Selva oscura

UCTAT Newsletter n.85 – gennaio 2026

di Paolo Aina

Verde! Un vocabolo che denota un colore che nel corso della storia ha assunto molti significati contradditori: speranza e sconfitta, un esempio per tutto il tappeto verde che ricopre i tavoli da gioco o il prato dei campi sportivi per non parlare degli scicchissimi campi da tennis a Wimbledon, un famoso poeta poi sosteneva che il verde era molto adatto per le tappezzerie delle camere da letto.

Oggi la stessa parola ha un significato per lo più positivo sopratutto se riferito alla sostenibilità ambientale e a un miglioramento nella vita delle città.

Infatti il  “Verde” nel gergo urbanistico contraddistingue quelle porzioni non edificate del territorio cittadino; quelle superfici che per la presenza di una flora più o meno abbondante sono davvero di quel colore.

È una peculiarità che fa coincidere le definizioni astratte del piano alla concreta realtà delle aree dove la presenza di alberi, cespugli e prati ci fa consapevoli dell’esistenza di una “Vita” che per quanto soggiogata si mostra diversa e indipendente dalla nostra; forse non è un caso che nei film di fantascienza gli alieni sono spesso rappresentati da omini verdi, mentre nel romanzo “Il giorno dei trifidi” è una specie vegetale a darci la caccia, per contro nelle distopie ottimistiche il bosco e la vegetazione sono luoghi sicuri di salvezza e speranza

In queste fantasie sono presenti le paure, le suggestioni e i pericoli ma anche la possibilità di essere liberi che la vegetazione senza controllo: il bosco, la foresta, la giungla ci suscitano: Hansel e Gretel si perdono, Pollicino viene abbandonato e non ritrova la strada; Biancaneve si nasconde nel bosco per sfuggire al cacciatore mandato dalla Regina cattiva e trova rifugio, laggiù in fondo, nella nascosta e sconosciuta casa dei nani.

L’immagine dell’intrico vegetale in cui la luce penetra a fatica viene sempre utilizzata come un percorso dove al termine i protagonisti trovano rimedio ai guai (carestia, povertà, crudeltà) da cui erano fuggiti.

Tra alberi, cespugli e prati ci si smarrisce il garbuglio verde ci trascina nell’oscuro, nell’indeterminato, in uno spazio che non riusciamo a definire, dal quale potremmo a fatica uscire o sperderci; è stranota l’immaginazione dantesca dove il poeta perde la “dritta via” in una “selva oscura”.

La selva oscura non è solo un’immaginazione, esiste veramente nella parte sud-occidentale della Germania e deve i suo nome ai romani (tanto per cambiare) che chiamarono questa estensione Silva nigra, perché la sua vegetazione oltre ad essere formata da alberi di colore verde scuro era talmente fitta da non lasciare passare la luce del sole.

Come tutte le cose anche “la selva oscura” non ha certezze nella sua funzione, porta in sé una duplicità, due opposte qualità: la salvezza e la perdita.

Questo il fascino, questa la possibilità di immaginare storie e comportamenti diversi quando ne siamo al cospetto o al riparo ne fantastichiamo; quando la sogniamo in un incubo o in un sogno senza angosce.

Tutto ciò viene disperso dalla razionalità urbanistica che trasforma la foresta in mera estensione, la soggioga e la riduce a qualcosa di amichevole e  ben diverso da quel mostro che, libero, ti divora o ti nasconde.

La specificità di una sola funzione: verde urbano, verde attrezzato, verde sportivo… irrigidisce l’uso dello spazio impoverendo la possibilità di immaginare e pensare al di fuori del recinto del nome con cui viene battezzato.

La progettazione di questi spazi generalmente si limita a esaltare la funzione specifica che viene indicata dalla pianificazione che a volte è inevitabile, il “Padre Severo” della funzione ci esorta a non perdere tempo: in un impianto sportivo si fa sport, in un’area per bambini solo scivoli e altalene, le aree verdi comunali sono coltivate a divieti e così via…

La modernità ha travolto il tempo della vita, il tempo in cui non abbiamo nulla da fare se non cercare di riflettere sul chi siamo ecc. o dare spazio alla fantasia, al piacere, a un po’ di quella  felicità che non è legata al consumo e allo shopping.

La povertà funzionale per cui in uno spazio è tutto vietato fuorché una cosa si trasforma in un carcere; fortunatamente la fantasia ci ha sempre aiutato a trasformare le cose.

Il paesaggio del territorio europeo è stato fabbricato nei secoli dalla coltivazione ordinata: i contadini in lontananza degli affreschi medioevali e rinascimentali occupati ad ordinare i campi, i filari di pioppi nei quadri di Monet, i muri a secco per sostenere le coltivazioni agricole nell’orografia scoscesa  nei quadri dei Macchiaioli.

Per contro alle coltivazioni ordinate fanno eco i paesaggi dei quadri con rovine dove la vegetazione prende il sopravvento sul collasso dell’architettura come nei quadri seicenteschi di C. Lorrain o di F. de Nomé.

La configurazione dei giardini segue lo stesso percorso: dai giardini all’italiana e a quelli francesi fa seguito la concezione della messa in opera di una “natura naturale” in qualche caso arredata con costruzioni fabbricate già in forma di rovina.

La vegetazione prende il sopravvento su ogni rovina, anche su quelle attuali: edifici abbandonati, spazi di risulta tra il costruito.

Nelle città strangolate dal cambiamento climatico, da architetture in continua competizione (più alte, più curiose, più strane, più all’avanguardia, più ingombranti, ecc.), dal lavoro onnicomprensivo, dall’ansia di prestazione e da una fretta che si riassume nel “non voglio perdere tempo” sarebbe utile e benvenuta la progettazione di luoghi senza qualità.

Posti che non richiedono di capirli ma semplicemente ci accolgono, ci raccontano una storia collettiva fatta di semplicità e null’altro, dove potersi sedere al riparo, dove poter contemplare senza affanno i cambiamenti stagionali, dove il tempo non viene proiettato verso il “progresso” ma dove una ginestra mostra che forse le “magnifiche sorti e progressive”  della potenza tecnica e tecnologica hanno bisogno di un ripensamento radicale e dove senza fretta possiamo perderci a guardare la luce che filtra tra gli alberi come fa il protagonista di Perfect Days: un film ambientato in Giappone realizzato da un regista europeo.

“Natura morta” (Invicem, 2026).
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