Ricomincio da tre

UCTAT Newsletter n.87 – MARZO 2026

di Andrea Bosio

Con sempre maggiore frequenza, trattando dell’urbanistica di Milano, ci troviamo ad affrontare la questione della Città metropolitana e con essa, soprattutto se chi la evoca ha vissuto come protagonista o semplice spettatore il confronto urbanistico sviluppatosi nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso, la vicenda del Piano intercomunale milanese e dei suoi progetti per una nuova dimensione e una diversa qualità urbana.

Quelli della città metropolitana e dell’ente intermedio di pianificazione e programmazione sono stati temi, anche concreti esperimenti, che hanno fornito grande materia per il progetto della futura metropoli milanese, un progetto di cui possiamo fissare la data di nascita nel 5 novembre 1961, giorno in cui i sindaci di 35 comuni della provincia di Milano riuniti a Palazzo Marino riconobbero “la necessità di procedere di comune accordo e in piena collaborazione la necessità di un Piano intercomunale che rappresenti un assetto organico e razionale del territorio da essi rappresentato”.

Di questo progetto, purtroppo, conosciamo anche la data della sua cancellazione, il 4 maggio 1981, quando viene pubblicata la legge numero 23 con cui la Regione Lombardia Regione Lombardia abroga la precedente legge numero 52 del 15 aprile 1975 che istituiva gli Organismi e Consorzi comprensoriali, decidendone la soppressione e il conseguente trasferimento delle loro funzioni alle province. Province che soltanto sei anni prima erano considerate un istituto destinato a essere abrogato.

I comprensori della Lombardia furono un esperimento intrapreso, forse, senza un necessario approfondimento, sull’onda della convinzione che la Regione da pochi anni istituita costituisse motore di innovazione anche degli aspetti riferiti al governo delle aree metropolitane, recuperando l’esperienza maturata con il Piano Intercomunale Milanese (PIM). L’esigenza indifferibile di pianificare la crescita e le trasformazioni di Milano e del suo hinterland rendevano quasi naturale trasformare una associazione di comuni come il PIM in un organismo comprensoriale destinato a sostituire la Provincia, dando avvio alla concreta sperimentazione di quei modelli di governo del territorio che erano stati precedentemente studiati e dibattuti in convegni come quello di Stresa del 1962 sul tema della città-regione e nonché  approfonditi nelle pubblicazioni di istituti come l’Ilses (Istituto Lombardo per gli Studi Economici e Sociali) e di case editrici quali Marsilo e Dedalo che nei decenni Sessanta e Settanta dedicarono a questo argomento particolare attenzione.

Negli anni Sessanta e per gran parte del decennio successivo, sussistono a Milano le condizioni per dare sostanza a un progetto metropolitano che interessi la quasi totalità dei comuni della provincia (compresi Monza e la Brianza). Ancora una volta, un quadro illuminante dei caratteri strutturali e dei fenomeni sovrastrutturali ci viene offerto dalla ricerca su Milano, condotta per l’intero arco degli anni Sessanta, dal geografo Etienne Dalmasso dove troviamo descritte le condizioni, economiche, sociali, culturali che rendevano improcrastinabile e soprattutto praticabile l’adozione di un piano urbanistico di vasta area.[1]

In quegli anni, tra le risorse a disposizione del pianificatore la principale era senza dubbio la quantità ancora rilevante di territorio non edificato. Una disponibilità da intendersi non come occasione per la speculazione edilizia e per lo spreco di spazio, come purtroppo accadde in anni successivi, bensì per prefigurare, nelle condizioni date, il modello migliore di città metropolitana. Soltanto in presenza di un paesaggio urbano non ancora densificato, dove la campagna coltivata fungeva da connettivo tra i nuclei urbani venne reso possibile al PIM proporre, nel 1965, un progetto di città policentrica, lo Schema a turbina di De Carlo, Tintori e Tutino dove il decentramento delle più importanti funzioni avveniva assumendo il territorio agricolo come elemento consustanziale del sistema urbano. Anche la proposta alternativa presentata sempre dal PIM, il progetto di sviluppo lineare di Bacigalupo, Corna Pellegrini e Mazzocchi, si poneva l’obiettivo di strutturare una direttrice urbana non ancora compromessa dal continuo edificato.

