essenze erbacee e una strategia orientata a ombreggiamento, permeabilità e riduzione dell’isola di calore. Al di là della qualità delle soluzioni proposte, ancora fortemente contestate da alcuni, il cambio di rotta è significativo: dimostra che ciò che in una fase viene presentato come conseguenza necessaria di un intervento può cessare di esserlo quando cambia l’approccio politico, amministrativo e progettuale.

Il confronto con Roma rende questa contraddizione ancora più evidente: il progetto vincitore del concorso per Piazza dei Cinquecento, selezionato nel 2021, nasceva all’interno di un bando che richiedeva esplicitamente elevati standard di sostenibilità ambientale e sociale. Il gruppo vincitore comprendeva TVK, IT’S, Artelia Italia, Net Engineering, Michela Rustici e Latitude Platform.

Nell’agosto 2026, però, lo studio IT’S ha dichiarato di non riconoscersi più nell’opera in corso di realizzazione a Roma, sostenendo di non essere stato coinvolto nelle successive fasi esecutive e contestando modifiche che avrebbero inciso proprio sui principi ambientali del progetto originario.

Milano aggiunge un ulteriore tassello. Il tema delle nuove piazze fortemente mineralizzate è diventato oggetto di discussione anche rispetto al Piano Aria Clima, con riferimento a luoghi come San Babila e Cordusio e alla necessità di aumentare alberature e ombreggiamento. Piazza Gino Valle costituisce forse l’immagine più netta di questa cultura dello spazio pubblico: grande, geometricamente controllata, quasi interamente pavimentata e fortemente esposta al sole.

Non tutte le piazze sono uguali, ma la mancanza di alberi viene spesso giustificata con le stesse mativazioni: presenza di infrastrutture di trasporto e di sottoservizi, problemi strutturali e altri vincoli tecnici reali. Ma proprio per questo la domanda interessante non è chiedersi semplicemente perché in una determinata piazza non ci siano abbastanza alberi, bensì perché, quando alberi, sottoservizi, tempi, budget e manutenzione entrano in conflitto, è quasi sempre il verde a diventare la variabile dipendente? Forse perché una superficie minerale è semplice da costruire, da contabilizzare e mantenere? Un albero richiede terreno, volume radicale, acqua, manutenzione, cure e tempo. E qui appare la prima asimmetria, o se vogliamo essere più espliciti, il primo fraintendimento: minimizzare il costo di manutenzione dell’opera non significa minimizzare il costo per la città. Il surriscaldamento, il minore comfort, la maggiore impermeabilizzazione e la perdita di servizi ecosistemici producono anch’essi costi. Semplicemente, quei costi non ricadono necessariamente sul bilancio dell’intervento. Vengono trasferiti altrove.

SS45: quando l’obiettivo condivisibile diventa la giustificazione della soluzione

La SS45 permette di osservare lo stesso meccanismo a una scala completamente diversa. Che la strada della Val Trebbia abbia bisogno di interventi di sicurezza è difficilmente contestabile. Ma condividere un obiettivo non significa necessariamente approvare qualunque soluzione venga proposta per raggiungerlo. Nel progetto di ammodernamento non si interviene infatti sempre e soltanto sul sedime esistente. In vari tratti sono previste rettifiche e traslazioni, nuove viabilità, rotatorie, nuove grandi opere di contenimento, paratie e viadotti. Il progetto ha progressivamente attraversato le diverse fasi autorizzative, finanziarie e di affidamento, trasformando una questione inizialmente aperta — come rendere più sicura la SS45? — in una questione sempre più chiusa — come realizzare questo progetto?

È precisamente qui che il cricchetto comincia a funzionare. Prima si discute della sicurezza trasformandola in un mantra irrinunciabile a prescindere. Poi si sceglie un progetto. Poi arrivano pareri e finanziamenti. Il progetto viene approvato. Si procede con gli espropri. Si svolge la gara. Si aggiudicano i lavori. Si passa al progetto esecutivo.

A ogni passaggio diventa sempre più difficile riaprire la domanda originaria: era davvero questa la soluzione necessaria per mettere in sicurezza la strada? Ogni scatto genera infatti un nuovo argomento contro il ripensamento: ormai ci sono i finanziamenti, ormai il progetto è approvato, ormai la gara è stata fatta, ormai fermarsi costerebbe troppo. Ma un progetto non diventa necessariamente migliore perché è più avanzato. Diventa soltanto più difficile da modificare.

