UCTAT Newsletter n.89 – maggio 2026
di Fabrizio Schiaffonati
Caro Angelo,
ti scrivo perché ho letto con molto interesse il tuo articolo dove parli della lezione di Piano, al Politecnico dove si trova la sua Fondazione, alla presenza del Presidente Mattarella. Lungi da me ogni polemica, soprattutto nei tuoi riguardi per il tuo modo di parlare di architettura con competenza e pertinenza. Ti leggo sempre con interesse perché non ti accontenti di generiche osservazioni, andando oltre l’apparenza per scoprirne aspetti non evidenti e contestualizzare le opere in una più ampia analisi. Intendo dire su vari aspetti della complessità dell’architettura, che non è una semplice opera d’arte assommando molteplici attività dove l’architetto non è che la punta di un iceberg. Un po’ come un direttore d’orchestra che può essere bravo quanto si vuole ma che per dimostrarlo gli sono indispensabili strumentisti di valore.
Andando indietro nel tempo quando indirizzai le ricerche e la didattica su “La produzione del progetto”, – una definizione entrata nel linguaggio della mia disciplina di Progettazione tecnologica dell’architettura di che sono stato forse il primo a formulare, per assimilare il progetto a una attività dove non è sufficiente l’ideazione di una persona con la necessità di altre collaborazioni, con azioni coordinate, appunto come in una catena produttiva, anche se non di montaggio. Per questo parlavo di management e scrissi Progetto e decisione, e poco dopo Produzione e controllo del progetto dove vengono analizzati i nuovi modelli organizzativi delle società di progettazione, con l’esempio di un’opera complessa di Vico Magistretti “ingegnerizzata” da una di quelle società. Per questo parlando del lavoro dell’architetto, chiudevo le mie lezioni proiettando la slide con Toscanini sul podio della Scala ricostruita.
Tornando alla lezione di Piano non ti nascondo che ho provato un certo imbarazzo, per un certo tono che mi è parso come se lui facesse la lezione al Presidente, uomo cortese e accorto di grande equilibrio nel mondo delle tenzoni politiche, con la postura di un democristiano doc abituato ad ascoltare, ponderare e poi indicare una rotta prudente nei flutti della politica. Il suo intervento pacato mi è sembrato quindi garbato, con una punta d’ironia nel suo sorriso e con l’esperienza di uno che ne ha viste di cotte e di crude, facendone tesoro.
Ma potrei sbagliarmi invece sul tono e sul contenuto delle argomentazioni di Piano, perché forse quella mia impressione potrebbe venire da un riflesso condizionato di tempo addietro.
Ero stato delegato dal rettore a rappresentarlo, il 21 marzo del 2001, alla presentazione della ricerca promossa da Umberto Veronesi, ministro della sanità del Governo Amato, per “Il Nuovo Modello di Ospedale” che veniva “presentato alla massime autorità istituzionali nell’auditorium del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, dal Ministro della Sanità, professore Umberto Veronesi e dall’architetto Renzo Piano”. Era il risultato dello studio di una commissione di 15 esperti, promossa dal ministro per proporre un prototipo di ospedale per le nuove esigenze sanitarie. I risultati erano raccolti in uno snello book di 24 pagine prevalentemente di disegni e legende, e che era stato distribuito; i virgolettati sono come lì riportati.
Il riflesso condizionato derivava dal contrasto che allora mi aveva colpito tra il modo con cui le autorità intervenute, tra cui i Presidenti di Camera e Senato, si erano rivolte al Presidente Ciampi salutandolo con deferenza, secondo un protocollo che non è solo formalismo ma di educazione istituzionale, e l’intervento in chiusura di Piano. In jeans e senza cravatta, senza esordire con un saluto al Presidente, iniziò a commentare le slide che venivano proiettate, le stesse immagini del book. Fui stupito da quella sua postura, lui sempre rispettoso ed elegante. A distanza di tempo coi suoi successi, vedendolo in filmati e leggendolo in interviste in cui esprime con decisione le proprie opinioni, mi son chiesto se Piano sia timido o no. Non sembrerebbe, ma non è detto.
Durante quella presentazione al Presidente Ciampi, più volte usò il termine “metaprogetto”. Ero con Roberto Palumbo, preside a Roma, e Romano Del Nord il più autorevole propugnatore dell’approccio metaprogettuale, ben diverso da quello per modelli come era invece del progetto di Piano.
