Progetti per Milano

UCTAT Newsletter n.24 – giugno 2020

di Fabrizio Schiaffonati

È ormai chiaro che la vera criticità di ogni decisione politica è la fattibilità di quanto è stato deciso. Ogni scelta anche quanto c’è la disponibilità economica si impantana nei decreti attuativi, nelle norme, nelle procedure d’appalto, negli assentimenti, nei nulla osta, nei ricorsi, nei contenziosi, nelle carenze dei progetti. Un percorso a ostacoli in grado di stroncare ogni purosangue. Un iter sovrastato da poteri interdittivi, a volte espliciti ma anche occulti, sottotraccia, ricattatori, allusivi. In barba ad ogni trasparenza. Un vulnus per la democrazia.
Già nei lontani anni Sessanta il grande sociologo Alessandro Pizzorno lucidamente ammoniva che “tutto deve essere normato perché tutto possa essere concesso”. Una deriva a cui nessuno per ora ha messo un freno, nonostante programmi di pregressi governi, appositi ministeri, ripetuti annunci. Come anche ora con la conclamata necessità di contrastare la burocrazia. Quando si è dovuto far fronte a scadenze inderogabili (Olimpiadi, Mondiali di calcio, Expo) o a eventi catastrofici (terremoti, alluvioni), si è fatto ricorso a leggi speciali e deroghe. Una dimostrazione lampante che in regime ordinario non si è in grado di conseguire in tempi/costi/qualità risultati auspicabili.
Il problema è certamente complesso. Per affrontarlo, in ogni campo, ci vuole competenza, ma soprattutto una politica per il bene comune, di servizio senza tornaconto. Un orizzonte ora molto lontano. Ma ci sono anche tante minute azioni che dal basso potrebbero essere messe in atto per incominciare a risalire la china.

Con la pandemia molti nodi sono venuti al pettine. Innumerevoli le proposte per uscire dall’emergenza. Una crisi di tali proporzioni che sembrerebbe indurre radicali cambiamenti, negli stili di vita, per l’ambiente, la salute. La consapevolezza delle criticità delle forme di vita dell’organizzazione delle funzioni e degli spazi della città. Un esercizio su cui diversi si stanno applicando con proposte per l’abitazione e nuovi modelli urbanistici. In vero anche con quanto dimenticato di un recente passato: garden city, contenute densità edilizie, critica allo sviluppo verticale, distanziamento degli immobili, verde di vicinato, negozi e servizi di prossimità, orientamento soleggiamento areazione degli alloggi, servizi comuni di edificio. A cui aggiungere una riorganizzazione complessiva delle relazioni urbane valorizzando soprattutto la scala del quartiere (ritorna la suggestione del “borgo” e del decentramento, dopo la tanto celebrata downtown), la mobilità lenta, lo standard urbanistico diffuso. Proposte che hanno visto prontamente in campo gli stessi celebrati architetti, anche con qualche contraddizione.
Se così è, se questa sensibilità è così socializzata sembrerebbe opportuno che chi ha responsabilità di “amministrare l’urbanistica” debba esprimersi. Una prospettiva che rimanda all’ineludibile ruolo pubblico nel governo della città. Per l’interesse di tutti.
Ma ancora così non sembra. Un assordante silenzio sembra circondare chi ha responsabilità principali in tal senso. Imboccare una diversa strada dal passato, correggere la rotta, comporta una autocritica da cui i politici si tengono sempre lontani.
UCTAT da tempo esprime proposte per il miglioramento della qualità urbana. A scala cittadina, ma anche puntuali. Non solo con argomentazioni critiche ma anche con la fattibilità di progetti specifici. È la missione di una Associazione culturale che pone, tra l’altro, al centro l’analisi dei problemi con la competenza. Al di là di ogni ideologia, in controtendenza.
In tal senso nelle recenti Newsletter ha aperto un dibattito sui molt problemi, con diversi contributi. Questioni per alcuni orientamenti amministrativi improcrastinabili. Sempre che si voglia dar risposte alle urgenze anche drammatiche odierne. E che si riassumono in: una diversa strategia e priorità per il PGT; una attivapartecipazione e condivisione della popolazione e dei Municipi al processo di rigenerazione urbana; un innovativo Piano di pronto intervento di opere per le periferie.