A partire dagli anni culmine del boom economico abbiamo assistito a un processo di costante trasformazione della struttura produttiva ed economica del Paese. Si pensi alla grande industria: scomparso il settore della chimica, il cui sviluppo aveva portato al conferimento del premio Nobel a Giulio Natta; si osservi la lenta agonia delle acciaierie Ilva, plastica rappresentazione della fine della fine di quella industria siderurgica pubblica che con i complessi dell’Italsider aveva innervato l’economia italiana da Genova a Napoli, da Piombino a Taranto, arrivando a occupare 90.000 dipendenti. Anche la riorganizzazione del sistema produttivo fondata su un modello d’impresa diffuso e indirizzato a premiare le preesistenze e le vocazioni territoriali, quello dei Distretti produttivi, di cui possiamo trovare una approfondita descrizione nell’inchiesta condotta nel 1992 dai giornalisti del quotidiano economico Il Sole 24 ore, si è rivelata inadeguata a fronteggiare una economia globale in continua espansione.[2] Per quanto concerne l’urbanistica e il regime dei suoli, dobbiamo prendere atto che proporre oggi una legge come la 865 del 1971, che commisurava che l’indennità d’esproprio dei terreni al loro valore agricolo, suonerebbe oggi come una istigazione all’eversione.

Delle vicende cui si è fatto cenno e della tensione culturale e politica che le accompagnò è importante conservare memoria, proteggendo e custodendo gli elementi positivi che quell’impegno produsse e che ancora resistono. Uno di questi elementi è il patrimonio di case in affitto, di proprietà pubblica o delle cooperative di abitanti che ancora resiste alle tentazioni e sollecitazioni di frazionamento e vendita, sostenendolo anche con il ricorso a risorse finanziarie pubbliche pur di impedirne la dissoluzione. Della perdita di altre conquiste è necessario, purtroppo, farsi ragione operando per riconquistare diritti che in tempi non troppo lontani venivano dati per scontati e che, invece, quasi inavvertitamente sono stati erosi. Un esempio illuminante è quello del diritto a ottenere una abitazione, in affitto o in proprietà, a un costo sostenibile. Cosa non più possibile in una città come Milano dove l’incremento esasperato dei valori immobiliari preclude l’accesso alla proprietà e frequentemente anche all’affitto a nuclei famigliari che dispongono redditi da lavoro che in altre città sarebbero considerati congrui.

Cosa fare, dunque, se non impegnarsi per rifondare la pratica del progetto e del governo della città partendo da ciò che di positivo si è riusciti a salvare, ricominciando, come diceva il personaggio di Massimo Troisi, da tre. Smascherando e sconfiggendo tutte le furbizie dispiegate per giustificare con raffazzonate motivazioni sociologiche operazioni immobiliari e progetti urbanistici palesemente concepiti per privilegiare gli interessi della speculazione.

Si potrebbe cominciare con chiedere una convincente spiegazione del perché, e sulla base di quali approfonditi studi, in un certo momento il Regolamento edilizio del Comune di Milano abbia consentito la realizzazione di spazi abitativi di superficie inferiore a quella indicata nei regolamenti degli altri comuni della Città metropolitana. Forse perché, a seguito di improvvisa illuminazione, con l’eventuale incoraggiamento degli agenti immobiliari, Milano abbia colto prima di altre amministrazioni il desiderio dei cittadini di abitare uno spazio più piccolo, più raccolto, più “ergonomico”? Oppure – più credibilmente -perché il modo di abitare delle persone e lo spazio loro concesso viene ormai deciso dai gruppi immobiliari, senza che da parte della pubblica amministrazione vengano sollevate riserve o siano quantomeno espressi dubbi e interrogativi. Da qui a un anno a Milano si terranno le elezioni amministrative. Sarebbe importante che Giuseppe Sale concludesse il suo mandato ricordando di essere anche Sindaco della Città metropolitana. Promuovendo (perché no?) un serio studio sui modi di abitare questo territorio unico e speciale, individuando uno standard residenziale omogeneo per tutta la città metropolitana, anche soltanto in modalità provvisoria con l’impegno di affidare a studi e ricerche successivi possibili e ragionate modificazioni. (uno)

