Quale Milano?

Oltre la politica dei proclami
UCTAT Newsletter n.93 – ottobre 2026

di Angelo Rabuffetti

C’è un paradosso strisciante che accompagna ogni stagione di campagna elettorale nella nostra città. Partiti, schieramenti e coalizioni sembrano imbrigliati in una corsa affannosa verso un unico obiettivo tangibile: la scelta del candidato sindaco. Si discute sul metodo (primarie sì, primarie no), si costruiscono tavoli di trattativa (quel partito è antipatico per cui non entra nella mia coalizione), si stilano geometriche e indefinibili alleanze. Ma sui programmi, sulle visioni concrete di governo per i prossimi cinque anni, cala un silenzio quasi drammatico.

La prassi consolidata sembra essere quella del “votatemi, poi si vedrà”, o peggio, “poi ci penseremo” (citato: Fabrizio Schiaffonati). Le proposte politiche si riducono troppo spesso a generiche enunciazioni di principio, proclami ideologici e slogan d’effetto, privi di qualsiasi indicazione su come, quando e dove quelle idee debbano poi tradursi in azioni amministrative concrete.

Questo atteggiamento non è soltanto una mancanza di stile e di idee: è il risultato della progressiva verticalizzazione della politica e del sistema decisionale, che affida al “leader” di turno la sintesi dell’intera macchina pubblica, depauperando il dibattito democratico e la preparazione tecnica e sociale necessaria per governare. Amministrare un territorio complesso come la Città Metropolitana di Milano e il Comune non è un’improvvisazione teatrale e istrionica, ma un impegno giornaliero difficile, complesso, strutturato e rigoroso, a cui si dovrebbe arrivare preparati prima di essere eletti.

Mentre la retorica della politica mette in scena il suo rituale fatto di candidature dai vertici di partito, sul campo, rimane la Milano reale. Una città sofferente, confusa, disillusa da promesse disattese e da un modello di sviluppo che negli anni ha mostrato crepe sempre più profonde. Non possiamo nasconderci dietro la patina della Milano attrattiva e internazionale, della Milano da bere e della movida. La distanza tra chi beneficia dell’attrazione economica e chi ne viene espulso si fa ogni giorno più ampia. Le forme di disagio e le sommosse che Fabrizio Schiaffonati definisce efficacemente come jacqueries urbane, non sono incidenti di percorso, né esclusivamente problemi di ordine pubblico. Sono la spia rossa di un motore in surriscaldamento che emana fumo da sotto il cofano, la manifestazione violenta ma prevedibile di un malessere sociale diffuso che non trova più canali istituzionali di ascolto e rappresentanza. Ne è la dimostrazione pratica e palese quanto è successo domenica 18 ottobre dove la pura devastazione è la parola d’ordine più appropriata. Non certo le parole quali: rivendicazioni, giustizia, equità e altre ancora.

Quando la politica rinuncia a pianificare con pragmatismo e a dare risposte reali ai problemi primari quali per esempio la casa, i trasporti, la sicurezza sociale, la coesione di quartiere, la frustrazione si accumula. Prima o poi, quella Milano dimenticata presenterà il conto. E sarà salato e violento (come volevasi dimostrare).

Di fronte a questa deriva, il nostro compito come semplici osservatori e cittadini attivi, non è quello di rassegnarci né di cedere al cicaleggio politico. È il momento di esercitare un forte spirito critico, promuovendo un cambio di paradigma rigoroso e fattivo.

Mi pongo la domanda fondamentale: per quale Milano vale la pena impegnarsi? Per rispondere, occorre fare un salto di qualità evidente rispetto alla situazione attuale. Bisogna contrapporre alla vacuità delle proposte elettorali dei veri e attuabili contributi fondati, realizzabili e spiegati capaci di muovere da analisi e dati alla mano e da casi concreti. Non abbiamo bisogno dell’ennesimo libro dei sogni e proclami come quello contenuto nella premessa al nuovo PGT: una Milano più bella e sostenibile…; abbiamo bisogno di verificare cosa sia fattibile, con quali risorse e in quali tempi.