Milano dopo l’Expo 2015 ha visto crescere gli investimenti immobiliari. Un trend significativo in una congiuntura favorevole a livello internazionale. Un rilancio del ruolo e dell’immagine della città. Risorse del mercato finanziario che si sono in primis concentrate nel Centro Direzionale e nell’ex Fiera Campionaria. Progetti celebrati anche di una nuova immagine dell’architettura della città. Icone dello star system, immemori della sua orgogliosa tradizione architettonica. Scarso lo spirito critico in una narrazione trionfalistica che oggi mostra il risvolto della medaglia. Come hanno osservato con pertinenza: Fulvio Irace (Corriere della Sera, 21/06/2020) “il re è nudo…chiuse il 90% le torri simbolo della metropoli vincente…deserti i luoghi della movida”; Elio Bosio (ArcipelagoMilano 05/06/2020 e Newsletter UCTAT n. 22 di aprile 2020); Paolo Debiaggi (Newsletter UCTAT n. 14 di luglio 2019). Si conoscono le quantità di tali investimenti ma ben poco della loro provenienza, come ha candidamente confessato il Sindaco.
La mappa è più ampia ma questi riferimenti ad indicare progetti la cui autoreferenzialità è del tutto evidente rispetto ad un ridisegno urbanistico oltre i loro confini. Enclave di una utenza del lusso, i cui benefici collettivi, oneri concessori, non si sono riverberati in paralleli progetti su zone degradate per altre utenze. Ad esempio le periferie.
La carenza cioè di una politica e di un disegno urbanistico, a cui la revisione del 2019 del PGT cerca timidamente qualche rimedio. La revisione infatti non introduce alcun disegno di scala urbanistica, liberalizzando le funzioni insediabili, indicando solo emblematicamente alcune grandi piazze come luoghi della riqualificazione dello spazio pubblico e la localizzazione di generiche Grandi Funzioni Urbane come rivitalizzazione di parti della città. Una ipotesi quindi astratta che rimanda senza specificazioni alle future attuazioni dei privati quel complesso progetto che è la trama della città. Un ulteriore disarmo della disciplina urbanistica rispetto ad una imperante contrattualistica amministrativistica.
Una vicenda che si è consumata anche nell’arco di un ventennio con il defaticante Accordo di Programma con le Ferrovie dello Stato sugli oltre un milione di metri quadrati degli Scali ferroviari dismessi. Per sortire l’effetto dell’assenza di alcun vincolo morfologico, viabilistico, infrastrutturale, lasciandone ai privati la libertà di scelta nello sviluppo dei loro progetti.
Con tutta la loro lungimiranza, certamente il più ampio disegno urbanistico dell’intera città non è il loro compito.
Lo stesso si può dire del destino delle aree dell’Expo, dopo cinque anni di non utilizzo in attesa di progetti che lentamente avanzano. Dopo ingentissimi investimenti pubblici ed altri ancora che si renderanno necessari. Tempi in contrasto con la dinamicità del presente e l’evoluzione delle future funzioni.
In una lucida intervista rilasciata da Piero Bassetti al Corriere della Sera (19/06/2020), a proposito dell’Università dice: “Bisognerà perfezionare la didattica nel nuovo rapporto spazio-mobilita-trasmissione del pensiero. Anche gli edifici diventeranno obsoleti. Succederà come per le caserme”. Una previsione che getta un’ombra inquietante sul trasferimento della Statale di Città Studi sull’area Expo. Una operazione immobiliare che sovverte un quartiere identitario del Novecento milanese, in cui è difficile rintracciare una logica se non di dar ossigeno al fallimentare investimento pubblico nelle aree dell’Expo.

Uno scenario quindi di notevoli cambiamenti di alcune parti, dove in periferia permangano i disagi accentuati dalla crisi economica e dalla mutata composizione sociale. Una questione che si ripropone di continuo con annunci a cui non fanno seguito significative iniziative. Un elenco di intenzioni fin troppo lungo, in cui è difficile raccapezzarsi: Il Patto per Milano 2016; Intesa istituzionale di programma fondi comunali e UE; Il Bando riqualificazione urbana e sicurezza delle periferie 2016; Il Piano periferie Comune di Milano 2016; Bando periferie a sostegno della rigenerazione urbana 2018; Il Piano quartieri Comune di Milano 2018-2019.
Che dire poi della vicenda Navigli? Dopo un lungo confronto con la popolazione e l’Amministrazione determinata a procedere comunque nonostante le controverse opinioni emerse dal Debat public (che peraltro non metteva in conto l’opzione zero), nel giro di qualche tempo sembra scomparso dall’agenda politica; prima ancora che il Covid non imponesse altre urgenze e priorità. Una vicenda emblematica quella dei Navigli. A tantissimi apparsa inopportuna per entità della spesa (500 milioni stimati, per altri a crescere fino a 1000), rispetto a ben altre urgenze della città. Come appunto il degrado delle periferie.