Monte Crociglia, Parma, Sardegna: la transizione energetica e il territorio ridotto a supporto

Sul crinale del Monte Crociglia è previsto un progetto che prevede sette aerogeneratori alti circa 180 metri fortemente contestai. La contestazione non proviene soltanto dalle associazioni ambientaliste e dai cittadini, ma anche da Regione Liguria, Città Metropolitana di Genova e amministrazioni locali dell’Emilia-Romagna, che giudicano eccessivo l’impatto dell’intervento sul paesaggio appenninico. In questo caso il punto non è essere contrari all’energia eolica, ma valutare se la necessaria transizione energetica renda automaticamente accettabile qualunque dimensione e qualunque localizzazione di un impianto.

Per comprendere che non siamo davanti a una stravaganza piacentina basta guardare all’Appennino parmense. La documentazione regionale relativa al progetto del parco eolico Parma A descrive un intervento che interessa numerosi Comuni del Parmense e del Piacentino, coinvolgendo il procedimento di valutazione di incidenza per diversi siti della rete Natura 2000. E poi c’è la Sardegna, dove il conflitto intorno a eolico e fotovoltaico ha assunto dimensioni tali da produrre movimenti territoriali organizzati e uno scontro politico e normativo sulla possibilità delle comunità locali di decidere dove e in quale misura collocare i grandi impianti.

Qui emerge una seconda forma di asimmetria. Da una parte esistono indicatori semplici e immediatamente spendibili: megawatt installati, energia prodotta, tonnellate di CO₂ evitate, valore dell’investimento. Dall’altra indicatori riferiti a qualità del paesaggio, biodiversità, continuità ecologica, identità dei luoghi, turismo e qualità dell’abitare ben più difficilmente quantificabili e ben più facilmente contestabili. Da una parte numeri, dall’altra valori. Questo non significa che i primi siano irrilevanti. Significa che i secondi non possono diveltarlo soltanto perché sono più difficili da tradurre nella stessa metrica economica.

Anche la rappresentazione ordinaria dell’eolico contribuisce talvolta all’equivoco. La pala viene mostrata come un oggetto bianco, sottile e apparentemente reversibile. Ma un grande impianto significa fondazioni in cemento armato, sbancamenti, piste capaci di consentire il trasporto di elementi giganteschi, piazzole di montaggio, linee elettriche e trasformazioni del suolo che restano invisibili nella fotografia promozionale della turbina già montata.

La transizione energetica è necessaria. Proprio per questo non dovrebbe trasformarsi nell’alibi attraverso il quale aree rurali e montane vengono considerate semplice supporto territoriale disponibile.

Costa Chiappona e Costa Smeralda: quando il vantaggio sta nell’interpretazione della norma

Il caso di Costa Chiappona, nel Comune di Gazzola, introduce un’altra variante del problema. Qui non esiste nemmeno una finalità pubblica superiore dietro la quale proteggere la trasformazione. Siamo davanti a un intervento residenziale privato.

Secondo la ricostruzione pubblica della vicenda, una società immobiliare ha acquisito diversi fabbricati rurali utilizzandone la volumetria per realizzare un unico edificio di circa 700 metri quadrati con piscina e altre sistemazioni in un’area panoramica tra Val Luretta e Val Trebbia. La questione è arrivata all’Assemblea legislativa regionale che ha successivamente segnalato possibili profili di contrasto con norme e strumenti di pianificazione territoriale, chiedendo un riesame. Nel frattempo, il cantiere ha continuato ad avanzare. Il 3 agosto il Comune ha affidato un incarico di consulenza specialistica urbanistico-edilizia proprio in seguito alla segnalazione regionale. Tutta la vicenda restituisce un’immagine molto efficace dell’effetto cricchetto sostenuto dall’incertezza delle norme di riferimento.

Immagine 1: Due cantieri in territori sardi di elevato pregio paesaggistico: Li Liccioli, oggetto nel 2026 di un sequestro nell’ambito di un’indagine, e un precedente cantiere immobiliare in Costa Smeralda. Il confronto con Costa Chiappona non è giuridico ma riguarda il rapporto fra trasformazione materiale del territorio, forza dell’investimento e capacità del controllo pubblico di intervenire prima che il fatto compiuto acquisti una propria forza.