Palumbo e Del Nord erano progettisti di strutture sanitarie a partire proprio dalla logica metaprogettuale, a loro volta consulenti di Ministeri e promotori di un Centro interdipartimentale sull’edilizia sanitaria. Tra l’altro Del Nord con Felli e Andreucci, compagni di studio, aveva progettato l’ospedale Mayer a Firenze, una struttura d’eccellenza, e Palumbo era consulente dell’ASL di Roma.
Ci guardammo negli occhi sconcertati, anche perché Piano in altre occasioni diceva di essere stato assistente di Giuseppe Ciribini in un corso promosso da Belgiojoso sulla progettazione integrale, in un programma di corsi la cui frequenza era libera e non comportavano nessun esame, nello spirito di una Universitas studiorum di una comunità aperta e non di una eburnea accademia. Anche Umberto Eco vi insegnò semiologia e la fenomenologia husserliana, che io frequentai. Ciribini aveva introdotto la metaprogettazione come analisi sistemica, esigenziale e prestazionale, delle tipologie edilizie, approfondita da Alberto Magnaghi, suo allievo a Torino, nel fondamentale testo del 1978 L’organizzazione del metaprogetto.
Peraltro la contraddizione tra “modello” e “metaprogetto” è plateale in copertina del book dove compare in grande il titolo Nuovo Modello di Ospedale, con sottotitolo “Meta-progetto planivolumetrico e tridimensionale”. O l’uno o l’altro, perché sono due approcci del tutto diversi.
Piano non l’avevo più rivisto da quando appena laureato partecipai ad alcuni incontri promossi da Riccardo(?) Foni nel suo studio in via Valvassori Peroni, per formare un gruppo per partecipare al concorso per il Municipio di Amsterdam. C’era anche Piano, perché lo studio di Foni era stato il luogo d’incontro di altre figure di spicco delle leadership studentesca, lo ricordo attento e riflessivo e non mi sembra prendesse la parola nelle nostre vivaci discussioni.
Così accadeva allora, con gli studenti che si aggregavano per interessi e affinità, trovando un luogo con la parvenza d’uno studio che faceva sentire già architetti anche se con i pantaloni corti. Così anche la mia storia con, tra gli altri, Epifanio Li Calzi, Laura Grizziotti, Pietro Salmoiraghi, Renato Calamida, Marco Lucchini, Marco Simonazzi, e Nicola Righini. Eravamo una decina e pagavamo un modesto affitto per un ampio seminterrato proprio sotto lo studio del padre di Nico, il noto architetto Mario Righini.
Non ricordo di aver scambiato qualche parola con Piano da studenti, lui di quattro anni più di me ma io avevo bruciato le tappe. Lo ricordo anche in occasione della sua tesi di laurea in attesa di entrare per la sua dissertazione, con la moglie che lo ascoltava ripetere alcuni concetti che avrebbe detto. Quindi sempre molto preparato, e “sul pezzo” come si suol dire.
Agli esami di laurea andavamo per vedere e capire, con una commissione composta dai pochi professori ordinari, figure di primissimo piano come Belgiojoso, Albini, De Carli, Bottoni, l’urbanista Dodi (tra gli estensori della legge urbanistica del 1942), il matematico Masotti, e lo strutturista Sacchi. Non ho mai visto genitori e tantomeno ridicole coroncine d’alloro, che già l’engagement degli anni Sessanta ci aveva portato a seppellire cappelli e papiri goliardici.
Poi il tempo volò nell’entusiasmo di allora, senza alcuna difficolta a entrare nella professione. A distanza di quasi vent’anni contattai Piano per chiedergli di tenere una lezione nel Dottorato che avevo promosso in “Progettazione tecnologica dell’architettura”, e per chiedergli anche la disponibilità a tenere un corso come visiting professor, figura appena istituita con l’entrata in vigore dei dipartimenti. Mi rispose con una lettera cortese in cui declinava l’invito per i numerosi impegni, indicandomi un suo stretto collaboratore che sarebbe venuto a illustrare alcuni progetti del suo studio.
Era diventato noto per essersi associato con Richard Rogers nel concorso vinto del Beaubourg, nel cui studio era stato subito dopo la laurea. C’era anche nel gruppo vincitore il dimenticato Gianfranco Franchini. Rogers, di quattro anni più vecchio, era già una star nella fucina londinese dell’High Tech dell’avanguardia architettonica, come ad esempio gli Archigram, di cui il Centre Pompidou è una esplicita espressione.
A dire il vero non fu l’ultima volta che vidi Piano dopo le riunioni presso lo studio di Foni.
