UCTAT Newsletter n.72 – novembre 2024
di Fabrizio Schiaffonati
L’iter parlamentare per una legge che sbrogli la paradossale situazione milanese in materia di autorizzazioni edilizie sta avviandosi a conclusione; dopo l’intervento della Procura nel merito della legittimità di diversi progetti presentati e di edifici in corso di realizzazione: 150 pratiche bloccate. Da mesi è aperta la questione, con avvisi di garanzia a progettisti, costruttori, membri della Commissione del Paesaggio, funzionari comunali. Con la fibrillazione di 70 funzionari per quanto loro imputabile nelle istruttorie di merito, al punto di minacciare il trasferimento in massa. A questo si è aggiunta la protesta degli acquirenti degli alloggi dei cantieri sequestrati col fermo lavori, preoccupati per quanto già anticipato e per il prolungarsi dell’attesa.
Un caso senza precedenti, imbarazzante per l’Amministrazione comunale, infastidita dal termine condono ormai da tutti utilizzato e per il danno derivante con l’arresto delle iniziative immobiliari, con oneri di urbanizzazione non incassati e blocco della auspicata Rigenerazione urbana.
Mai come ora si era vista una così stretta alleanza tra amministratori, imprese edilizie, investitori immobiliari, ordini professionali. Con la dura reazione di cittadini e comitati contrari a veder sorgere edifici con elevate densità in sostituzione di più modesti, avulsi dalla morfologia della zona, con coni d’ombra e visuali precluse, autorizzati come semplici ristrutturazioni e non nuove costruzioni, senza quindi un Piano Attuativo per valutarne l’inserimento nel contesto. Un rapporto di fiducia venuto meno da parte dei cittadini, circostanziato da dati di fatto, verso una Amministrazione che dovrebbe essere sensibile alle istanze ambientali messe in crisi da interpretazioni normative con effetti contrari. Come un eccessivo carico volumetrico, con ricadute sul traffico, il verde e i servizi di vicinato.
Il problema delle densità edilizie è sempre stato al centro della pianificazione e gestione urbanistica – dalla legge del 1942 al Decreto sugli Standard del 1969 e il Recupero Edilizio degli anni Ottanta con la classificazione delle diverse categorie di intervento del Titolo IV della legge 457 del 1978 – con l’obiettivo di contrastare gli eccessi di speculatori con “Le mani sulla citta”. “Speculazione edilizia” è entrata nel linguaggio comune costringendo gli amministratori a fornire delucidazioni sulle iniziative edilizie di maggior peso. Un tema di cui la popolazione è particolarmente sensibile che ha funzionato da freno alle più spregiudicate iniziative, mentre oggi invece i cittadini milanesi non paiono avere voce in capitolo.
Nascono quindi alcuni interrogativi. Ad esempio, come tutto ciò possa essere accaduto nella Amministrazione meneghina, tutto sommato da sempre efficiente per diversi aspetti: pensiamo al PRG del ’53, il primo in Italia nel dopoguerra, ai quartieri Ina-Casa, a quelli della legge 167 della Gescal, alle realizzazioni del Piano Decennale, al PRG del 1980 che indicava per ogni parte del territorio norme attuative certe, fino ai Programmi Integrati di operatori pubblici e privati della fine del secolo. Un orientamento di segno opposto è quello delle Amministrazioni dopo l’Expo 2015; con un enfasi su uno sviluppo edilizio da agevolare per il decollo di una città attrattiva di capitali finanziari per investimenti speculativi a condizioni particolarmente vantaggiosi per contenuti oneri urbanistici. Quindi non una equilibrata valutazione costi-benefici per una sostenibilità ambientale e sociale degli interventi, e non un semplice bilancio ragionieristico. È pur vero che le finanze comunali sono in gravi difficoltà, ma sarebbe compito degli amministratori ragionare con lungimiranza sulla identità delle loro città, mettendo al centro i bisogni e le sensibilità dei cittadini. Evidentemente questa attenzione si è interrotta, nel circuito politico più interessato agli stakeholders, di un sistema decisionale accentuato con scarsa rilevanza del Consiglio Comunale.
Altra domanda che si pone è relativa alla partecipazione che dovrebbe avvicinare alla condivisione delle scelte, contrastare la disaffezione alla politica e al voto, per un civile confronto. E i temi del territorio, dei servizi, della qualità dello spazio pubblico, dell’abitazione, ed anche della tradizione dei quartieri, sono tra i più percepiti dalla popolazione. Lo spirito del Decentramento Amministrativo della riforma degli anni Sessanta, con le 20 Zone oggi 9 Municipi, appare ormai lontano. I loro compiti irrilevanti, nessuna voce in capitolo in materia urbanistica, anche se si annuncia con la revisione del PGT un Atlante dei quartieri dove indicare alcune opere vincolanti. Ma le esemplificazioni assessorili non sono di buon auspicio, con indicazioni vincolanti su limitate opere e spazi pubblici. Già così dovrebbe essere nel potere dei Municipi, che inoltre non sono partecipi delle decisioni strategiche ricadenti nei loro territori, pur con una dimensione di una città di oltre 100.000 abitanti. Per non dire dell’assenza di iniziative sovralocali, con mostre, convegni e manifestazioni invece sempre accentrate. Come invece è in Comuni di media dimensione. Concepire, cioè, i Municipi come delle città dentro la città, luoghi di elaborazione dal basso, di rapporti di vicinato, di esercizio della politica, di cultura e socializzazione dove trovare riscontri, Palazzo Marino irraggiungibile.
Un terzo interrogativo, ritornando alla questione in esordio, porta al silenzio della cosiddetta società civile, centri culturali, università, ordini professionali, che quindi paiono condividere la linea degli amministratori in materia urbanistica e edilizia.
Nulla da dire degli avvocati impegnati nella difesa dei propri assistiti, degli amministrativisti a interpretare margini e contraddizioni di una normativa cresciuta farraginosamente negli ultimi anni, tra Comuni, Regioni, Stato.
Più problematica la posizione degli architetti, con la loro deontologia che li colloca in una “professione protetta”, come pure la direttiva europea, per l’importanza delle loro azioni sull’ambiente e il benessere delle persone. Wittgenstein nel secolo scorso ammoniva che “un buon architetto sa resistere alle tentazioni”. Per non dire degli urbanisti che dovrebbero essere paladini di una città equilibrata, organizzata nella morfologia, nel disegno delle reti e degli spazi pubblici. Una disciplina non succube della politica, con ineludibili conoscenze per la progettazione delle relazioni spaziali, delle funzioni compatibili, e quindi anche con una “Urbanistica Tecnica” che un tempo insegnava regole, pesi e misure del disegno della città.
Ecco allora alcune considerazioni – oltre gli strascichi giudiziari che si vuol sanare con il “Salva Milano”, con disquisizioni giuridiche, contenziosi per edifici di più di 25 metri d’altezza senza Piani Attuativi e di altri spuntati in cortili dichiarati non tali da bizzantinismi linguistici con irragionevoli trasferimenti volumetrici – per porre alcune questioni fondamentali, in primis politiche e culturali.
Salvare allora Milano dall’abbassamento del senso civico, del rigore amministrativo, delle professionalità: un piano inclinato di sicumere politiche, corporativismi, artate conoscenze.
