Tra il dire e il fare

UCTAT Newsletter n.84 – dicembre 2025

di Fabrizio Schiaffonati

È tempo d’Avvento. Ogni anno si rinnova l’aspettativa di un palingenetico cambiamento. La speranza di una nuova vita, d’un tempo migliore, di pace e fraternità. Una festosità per lasciarsi alle spalle aspettative mancate. Una speranza che proviene da una fede che diventa carità. Un afflato euforico che accomuna tutti, credenti e non credenti. Un rito nel contempo religioso e profano.

È tempo di progetti e buoni propositi, anche velleitari come la lotteria di capodanno. Un tempo in cui la fragilità umana si presenta nella sua incertezza, del dubbio esistenziale, della nascita e della morte.

Tutto si è detto di questa illusoria reiterazione del sabato del villaggio, a cui tuttavia sembra impossibile sfuggire come nel mito di Sisifo.

Se questo è il bagliore di abbracci, tra canti di una rinascita e fuochi d’artificio sulle progressive sorti dell’avvenire, tuttavia non si può sfuggire a bilanci che non tornano per lanciarci in rinnovati propositi. Un rito dagli innumerevoli aspetti che permeano la vita, da quelli intimi e privati a quelli sociali della politica e dell’economia.

L’ambiente del territorio, della città, dell’abitare, naturale e artificiale, è la scena che si percepisce e avvolge, dove collocare i cambiamenti auspicabili. Visibile più di altre dimensioni che invece sfuggono apparendoci quindi astratte. Una materialità concreta, corporale, sensibile. Per questo l’urbanistica e l’architettura sono conoscenze dove tutti possono esprimersi, dove quindi la competenza disciplinare non può non contemplare i punti di vista di chi è destinata. Architettura e urbanistica discipline sui generis, con gli algoritmi che si contaminano con le pulsioni esistenziali di quanti le esercitano e di quanti le vivono.  Nel contempo, quindi, discipline scientifiche e umanistiche.

Ogni intrapresa, attività, mestiere si alimentano nella società, ricevono e restituiscono, con un obiettivo ma anche una retroazione. Mai come nell’ambiente abbiamo modo di verificare questa circolarità, in un processo che si espande, avvolge, coinvolge. In ogni luogo in cui ci troviamo non vegetiamo ma ci relazioniamo coi sensi e con l’attività cerebrale, conscia e inconscia.

I luoghi dove abitiamo, case, edifici, paesi, città, vie, piazze, sono lo spazio prossemico della vita, dove ci muoviamo come in un liquido amniotico.

Gli urbanisti e gli architetti dovrebbero avere questa sensibilità, anche subliminale, come gli artisti e quanti vivono per proiettare consapevolmente la propria azione in ambito sociale. La capacità cioè di estrarre dalla conoscenza, dall’osservazione, dall’esperienza, l’essenza di un progetto di cambiamento per gli altri, appagante e necessario per un equilibrio condiviso. Una difficile collimazione tra bisogni soggettivi e collettivi, a cui il progetto dovrebbe rispondere. Senza questa tensione il progetto, come ogni opera d’arte, si confina in un atto narcisistico. Percorrere quindi questa strada proiettiva è esiziale perché lì risiede l’essenza del progettare.

Tra il dire e il fare corre un mare, pregiudizi, velleità, illusioni, basate su conoscenze e interpretazioni errate, di cui è difficile avere consapevolezza per districare il bandolo di una matassa che è il destino della società.

Ecco allora le buone intenzioni, col tremore che di buone intenzioni sono lastricate le strade dell’inferno. Un paradosso.

In questa newsletter natalizia eccoci dunque ad auspicare una città e una architettura migliore.

Una città con cortili senza grattacieli. Grattacieli che non oscurino il cielo di chi vive difronte. Un verde diffuso che permei il costruito. Densità, altezze e distanze degli edifici ragionevoli. Una città con tempi di vita biologici. Servizi adeguati. Alloggi con sole e aria su cui affacciarsi. Decoro degli spazi pubblici come d’una abitazione. Architetti modesti. Urbanisti preparati. Amministratori competenti. Uffici pubblici efficienti…

Il libro dei sogni potrebbe proseguire. Ma il principio di realtà ci riconduce alla speranza di poter intravvedere una seppur minima inversione di tendenza, qualcosa di nuovo come il vagito del Natale.

Buon Natale.  

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