Un programma di governo per Milano non può più limitarsi a evocare la “città dei 15 minuti” o la “rigenerazione urbana” come formule magiche. Deve dire, numeri alla mano e tempistiche alla porta, come intende affrontare, risolvere e gestire le problematiche e le emergenze reali. Un programma serio da sottoporre a un candidato sindaco non può essere un manifesto di intenti. Deve essere un patto operativo fondato su pilastri imprescindibili. Prima di tutto i numeri alla mano: indicare chiaramente le coperture di bilancio, le risorse disponibili e le priorità d’investimento. Ci sono i soldi? I privati possono e vogliono concorrere? E in quale percentuale? A seguire le tempistiche precise dove devono essere definiti cronoprogrammi certi per la realizzazione di ogni intervento, rendendo il governo cittadino verificabile mese per mese. Quando arriveranno i soldi? Infine mostrare non solo cosa si vuole fare, ma come la macchina burocratica e il tessuto urbano siano in grado di sostenerlo.

La forza della nuova proposta risiederà nella capacità di partire dal basso e dal concreto. Non serve inventare macro-teorie; serve analizzare l’esperienza vissuta e gli elementi circoscritti della vita quotidiana milanese. È l’esperienza vissuta, è dove la realtà quotidiana dei cittadini si fa incolmabile e, a mio modesto avviso, sono tre temi su cui si gioca la vivibilità di Milano: casa, periferie, trasporti. Su questi tre pilastri si misura il fallimento dei proclami generici e si evidenzia l’urgenza di un approccio pragmatico.

La casa

A Milano, e non solo a Milano, l’emergenza abitativa non è più una questione ristretta alle fasce di povertà estrema: è una crisi sistemica che sta espellendo il ceto medio, i pensionati con la pensione minima e le giovani famiglie. Con canoni medi negli affitti privati che superano ormai i 22 euro al metro quadrato (1.000 euro al mese per un bilocale da 50 mq), la spesa abitativa assorbe spesso oltre il 60% del reddito netto di chi lavora. In parallelo, il patrimonio di edilizia residenziale pubblica conta decine di migliaia di alloggi, di cui troppi restano sfitti o inagibili in attesa di ristrutturazioni interminabili.

Cosa chiedere al futuro Sindaco? Obiettivi numerici certi sul patrimonio pubblico, un piano straordinario di riqualificazione con un cronoprogramma per la messa a bando di almeno 2.000 alloggi sfitti all’anno e un’alleanza tra patrimonio comunale e regionale (ALER) che superi le contrapposizioni politiche e che assieme, in una sorta di joint venture o fusione aziendale e evitando il metodo dello “scaricabarile”, possa concretamente affrontare con decisione il problema casa.

Periferie e quartieri

Parlando di quartieri come San Siro, Corvetto, Giambellino, Quarto Oggiaro o Lorenteggio, la politica tende ad alternare due narrazioni opposte: da un lato il racconto patinato dei “progetti di rigenerazione”, dall’altro la cronaca nera di fatti delittuosi accaduti. Le periferie soffrono la scomparsa dei presidi territoriali: chiusura dei piccoli negozi, tagli ai servizi sociali di quartiere, scarsa manutenzione dello spazio pubblico e assenza di luoghi di aggregazione giovanile. La sensazione di abbandono è il primo combustibile per la tensione sociale e per quelle sommosse urbane recenti che riflettono la perdita di fiducia nelle istituzioni.

Cosa chiedere al futuro Sindaco? Presidi sociosanitari e culturali di quartiere, la riapertura di spazi comunali dismessi quali: doposcuola, sportelli di orientamento al lavoro, assistenza agli anziani, decentramento reale delle risorse direttamente ai Municipi, vincolata alla manutenzione straordinaria di strade, illuminazione e verde pubblico nei quartieri periferici.

Trasporti e mobilità

La politica della mobilità degli ultimi anni si è concentrata prevalentemente su misure sanzionatorie o restrittive in centro, ma la vera sfida è la connessione tra il semicentro, la periferia e l’hinterland. In atre parole: non esista solo l’area C!

Cosa chiedere al futuro Sindaco? Prima di tutto il potenziamento del trasporto di superficie perimetrale e accordi più stretti tra ATM e Trenord (anche in questo caso Joint venture e non scaricabarile o contrapposizione di colore politico), un piano di corsie riservate e frequenze maggiori anche fuori dal centro. Inoltre, integrazione tariffaria e maggiore pubblicità ai parcheggi d’interscambio che, anche se applicano tariffe agevolate, non sono conosciute dagli automobilisti che provengono dall’hinterland milanese.

Cosa pensate: mi trovo nel mondo dei sogni e delle favole?

Milano maggio 2023, Dall’alto, foto di LUMINA