Non si sta parlando della legittimità del permesso di Costa Chiappona, ma della stessa incertezza della norma, che apre alla possibilità di interpretare a proprio vantaggio il trasferimento delle volumetrie, le norme sul recupero, le deroghe, le sovrapposizioni fra strumenti urbanistici e la frammentazione delle competenze amministrative. Conformità a una determinata interpretazione della norma e coerenza con lo scopo per il quale quella norma è stata introdotta non sempre sono necessariamente la stessa cosa.

La Sardegna offre molti esempi di conflitti analoghi, fra pressione immobiliare, pregio paesaggistico e autorizzazioni. Nel febbraio 2026, per esempio, un vasto cantiere a Li Liccioli, nel territorio di Arzachena, è stato posto sotto sequestro. Naturalmente il sequestro e l’indagine non equivalgono a una dichiarazione definitiva di responsabilità, ma mostrano quanto possa diventare complesso il rapporto tra titoli amministrativi, pianificazione e tutela paesaggistica.

In questo caso il dato interessante è il tempo: mentre le amministrazioni discutono sulle rispettive competenze, chi possiede un titolo va comunque avanti a costruire. Purtroppo, quando arriva il dubbio non si interviene più su una linea disegnata su un. foglio, ma su una collina già scavata, su fondazioni già realizzate, su capitali già investiti. Il fatto compiuto acquisisce così una propria forza negoziale.

Brugneto: quando anche tra interessi pubblici la natura arriva dopo

La diga del Brugneto è forse il caso più importante di tutti, perché elimina ogni possibile equivoco il funzionamento dell’effetto cricchetto e sul fatto che per esprimersi abbia necessariamente bisogno di un investitore privato.

Alla fine di luglio 2026 Liguria ed Emilia-Romagna hanno raggiunto un’intesa preliminare sul rilascio di quattro milioni di metri cubi all’anno di acqua dalla Diga del Brugneto verso la parte piacentina della Val Trebbia. L’accordo rappresenta certamente un passo avanti rispetto a una controversia pluridecennale, ma non è ancora immediatamente operativo, in quanto dovrà essere seguito dall’accordo di programma definitivo e dal completamento dell’iter amministrativo con i soggetti coinvolti.

Poche settimane prima, tredici sindaci della Val Trebbia erano saliti alla diga denunciando una situazione paradossale: l’acqua appariva presente nell’invaso, mentre il Trebbia a valle mostrava condizioni di forte sofferenza. Gli stessi amministratori riconoscevano la priorità dell’approvvigionamento idropotabile di Genova, chiedendo però dati trasparenti e una gestione capace di tutelare anche agricoltura, territorio ed equilibrio ambientale della valle.

La vicenda viene spesso raccontata come un conflitto tra Genova e Piacenza, oppure tra uso idropotabile e uso irriguo, ma così facendo ci si dimentica quasi del tutto un terzo soggetto importante, ovvero il fiume! L’acqua che deve rimanere nel fiume viene trattata come ciò che resta dopo avere soddisfatto tutto il resto, così come la stessa documentazione elaborata nell’ambito del Contratto di Fiume del Trebbia riconosce. Peccato che un fiume non sia una condotta dalla quale estrarre il massimo quantitativo compatibile con gli altri utilizzi, ma un ecosistema che ha bisogno di acqua per mantenere habitat, temperatura, ossigenazione, vegetazione ripariale, continuità ecologica e capacità di diluizione. Ha, in altre parole, un proprio fabbisogno.

La domanda che tutti dovremmo quindi porci dovrebbe cambiare. Oltre a stimare quanta acqua sia possibile prelevare dal Trebbia andrebbe considerata la quantità che deve rimanere nel Trebbia perché il Trebbia continui a essere un fiume. E soprattutto: siamo sicuri che l’unico modo di soddisfare i bisogni delle comunità consista nel chiedere sempre più acqua alla natura? Purtroppo, ridurre le perdite delle reti, aumentare il riuso delle acque depurate, migliorare l’efficienza irrigua, aumentare la capacità dei suoli di trattenere l’acqua, recuperare aree umide e spazi fluviali e adattare gli usi agricoli alla disponibilità reale della risorsa sono politiche meno spettacolari di una grande infrastruttura, ma agiscono sulla domanda invece di rincorrere continuamente nuova offerta. La sequenza dovrebbe essere semplice: prima risparmiare, trattenere e riutilizzare; soltanto dopo prelevare. Ma troppo spesso facciamo il contrario, anche perché è più facile restare ammagliati dal fascino delle grandi opere risolutive.

