Qualità dei modelli residenziali

UCTAT Newsletter n.72 – novembre 2024

di Duccio Prassoli

La natura della città è quella di espandersi. Finché la città rimaneva racchiusa da una cerchia di mura, si può affermare – generalizzando – che i centri urbani crescessero parallelamente alla concentrazione di abitanti e volumi entro limiti ben definiti o comunque difficili da espandere. È solo in un periodo tutto sommato recente che le modalità insediative hanno assunto forme differenti, vertendo – con alterna fortuna – verso l’idea di città diffusa a discapito di quell’idea di città compatta insita nel genoma urbano. Certamente, la maggior prova di ciò è osservabile negli sviluppi delle grandi città italiane nel secondo dopoguerra quando una delle principali priorità dell’epoca risiedeva nella necessità di ricostruire una gran numero di case per chi non ne aveva più una o per chi, invece, dalle campagne si stava muovendo in cerca di lavoro verso i poli più industrializzati. Tale condizione, infatti, ha dato avvio a una serie di sperimentazioni che hanno visto come espressione costruita una serie di variazioni sul tema dell’abitare collettivo. Nell’area metropolitana di Milano sono diversi i complessi abitativi che, assumendo differenti concentrazioni insediative, hanno sviscerato il tema della ‘casa’ definendo in maniera più o meno organica rispetto al tessuto urbano consolidato, nuove parti di città. I progetti dei BBPR come il quartiere CECA a Sesto San Giovanni (1951) o il complesso abitativo di via Alcuino (1952), gli interventi di Arrigo Arrighetti e Vittorio Gandolfi che toccano i temi della grande dimensione, così come le tante realizzazioni che troviamo ai margini del capoluogo lombardo (dal quartiere Feltre al quartiere Harar), raccontano un modo di fare città tipico del professionismo colto meneghino di quegli anni.

Sempre attuando una generalizzazione, si potrebbe dire che l’approccio alla questione residenziale abbia proteso – in base alle condizioni e alle possibilità in mano alla committenza – verso una duplice espressione: quella della grande dimensione abitativa e quella che invece ha promosso la produzione di modelli insediativi con una minore concentrazione di abitanti. Se quest’ultima può essere intesa come modello adottato nella città diffusa (che oggi impone una saturazione incerta e dilagante sul territorio), la prima, invece, si può considerare come un modello stigmatizzato che non trova forme di emulazione nel periodo recente.

L’architettura residenziale della grande dimensione, che in Italia ha visto la sua produzione in casi emblematici come il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, Rozzol Melara a Trieste o la cosiddetta Diga di Begato a Genova, oggi rappresenta un modello abitativo la cui stagione si è conclusa negli anni ’90. Nata dall’idea lecorbuseriana di monumentalizzazione della residenza, connotazione che prima dell’Unité d’Habitation era riservata quasi esclusivamente alla ‘casa del re’ o più in generale delle nobiltà, durante il XX secolo e in particolare nel secondo dopoguerra ha assunto agli occhi dei progettisti i caratteri risolutivi necessari per far fronte al problema dell’abitazione. Capace di fornire – in un’unica entità architettonica – un gran numero di alloggi, in spazi relativamente ristretti (se equiparati a quelli necessari per la realizzazione di forme insediative più diffuse sul territorio) e in tempi ridotti, l’idea della megastruttura può essere intesa come un modello ricorrente nelle periferie italiane. Modello, come detto, a cui oggi viene associato – indebitamente – un giudizio negativo socialmente condiviso che si costituisce sulle tante storie sfortunate che hanno preso atto in alcuni dei complessi sopra citati.

La diffidenza verso tali realtà architettoniche, dopo gli anni ’90, ha fatto sì che i progettisti si orientassero verso nuovi modelli di città caratterizzati da una minore densità abitativa e da inevitabili, maggiori consumi di suolo. Viene oggi da chiedersi, in un evidente scenario di crisi climatica, quale sia però l’effettivo gioco di forza che quegli edifici tanto condannati esercitano sull’abitante e se non sia forse il caso di rivalutarne il loro utilizzo. Può effettivamente l’edificio in sé essere causa degli eventi che accadano al suo interno? Oppure, più plausibilmente, questi ultimi sono legati a condizioni sociali non demandabili alla figura dell’architetto?

Una riflessione di questo genere meriterebbe oggi una certa attenzione. Non tanto per rievocare forme architettoniche erroneamente criticate, quanto più per far fronte alle esigenze del nostro tempo. Così come durante il secondo dopoguerra la priorità era la costruzione di nuove abitazioni e su di esse vertevano gli sforzi dei progettisti, la sfida contemporanea – la salvaguardia del pianeta – impone l’utilizzo di modelli insediativi sostenibili. Una triplice sostenibilità che, oltre all’aspetto ambientale, deve tener conto di condizioni economiche e sociali. In tal senso l’architettura della grande dimensione, che in passato veniva adottata in virtù della sostenibilità economica che poteva raggiungere attraverso la sua modularità delle parti e un minor utilizzo del suolo, oggi può rivelarsi come un valido modello per far fronte alle sfide contemporanee. Da un punto di vista ambientale una maggior concentrazione di grandi volumetrie implica infatti una riduzione delle aree impermeabilizzate, una minor quantità di superfici esposte, la possibilità di avere maggiori efficienze degli impianti e di ridurre tutte quelle voci di consumo dell’ambiente urbano legate all’antropizzazione del territorio. In maniera analoga, da un punto di vista economico, sia per il privato che per l’amministrazione vengono a ridursi le spese annue che, se per il cittadino si riassumono in spese di gestione ordinaria relative all’edificio, per l’amministrazione comunale si condensano in minori spese di controllo della città (forze dell’ordine, manutenzione delle strade, illuminazione, etc..).

È infatti su quella serie di economie di scala, insite negli edifici dell’alta densità abitativa, che si possono porre le basi per immaginare quella naturale espansione della città con cui si è aperto il testo. Un’espansione che può proseguire secondo il modello attuale di città diffusa, con tutte le implicazioni che esso comporta, oppure manifestarsi attraverso un cambiamento sistemico, capace di rappresentare una matura e coerente espressione del periodo contemporaneo.

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