Era il 1983 o 1984, in vacanza a Capraia verso sera camminando sul molo lo vidi scendere dalla sua notevole barca. Non mi avvicinai, come capita talvolta senza un perché, per salutarlo. Forse in vacanza volevo staccare la spina o non essere di disturbo a chi dopo una attraversata non vede l’ora di mettere un piede a terra ed entrare in un ristorante. Lui non mi vide, e così fece.
Caro Angelo, come vedi l’ho presa alla larga, ma per spiegare che su Piano non ho pregiudizi e che per i trascorsi personali ho seguito con attenzione la sua ascesi nell’olimpo dell’architettura. Ma con una attenzione critica che ritengo doverosa per avere studiato per tutta la vita l’architettura e averla praticata; senza alcun dubbio in sedicesimo rispetto a lui, non sul proscenio, ma come di tanti altri attori di secondo piano.
Vengo quindi ad alcune contraddizioni, che a me paiono esplicite.
Quando il suo collaboratore tenne la lectio al Dottorato, illustrò dettagliatamente il progetto di un villaggio turistico nella Baia di Sistiana prossima al Promontorio di Miramare col Castello asburgico dell’arciduca Ferdinando e della moglie Carlotta, immortalati dal Carducci in una famosa ode in cui parla del loro tragico destino. Una località nel golfo di Trieste, nel contesto di una riserva marina con una protezione integrale delle rive e dell’entroterra. Un luogo fragile, con la sua bellezza naturale tra le onde e la verzura.
Il progetto del villaggio si sviluppava sui ripidi declivi della Baia, in una cascata di costruzione fino al bordo del mare, una densità che le prospettive, non c’erano ancora i rendering, cercavano di mitigare (più appropriatamente si dovrebbe dire di nascondere), con pergole e strutture in legno con rampicanti a far ombra. Ma quello che mi tramortì, fu una piscina galleggiante nel mare con una struttura mobile che ne consentiva all’occorrenza la copertura. Manco fossimo nei Caraibi con tifoni e squali!
Eravamo già con le direttive europee che porteranno alla Istituzione del Ministero dell’Ambiente, alla Valutazione d’impatto Ambientale, ai Piani Paesistici con la tutela in particolare dei fiumi e delle coste. C’era, non solo nel legislatore, l’attenzione per le criticità ambientali comportate dalle politiche dei decenni precedenti. Per fortuna il progetto di Sistiana non mi risulta realizzato.
Facendo un salto di vent’anni nel 2003, vado ora al progetto Mareterra su una penisola artificiale, “strappando aree al mare”, di ben sei ettari e che amplia il territorio del Principato di Monaco. Lì è stato costruito un quartiere, definito fantasiosamente “galleggiante”, di superlusso con interventi firmati “dai più grandi studi globali”. Il progetto è firmato da Piano e su Domus si legge: “Il piano particolarmente attento alle questioni della biodiversità è stato curato dallo studio Michel Desvigne”. Dico, alla faccia della ecologia e della sostenibilità ambientale!
Altro che “Piccolo è bello” di cui Piano negli anni Novanta scriveva e dei suoi articoli sulla rivista Micromega o del “Laboratorio di quartiere”, promosso con Gianfranco Dioguardi e patrocinato dall’Unesco, per un rispettoso recupero edilizio praticato dal basso. Un laboratorio che per la sua notorietà, nonché di quella di Dioguardi illuminato imprenditore nonché professore e scrittore, è stato importante per sensibilizzare sulla tematica e stimolare nuovi approcci didattici nel settore della Tecnologia della Architettura.
Caro Angelo, saltando qua là senza un preciso ordine cronologico, a dimostrazione del mio interesse per i lavori di Piano ti racconto un altro episodio. Con Elena Mussinelli quando insegnavamo a Mantova invitammo lo studio di Piano a illustrare agli studenti la Basilica di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, un’opera monumentale per poter accogliere migliaia di pellegrini. Un suo collaboratore che spiegò dettagliatamente il progetto, disse dei principi ambientali a cui l’opera era ispirata, tra cui la scelta per le strutture voltate di realizzarle con dei grandi conci in pietra locale. Una struttura ardita che richiese però che i conci dovessero essere traforati longitudinalmente per far passare i cavi per la compressione. Non so quante centinaia di conci, per una struttura di 45 metri di luce, siano state trasportate a Carrara per essere traforati col laser, con Tir su e giù per la penisola!