L’asimmetria dell’effetto cricchetto

Ciò che accomuna Piazza Cittadella, Piazza dei Cinquecento, la SS45, il Monte Crociglia, Costa Chiappona e il Brugneto non è una regia comune. Non serve immaginare complotti e non è necessario sostenere che ogni intervento sia illegittimo. Il meccanismo che andrebbe valutato è molto più ordinario, e proprio per questo più potente: chi ha interesse a realizzare un intervento, parte prima e si pone in una posizione di vantaggio. Studia, progetta, investe, acquisisce legittimamente diritti, incarica tecnici e consulenti, presenta istanze, attraversa conferenze di servizi, ottiene autorizzazioni, attiva finanziamenti e apre il cantiere. Chi difende un interesse diffuso arriva quasi sempre dopo: deve scoprire il progetto (il caso della SS45 è evidente), comprenderlo, reperire gli atti, trovare competenze, organizzare cittadini, presentare osservazioni, sollecitare istituzioni, mobilitare l’opinione pubblica e, quando possibile, ricorrere ai giudici. E intanto il cricchetto scatta e ad ogni scatto compare una nuova frase: il progetto è già approvato; i soldi sono già stanziati; la gara è stata fatta; il contratto è firmato; il cantiere è aperto; cambiare ora costerebbe troppo.

Così facendo, una successione di atti amministrativi finisce per acquisire la forza di una dimostrazione tecnica, ma irreversibilità procedurale e validità della scelta effettuata non sono la stessa cosa. Un progetto non diventa migliore perché è difficile tornare indietro!

E poi c’è un altro aspetto, molto importante: nei procedimenti autorizzativi la natura è sempre negoziabile e probabilmente è questa la conclusione più scomoda che attraversa tutte le vicende descritte che andrebbe smontata:

  • Nel caso della SS45, parlare di mobilità e sicurezza non vuol dire sacrificare l’ambiente e i legittimi interessi di chi vive e lavora nei luoghi di intervento.
  • Nel caso dei grandi impianti energetici, la produzione di energia rinnovabile è una necessità da valutare in rapporto ai bisogni di ambiente e biodiversità.
  • Nel caso di trasformazioni immobiliari, il diritto edificatorio e la valorizzazione economica dovrebbero considerare il diritto al paesaggio. Questo vale anche per la realizzazione di spazi pubblici come le piazze, che vivono non solo di superfici più o meno disegnate, ma di ambienti abitati nei quali le superfici, il verde e gli edifici vivono in rapporto simbiotico.
  • Nel caso di un bene irrinunciabile come l’acqua, oltre al fabbisogno umano andrebbe anche considerata la dimensione ecologica del fiume, evitando di considerare la natura come variabile negoziabile  che si può compensare, spostare, ricostruire altrove. Suolo, acqua, biodiversità, paesaggio e clima non possono continuare a essere ciò che resta dopo avere soddisfatto tutti gli altri interessi, ma dovrebbero diventare il perimetro entro il quale quegli interessi obbligati trovano una soluzione.

E allora, dopo quanto detto, la domanda iniziale trova risposta: No, Piacenza non è vittima di una particolare maledizione nell’intercettare progetti discutibili, è semmai un osservatorio particolarmente efficace di un modello molto più esteso, un sistema nel quale gli interessi forti avanzano attraverso procedure cumulative mentre quelli ambientali entrano in gioco prevalentemente per reazione. Un sistema nel quale ogni passaggio rende quello successivo più probabile e ogni ripensamento più costoso. In questo consiste l’asimmetria dell’effetto cricchetto e finché non riusciremo a spezzarla, potremo scrivere tutti i piani climatici, le strategie sulla biodiversità e le norme sul consumo di suolo che vogliamo, ma la natura continuerà a NON essere tutelata. O meglio, potrà essere tutelata a patto che non disturbi troppo tutto il resto.


[1] La formula “asimmetria dell’effetto cricchetto” è una personale interpretazione del Ratchet effects revisited: power effects and systematic bias in natural resource management di Jordan S. Rosenfeld, pubblicato su FACETS nel 2025. Rosenfeld parla esplicitamente di “regulatory ratchets” nella gestione delle risorse naturali: processi nei quali la regolazione sembra tutelare l’ambiente, ma una serie di asimmetrie e bias produce nel tempo una perdita cumulativa di capitale naturale. L’articolo sostiene, tra l’altro, che nelle valutazioni ambientali possa esservi un’asimmetria sistematica che rende più probabile autorizzare uno sviluppo impattante che bloccare erroneamente uno sviluppo innocuo.