Una scelta necessaria, dettata oltre che dalla opportunità di definireuna uniformità di comportamento nell’adempimento delle funzioni amministrative sarebbe quella di stabilire chiare modalità di applicazione di leggi e norme nazionali e regionali in materia urbanistica ed edilizia, vincolanti per tutti i comuni della Città metropolitana e tali da permettere di evitare difformità di trattamento, generalmente prodotte da interpretazioni soggettive e mai sottoposte a una aperta valutazione. Se a suo tempo questo principio, di buon senso ma anche di correttezza amministrativa, fosse stato applicato non avremmo assistito alla interpretazione creativa e talvolta temeraria delle leggi urbanistiche compiuta dagli uffici comunali di Milano e al conseguente clamore giornalistico. Molte persone avrebbero evitato dispiaceri giudiziari e non sarebbe stato necessario aggrapparsi al salvagente, poi rivelatosi inutile, del fantasioso decreto legge volto a formulare nuove ”disposizioni d’interpretazione autentica in materia urbanistica ed edilizia”, meglio conosciuto come decreto Salva Milano. (due)

La possibilità per tutti gli abitanti di accedere ai servizi pubblici, sanità, istruzione, cultura in misura e condizioni uguali costituisce uno dei caratteri costitutivi della Città metropolitana. Questa condizione di uguaglianza la si costruisce anche con un trasporto pubblico efficiente, in grado di consentire una facile accessibilità da quartiere a quartiere, da comune a comune, senza differenza di costo. Un provvedimento da non leggersi esclusivamente per le implicazioni economiche ma perché questa condizione egualitaria è necessaria per fare crescere l’irrinunciabile sentimento di appartenenza alla città estesa. Con buona pace di queste considerazioni, oggi, nei 133 comuni della città metropolitana milanese il prezzo del viaggio è determinato dalla distanza dei centri “minori” da Milano.

Se la scelta di differenziare le tariffe del trasporto pubblico in funzione della distanza da percorrere può trovare spiegazione, seppur miope, in considerazioni economiche, nessuna giustificazione è dato concedere all’assurda imitazione imposta all’abbonamento agevolato riservato ai senior (termine elegante per indicare le persone di età superiore ai 65 anni e ai pensionati con età maggiore di 60 anni). Con un piccolo vincolo di orario, una persona residente in Milano che rientra in questa fascia d’età può acquistare a prezzo ridotto un abbonamento che gli consente di utilizzare tutti i mezzi pubblici di trasporto, limitando tuttavia gli spostamenti entro i confini amministrativi della stessa Milano. Una persona di uguale età residente in un comune metropolitano che non sia Milano non può fruire di questa “agevolazione”: a lui è riservato un abbonamento a prezzo ridotto unicamente presentando la documentazione che certifichi una determinata (bassa) soglia di reddito. Quasi che la libera circolazione di persone diversamente giovani nella metropoli potesse cagionare un insostenibile sovraffollamento dei mezzi pubblici o, peggio, imponesse la necessità di prestare soccorso a torme di anziani sperduti in territori sconosciuti.

Informazione: nella Città metropolitana di Genova, con un’unica tariffa è possibile collegarsi da un estremo all’altro dei confini amministrativi, ad esempio da Cogoleto a Moneglia che distano tra loro circa 90 chilometri. La regola vale anche per gli abbonamenti a prezzo ridotto over 70, i cui possessori possono beneficiare senza nessuna limitazione della bellezza e del clima della Riviera ligure. (tre)


[1] Dalmasso Etienne, Milano capitale economica d’Italia, Franco Angeli, Milano, 1972

[2] Moussenet Marco e Paolazzi Luca (a cura di), Gioielli Bambole Coltelli. Viaggio del Il Sole 24 ore nei distretti produttivi italiani, Il Sole 24 ore Libri, Milano,1992