E vado avanti. Nel mio Paesaggio italiano. Viaggio nel Paese che dimentica, alle pagine 129,130,131, parlo del progetto sulle aree della Falk di Sesto San Giovanni. Veniva propagandato sul sito del comune con grattacieli sospesi come se volassero, perché su pilotis più alti del normale. Ben 25 di più di 60 metri d’altezza. (Per Parigi Le Corbusier ne aveva proposto solo 19). Ho fatto anche un calcolo. Se quella enorme cubatura fosse in un edificio in linea di 20 metri d’altezza ne risulterebbe una muraglia di 6 chilometri a oscurare le Prealpi del Resegone!
Non andando lontano, quando vuoi, ma so che ci sei già stato perché abiti a due passi, possiamo fare un salto a Ponte Lambro e vedere il ponte di collegamento tra due lunghi edifici di un intervento Gescal dei primi anni Settanta. Una passerella metallica vetrata per realizzare un centro di aggregazione sociale da ricavarsi nello spazio di qualche alloggio di uno e dell’altro immobile. Eravamo nel Duemila ed è ancora lì incompiuto, con griglie arrugginite per precluderne l’occupazione. Mi potresti dire, non per colpa sua, ma io dico anche sua perché una iniziativa velleitaria, sarebbe bastato semplicemente adattare gli appartamenti di uno dei due edifici per ricavarlo con minor spesa e più facile funzionalità. Una inutile prova muscolare dell’architetto che si sente demiurgo.
Ricordo anche che quando fece il progetto a Ponte Lambro, penso anche discutibile per l’alterazione del dignitoso intervento di Demetrio Costantino, Virginia Galimberti, Antonio Scoccimarro, lanciò, pensando all’Unesco, “Le periferie come patrimonio dell’umanità”. Vallo a raccontare agli abitanti di certe case popolari!
Poi dopo la massa di cemento per fortuna non colata a Sesto San Giovanni, per un cambio di indirizzo imprenditoriale e amministrativo, in controtendenza venne la sua suggestiva e apprezzabile proposta che nella città si dovrebbe agire con la cura del “rammendo”. O l’una o l’altra, senza voler esclude interventi di altre dimensioni. Il rammendo ma anche un nuovo vestito con una diversa cucitura ma pertinente con la persona, nel nostro caso con la morfologia della città.
Vengo ora, da ultimo per non essere noioso, all’irrealistico progetto di piantar alberi in Piazza del Duomo e lungo le vie Dante e Orefici, fino al Castello Sforzesco. Una proposta avanzata con Claudio Abbado di piantar alberi a Milano come condizione per tornare a dirigere alla Scala per non averlo tenuto nella dovuta considerazione. Architetto e direttore d’orchestra demiurghi.
Basterebbe aver letto qualche pagina di Marco Romano, studioso della città occidentale, per rendersi conto della paradossalità di mettere alberi nella piazza di pietra del Duomo. Marco Romano ne scrisse sul Corriere, anche con la sorniona ironia che non gli mancava.
Ma per non apparire corrivo, Caro Angelo, in questa breve nota non intendo liquidare la vasta produzione di Piano, con diversi progetti ed opere che si possono dire innovative e interessanti, e faccio a solo esempio la Fondazione Beyeler a Basilea per la sua luminosa semplicità, ma potrei dire anche di altre sparse nel mondo viste solo in immagini per non averle visitate. E “per capire lo spazio dell’architettura bisogna entrarvi”, come mi diceva Marco Zanuso.
Torno ora al tuo scritto sulla conferenza di Piano al Politecnico, dove riporti il suo richiamo alla necessità di bellezza. Mi pare una canzonetta e andrei ad altri per parlarne, come a Dostoevskij che nel romanzo L’idiota scrive che “La bellezza salverà il mondo”, ma in senso interiore e morale. Si dice appunto “una bella persona”, e non per l’apparenza.
Mi pare oggi un mantra che tutti usano, un po’ per lavarsi la coscienza. Partirei invece dal “necessario possibile” di Vittorio Gregotti, che poi diventa anche bello perché, aggiungo io, anche un quadro di Picasso nel degrado domestico diventa insopportabile. Mi porto dentro la convinzione – qualcuno modernamente spregiudicato, mi dirà una velleitaria presunzione – che il progetto sia una cura e quindi richieda cautele nella sua somministrazione, con modestia e non presunzione. Un “architetto militante”, come si definiva Paolo Portoghesi.
Ho replicato, caro Angelo, al tuo articolo non per polemica ma per un confronto, spero dialettico, che non manca nei nostri scambi.
Chiudo quindi questa mi lettera andando a un pensiero di Wittgenstein, l’empirista logico per eccellenza: “Il bravo architetto è quello che sa resistere alle tentazioni”.
Un saluto,
Fabrizio