I quartieri popolari e le zone della città bisognose a Milano sono molte. Anche se con un livello di criticità ben diverso da altre città. Come emerge dalla relazione della “Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie”, che ha operato dal 2016 al 2019, con un rapporto di 700 pagine. Per Milano la “popolazione residente in quartieri con alto potenziale a disagio economico” è stata stimata nel 32,9 % e corrisponde in larga misura alle zone periferiche e ai grandi quartieri del dopoguerra. 
Un motivo per affrontare di petto la questione e indirizzare in quella direzione le risorse. 500 milioni sono una somma ingente per tante opere in grado di mutare il volto delle periferie.
I quartieri di edilizia popolare milanesi sono un atlante di grande interesse documentale della storia della città. Episodi anche insigni dell’architettura moderna. Nei più dei casi per tipologie e tecnologie ancora idonee, a condizione di una adeguata manutenzione, come per ogni bene edilizio. Il panorama invece non può non apparire sconcertante, in assenza di una tempestiva gestione pubblica, sugli immobili e lo spazio pubblico. Compreso occupazioni abusive e insicurezza.

Ritornando dall’incipit di questo scritto il problema sembra essere soprattutto una assenza di progettualità strategica. Una crisi che sembra attanagliare la decisionalità’ della Amministrazione, a cui si aggiunge la mano morta della burocrazia. Un paradosso, alla velocità di oggi in ogni campo, la regressiva lentezza della tartaruga burocratica. Un esempio: negli anni Trenta la ricostruzione del Teatro Lirico dopo un incendio fu fatta in meno di due anni; da quanto attendiamo la fine dell’attuale cantiere per la messa a norma?
Un patrimonio quello dell’edilizia popolare milanese di tutta rilevanza che se ben gestito può rappresentare una risorsa per le situazioni più disagiate e d’emergenza. Nel contempo identitario della vita e della storia dei quartieri. La struttura urbana radiocentrica di Milano identifica chiaramente i Municipi. Una margherita a otto petali. Ambiti anche omogenei per densità abitativa e mix funzionali, ognuno con una propria identità. Un ruolo del tutto sottovalutato e che invece è la chiave per raggiungere e coinvolgere i cittadini a una partecipazione attiva.

L’attuale regolamento limita il loro ruolo, con pressoché nulla possibilità nell’incidere sulle scelte urbanistiche. Criticità accentuata spesso dalla asimmetria politica col livello centrale: il che non dovrebbe essere in una dialettica democratica. Ma i Municipi sono un fondamentale presidio del territorio e un osservatorio dei bisogni e luogo dove i cittadini possono riconoscersi. Come in una città di medie dimensioni.
Ecco allora la proposta avanzata di concepire l’articolazione del PGT in sottoambiti municipali non puramente descrittivi dello stato di fatto ma per declinare una operatività urbanistica che specifichi azioni e opere da attuare. Risorse, tempi e modi di un Piano di interventi di diverse necessità: pedonalizzazioni e ZT30, manutenzione edifici pubblici, decoro spazio pubblico, verde di quartiere; e quant’altro dovrebbe attenere la cura della casa comune dei cittadini. Altro aspetto fondamentale: l’individuazione di una Grande funzione caratterizzante ogni Municipio in grado di esaltarne una singolarità attrattiva per l’intera città.
Altra proposta: riqualificare le sedi dei Municipi. Anche come immagine e visibilità di un luogo civico d’eccellenza in cui riconoscersi per l’incontro e la partecipazione politica, sociale e di intrattenimento. Un vero e proprio progetto di rifunzionalizzazione e d’abbellimento.
Nel complesso una diversa strategia dell’amministrazione, dell’urbanistica e della socialità della città.
Sono queste alcune delle proposte per volgere in positivo la crisi della gestione che da tempo attanaglia la città. Che richiede certamente anche scelte coraggiose per uscire dalla palude burocratica. Come ad esempio la individuazione di city manager in grado di sviluppare queste strategie. Negli anni Ottanta invitato a un seminario al Politecnico di Milano l’architetto Combrisson allora in questa funzione per Lione. Una città che era uscita da un lungo letargo con un Piano articolato per problemi e declinato in grandi tematiche e in centinaia di più ridotti interventi, anche minuti. Una strategia operativa che ne cambiò il volto. Ma altri più recenti progetti nelle città europee, da Nizza a Malmö, per non parlare della Capitali, indicano un ben altro respiro. Una diversa efficacia del Piano del governo del territorio.

Quartiere Feltre (1951-1961) a Milano.
Progettisti: Gino Pollini (coordinamento); Mario Bacciocchi (capogruppo); Luciano Baldessari; Ignazio Gardella; Giancarlo De Carlo; Gianluigi Giordani; Angelo Mangiarotti; Mario Terzaghi; Pier Italo Trolli; Tito Varisco Bassanesi